Dopo le campagne elettorali, l’intelligenza artificiale entra nel cuore dello Stato: lavoro, giustizia, sicurezza, relazioni internazionali. È il mercato GovTech, già valutato oltre 30 miliardi di dollari nel 2026 e in crescita a doppia cifra. Ecco Una mappa dei quattro fronti dove si decide la partita — e di cosa significa per chi lavora nell’innovazione e nella comunicazione istituzionale.
Indice degli argomenti
Cos’è il GovTech e perché cresce più della political tech
Nel mio precedente articolo su EconomyUp ho descritto la political tech come l’infrastruttura tecnologica delle campagne elettorali: voter file, microtargeting, modelli linguistici che generano messaggi su scala. Ma la campagna è la punta visibile — ed episodica — di un fenomeno molto più ampio e molto più stabile.
Il mercato che cresce davvero non è quello che serve a vincere le elezioni ogni quattro o cinque anni. È quello che entra nel funzionamento ordinario dello Stato, tutti i giorni, tra un’elezione e l’altra. Si chiama GovTech — l’applicazione di intelligenza artificiale e dati al governo, alla pubblica amministrazione e alle istituzioni — e nel 2026 è già un mercato da decine di miliardi di dollari.
Capire come si sta strutturando non è solo una questione di policy. È una questione di mercato, di architettura tecnologica e — per chi lavora nella comunicazione e nell’innovazione — di posizionamento professionale.
Perché il GovTech è un mercato più grande (e più stabile) della campaign tech
La differenza strutturale rispetto alla tecnologia delle campagne sta nella natura della domanda. La campaign tech è ciclica: si accende nei mesi che precedono il voto e si spegne subito dopo. Il GovTech, invece, vive sui bilanci pubblici ordinari, sui programmi pluriennali di trasformazione digitale, sulle gare per la pubblica amministrazione. È una domanda continuativa, ricorrente e in larga parte garantita.
I numeri lo confermano. Secondo Future Market Insights, il mercato globale dell’AI applicata al settore pubblico vale circa 31 miliardi di dollari nel 2026 ed è proiettato verso i 160 miliardi entro il 2036, con un tasso di crescita annuo composto vicino al 18%. Altre stime variano — la forbice per il 2026 oscilla tra i 25 e i 31 miliardi a seconda del perimetro — ma la direzione è univoca: la spesa pubblica in AI cresce a doppia cifra, trainata dalle strategie nazionali sull’intelligenza artificiale e dai programmi di modernizzazione amministrativa. Le agenzie governative rappresentano da sole circa due terzi della domanda, e la voce in più rapida espansione è la sicurezza pubblica.
È un mercato meno spettacolare di una campagna elettorale, ma più costante e — per chi opera in Italia e in Europa — probabilmente più rilevante. E come ogni mercato in costruzione, ha i suoi fronti aperti.
I quattro fronti strategici del GovTech
Se si guarda dove si concentra oggi la discussione tra istituzioni, imprese e regolatori, emergono quattro terreni distinti. Non sono comparti merceologici, ma snodi politici e tecnologici insieme: è lì che si stabilisce come l’AI entrerà nello Stato, e con quali regole.
Geopolitica: la sovranità tecnologica come nuova posta in gioco
Il primo fronte è geopolitico. L’intelligenza artificiale è diventata una leva di potere tra blocchi: gli standard tecnici, il controllo dei modelli fondazionali, la dipendenza infrastrutturale dal cloud e dai semiconduttori non sono questioni neutre. L’Europa si trova schiacciata tra l’innovazione americana e la scala cinese, e prova a giocare la propria partita sul terreno che le è più congeniale: le regole.
La domanda di fondo è se la “sovranità digitale” europea sia una postura difensiva o una reale strategia industriale. È la differenza tra subire gli equilibri globali e contribuire a definirli.
AI e lavoro: automazione, diritti e rappresentanza
Il secondo fronte è il più sensibile sul piano sociale. L’AI Act europeo classifica come “ad alto rischio” proprio i sistemi di intelligenza artificiale usati nelle decisioni sul lavoro: selezione dei candidati, valutazione delle performance, assegnazione dei compiti, monitoraggio dei lavoratori, decisioni su promozioni e licenziamenti. Sono attività che, a regime, dovranno rispettare obblighi di trasparenza, documentazione e supervisione umana.
