Il caso Varenne: perché avere un brevetto non serve a nulla se non c'è il mercato - Economyup

INNOVATION DETECTIVE

Il caso Varenne: perché avere un brevetto non serve a nulla se non c’è il mercato



I casi chiusi senza arresto li chiamo “Casi Varenne” dopo l’esperienza con un’azienda che produce macchinari agricoli. Ne aveva brevettata una nuova, ma l’indagine ha portato a scoprire che agli allevatori non interessava avere fieno migliore per le mucche. E che il mercato dei cavalli da competizione è troppo piccolo

di Irene Cassarino

04 Mag 2022


Photo by Anton Maksimov 5642.su on Unsplash

“Ho un brevetto…”, mi ha detto B a mezza voce, come se mi stesse rivelando un segreto. “Ce l’ho dall’anno scorso, non l’ho ancora sfruttato” ha precisato con il tono di chi ti mostra una bottiglia importante che non ha ancora stappato e che dovrebbe aumentare di valore solo per il fatto che esiste ed è lì.

A B piacciono gli asini e ne ha due che pascolano nel giardino aziendale. Dice che sono molto intelligenti, ed è per questo che tutti hanno l’impressione che siano testardi: invece, decidono solo di non piegarsi alla nostra volontà. “Non c’è nulla di scontato nel comportamento di un asino, ti obbligano a metterti continuamente in discussione!”. Dev’essere grazie a questa sua ginnastica mentale quotidiana con gli asini che B., ad un certo punto, si è finalmente chiesto se davvero fosse così scontato che ad una intuizione tecnologica incoronata da un brevetto internazionale, seguisse un successo commerciale. Ed è così che ci siamo conosciuti.

Ci aveva lavorato grazie ad un finanziamento di Invitalia, che copriva le spese di innovazione, purché brevettata.

“Ecco un bel modo per rovinare del tutto le piccole aziende”, penso io espirando profondamente.

L’invenzione imbottigliata nel prezioso brevetto era quella di un ranghinatore ad aria.

B. è proprietario dell’azienda Epsilon, che fa macchinari agricoli. Il ranghinatore è un utensile per la fienagione. Semplifico all’osso: si attacca ai trattori dopo che il fieno (cioè l’erba che diventerà fieno) è stato trinciato (con la falciacondizionatrice) e sparpagliato a terra per essiccare velocemente (con lo spandivoltafieno). Il suo compito è realizzare le ‘andane’, cioè i cumuli di erba paralleli l’uno all’altro da cui poi si realizzano i balloni (con la rotoimballatrice).

Postilla: il fieno è erba disidratata. Si usa come cibo per mucche e cavalli, nelle situazioni in cui non c’è abbastanza spazio per far pascolare gli animali, cioè in tutti gli allevamenti intensivi che pullulano intorno alla sede di Epsilon.

“La ranghinatura è un passaggio cruciale!”, mi spiega B, che ha diversi modelli di ranghinatori in catalogo. “Se fatta male, l’erba si rompe, si riempie di sporcizia raschiata dal terreno, rimane umida, con la conseguenza che il fieno viene fuori povero dal punto di vista organolettico, o nocivo (se contiene muffe o batteri), o addirittura pericoloso se l’elevato tasso di umidità porta all’autocombustione di tutto il fienile!”.

I ranghinatori più diffusi – inclusi quelli di Epsilon – sembrano concepiti da Tim Burton, e hanno lunghi artigli rotanti che trascinano il fieno nelle andane. Ho saputo che a volte gli artigli si staccano, e parti di essi vengono ingeriti dalle mucche, alle quali si fanno deglutire vere e proprie calamite per contenere il danno.

“La ranghinatura ad aria invece è progettata per trattare il fieno con gentilezza, e velocemente. La gentilezza con cui si tratta il fieno è fondamentale per un latte di ottima qualità!”. B. è entusiasta del lavoro dei suoi tecnici, e non vede l’ora di provare che funziona. Io visualizzo le bottiglie di “Latte alta qualità” del supermercato e i formaggi dei consorzi speciali che se ne fanno un vanto. Comincio a figurarmi la scena del crimine: agricoltori che fanno a gara per chi ha il latte migliore, per entrare nei consorzi più prestigiosi e per spuntare un prezzo più elevato. Il problema è che è sempre più difficile primeggiare, e la qualità del fieno sarebbe la chiave. Ipotetica, naturalmente.

“Il latte si fa in campo” – conferma l’agente G, commerciale di Epsilon, che mi accompagnerà nell’indagine. “Dalla qualità del fieno dipende la qualità del latte, e quindi il suo prezzo di vendita. Più il fieno è pregiato, più latte è pregiato, più il contadino guadagna. Questa sarà la proposta di vendita del nostro nuovo ranghinatore.”

Innovation detective è anche un podcast: seguilo cliccando qui

Podcast Innovation detective

Le macchine di Epsilon sono vendute da distributori e G. dialoga prevalentemente con loro. È raro che si rechi da un cliente, se non per risolvere i problemi delle forniture, quindi non era particolarmente euforico di dovermi scortare in lungo e in largo per le pianure piemontesi: però questo era un caso che richiedeva le conoscenze del dialetto del posto, e dell’idioma agrario, per cui le interviste le avrebbe condotte lui, la recluta. Tutto questo accentuava la postura da badante che aveva inizialmente assunto nei miei confronti.

Era luglio, faceva caldo, c’erano un sacco di mosche ed era il momento peggiore per scomodare un imprenditore agricolo. Di questo ero stata avvertita. Ci venivano incontro in modo frettoloso con il progetto di liquidarci in pochi secondi, ma poi rimanevano più di un’ora a descriverci per filo e per segno le loro strategie per governare la lattazione. G. era interdetto.

“Ma come faccio a farmi ascoltare, saranno pieni di lavoro!” Aveva protestato prima di cominciare. “Sarai tu ad ascoltare loro, non viceversa. Se saprai dimostrare interesse, se li farai sentire importanti, se li porterai a parlare di quello che a loro interessa davvero, e riuscirai a fare tutto questo con la massima sincerità, sarai tu a dover tagliare corto, ad un certo punto, non loro.”

Dal canto mio, mi sono offerta volontaria per la compilazione dei rapporti, quella che le reclute chiamano a sproposito “la burocrazia” o “le scartoffie”. In poco tempo, era tanto l’entusiasmo di G per tutta l’attenzione che riusciva a dare e raccogliere, che i suoi rapporti mi arrivavano comodamente per mail prima ancora che riuscissi ad attivarmi.

“Queste vacche sono delle Ferrari”, dice Flavio, agricoltore di terza generazione, 300 vacche, di cui il 60% in lattazione. Lo dice aggiungendo con orgoglio che ciascuna di loro produce in media 30-32 litri di latte al giorno, benché “noi non le spingiamo troppo, non porta a nulla, poi perdi in malattia quello che hai recuperato in efficienza”.

“Ferrari” significava animali ad elevate prestazioni, che vanno “spinti” fino al limite sostenibile, cioè accuditi ed alimentati con l’obiettivo di produrre più latte possibile. Ecco cos’altro significava: il quadro indiziario cominciava già a vacillare.

“Si si, ti dicono che devi fare un latte di qualità, ma poi alla fine decide la latteria quanto darti in più, e il mercato va male. C’è una soglia minima richiesta, e superarla non porta a nessun vantaggio, conviene stare nella media e farne di più, piuttosto”, dice Francesco, 50 anni, 250 vacche di razza Frisona.

Crack: quando il quadro indiziario a carico degli allevatori di mucche da latte si spacca completamente, è il momento in cui l’adrenalina sale. Comincio a temere per le sorti dell’indagine come se fossero le mie, e al tempo stesso non voglio cedere verso conclusioni premature.

L’istinto di sopravvivenza-al-contrario, come lo chiamo io (si chiama capacità negativa, in realtà) mi porta a levitare nel dubbio come Yoda nella foresta di Dagobah. Intanto continuiamo a girare tra gli allevamenti, la temperatura aumenta, le mosche pungono e ho imparato che il posto migliore in cui stare è vicino alle mucche, che hanno l’aria condizionata. La vicinanza mi porta ad osservare che abbiamo qualcosa in comune, io e loro: un braccialetto contapassi. Chiedo delucidazioni.

Scopro che le vacche sono dotate di una specie di Fitbit che comunica con un software: poiché loro si muovono maggiormente quando sono in calore, il braccialetto aiuta l’agricoltore ad identificare i periodi fertili e a massimizzare il tasso di successo delle fecondazioni artificiali. Il software si chiama Diary Live, ed è una complessa console di gestione dell’allevamento: mette in evidenza in quale fase della lattazione le mucche siano, la loro età, i parti, la qualità del latte che viene prodotto da ciascuna, le loro patologie, i tori che le hanno fecondate e tantissimi altri parametri! “Anche troppe cose rispetto a quelle che mi servono!” dice Francesco. È disponibile anche un’app per smartphone e l’ha aperta davanti a noi.

Gli agronomi hanno una vista aerea sulla scena del crimine, perchè servono molte aziende. Aldo, uno di loro, ci racconta che le aziende sono molto in competizione tra loro, fanno a gara per chi produce più latte per capo e non hanno molti scrupoli a dar da mangiare anche foraggi di scarsa qualità, tanto poi fanno correre l’alimentarista che vende loro gli integratori, medicinali o quello che serve per rimediare agli errori fatti.

L’ultimo rapporto di G, prima delle vacanze (le nostre), chiude sommessamente: “È l’aumento della quantità di latte l’unica cosa che conta. Che ci piaccia, o no. La qualità va bene così. Cosa facciamo adesso?

Me lo chiedo anche io. Penso al brevetto imbottigliato in cantina. Riprendo in considerazione tutto il caso, a partire dalle ipotesi iniziali, e ricostruisco il mio corrimano, cioè la catena induttiva, per capire assieme a G. dove è possibile interromperla ed esplorare una deviazione. Ranghinatore – fieno – vacche – vacche da latte. E se le vacche non fossero da latte? E se non fossero vacche? E se fossero…

“Cavalli!” dice G. “Non ce n’è che molliamo così, prima delle vacanze, non me le godo. Ti porto io in un posto che ti piacerà”. Così abbiamo incontrato nientepopodimeno che Varenne, nella sua gabbia dorata, ma questo è stato il meno: quello che abbiamo incontrato è stato – finalmente – un possibile early adopter del ranghinatore ad aria! Il nostro indiziato numero uno!

L’allevatore è un fiume in piena: “Il cavallo non è come le mucche che digeriscono di tutto! È delicatissimo, monogastrico, ha un intestino lunghissimo, e le coliche (da fermentazione) portano alla morte. Possono essere all’ordine del giorno se l’alimentazione è sbagliata. Sono state il mio incubo!“ Lui le balle di fieno le impila e le numera ad una ad una, in modo da monitorarne l’effetto sui cavalli.

I cavalli di razza sono i più delicati di tutti, e per i puledri svezzati il foraggio è composto quasi esclusivamente di erba medica, che è la regina delle proteine: le proteine sono preziosissime per il loro sviluppo muscolare, e la medica è delicatissima. “Toccata e rotta! Addio proteine”, borbotta Mario “Ma abbiamo talmente l’esigenza di coltivarla che cerchiamo di farla al meglio delle nostre possibilità, pur non riuscendoci sempre.” E conclude: “Gli allevatori di mucche non sanno molto di foraggio, quelle hanno due stomaci e digeriscono di tutto!”.

Quindi avevamo due nuove piste: i cavalli di razza, e le proteine dell’erba medica. “Finalmente!”, esulta G., “Questo è stato il primo caso in cui è emerso un problema forte ed esplicito legato alla fienagione!“

Ci siamo lasciati tutto agosto per riflettere, e a settembre Epsilon ha deciso di lasciarsi il brevetto alle spalle. Successivi approfondimenti hanno portato ad osservare che l’erba medica è sì difficile da coltivare e che il suo prezzo non è poi così elevato da portare gli agricoltori a coltivarla in proprio. I contoterzisti avevano altre soluzioni, più costose ma sostenibili per il loro volume d’affari, come il ranghinatore a tappeto (stessa proposta di valore del ranghinatore ad aria, ma diversa tecnologia).

“E Varenne?”, ho chiesto a B. Lui mi ha sorriso, perchè sa della mia passione per i cavalli, come per dire “Eh, ti sarebbe piaciuta questa conclusione, no?”.

Io conoscevo già la risposta: il mercato degli allevatori di cavalli da competizione era molto più striminzito di quello delle vacche da latte, e anche se un problema importante da risolvere era effettivamente emerso, si è deciso di non perseguirlo. È da allora che i casi chiusi senza arresto li chiamo: “Casi Varenne”.

 

Irene Cassarino

Irene Cassarino, ingegnera di formazione, PhD in Gestione dell’Innovazione, è CEO e fondatrice di The Doers, ora parte del gruppo Digital Magics. Ha dedicato tutta la sua vita professionale alla…