Qui si gioca una tensione che attraversa innovazione, diritti e rappresentanza sindacale. Da un lato l’automazione promette efficienza; dall’altro ridisegna il rapporto di forza tra chi gestisce gli algoritmi e chi ne è oggetto.
La data di applicazione di questi obblighi è essa stessa terreno di scontro: il pacchetto di semplificazione noto come “Digital Omnibus”, in discussione a Bruxelles, propone di rinviarla dall’agosto 2026 alla fine del 2027 — un segnale di quanto la regolazione del lavoro algoritmico sia ancora un cantiere aperto.
Giustizia e sicurezza: il concetto di prova nell’era algoritmica
Il terzo fronte tocca il cuore delle garanzie democratiche. L’amministrazione della giustizia e le attività di law enforcement rientrano anch’esse tra gli ambiti ad alto rischio dell’AI Act, e per una ragione precisa: introducono l’AI nei processi dove è in gioco la libertà personale.
Cosa significa “prova” quando l’indagine si appoggia su sistemi di analisi automatica, riconoscimento di pattern, estrazione e correlazione di dati digitali su scala? Come si garantisce che un risultato algoritmico sia verificabile, contestabile, spiegabile in un’aula di tribunale? Sono domande che la tecnologia pone più velocemente di quanto il diritto sappia rispondere — e che riguardano tanto le procure quanto i reparti tecnologici delle forze dell’ordine.
Imprese e pubblica amministrazione: la trasformazione digitale come terreno condiviso
Il quarto fronte è quello dove il GovTech incontra direttamente l’economia. La trasformazione digitale non è più un percorso separato per il privato e per il pubblico: imprese e amministrazioni affrontano sfide convergenti — interoperabilità dei dati, competenze, sicurezza, adozione di strumenti AI — e sempre più spesso le soluzioni nascono nello stesso ecosistema di fornitori.
È qui che si misura la capacità di un sistema-Paese di tradurre l’innovazione in competitività reale, anziché in adempimenti. E dove la distanza tra le grandi organizzazioni, che hanno risorse e competenze per integrare l’AI, e le realtà più piccole rischia di allargarsi.
AI Act e governance: le regole che guideranno il mercato
C’è un filo che tiene insieme i quattro fronti, ed è il vero nodo del GovTech: lo scarto tra la velocità di adozione della tecnologia e la lentezza dei meccanismi di controllo democratico.
L’AI Act è legge, ma la sua applicazione concreta è ancora in costruzione: linee guida, standard tecnici, protocolli di audit e — come mostra il dibattito sull’Omnibus — perfino le scadenze sono in movimento. Nel frattempo i sistemi entrano nelle istituzioni. Il rischio non è la fantascienza di uno Stato governato dagli algoritmi, ma qualcosa di più prosaico e più probabile: decisioni pubbliche sempre più mediate da modelli che pochi sanno spiegare, su dati che pochi possono verificare, con una catena di responsabilità che si fa difficile da ricostruire.
L’Italia, intanto, ha cominciato a riempire questo spazio. Il 10 giugno 2026 il Consiglio dei ministri ha dato il primo via libera — in esame preliminare — ai decreti attuativi della legge n. 132/2025, che recepisce nell’ordinamento nazionale l’AI Act europeo e disegna la governance del settore: AgID come autorità di notifica, l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN) come autorità di vigilanza del mercato e punto di contatto unico con l’UE, in coordinamento con il Garante per la protezione dei dati personali e le altre autorità competenti. I provvedimenti toccano l’uso dell’intelligenza artificiale sul lavoro, a scuola, nella pubblica amministrazione e nella giustizia, e introducono — tra l’altro — un nuovo reato per chi progetta o realizza sistemi privi delle necessarie misure di sicurezza. Sono testi ancora preliminari, non definitivi: ma indicano la direzione.
È un passaggio che rende ancora più attuale un principio al centro del Manifesto per l’uso responsabile dei dati: i sistemi di IA e l’uso dei dati devono restare sotto controllo democratico, trasparente e verificabile — non solo tecnico — perché incidono direttamente su diritti, lavoro e partecipazione civica. La governance non è un orpello che rallenta l’innovazione: è la condizione che la rende legittima e, nel settore pubblico, sostenibile nel tempo.
È la differenza tra usare i dati per la democrazia e accumulare dati senza democrazia. Chi costruisce GovTech — aziende, consulenti, pubbliche amministrazioni — non può permettersi di trattare la governance come un problema a valle. È una scelta di progettazione, non un adempimento successivo.
Quali competenze servono nel nuovo mercato GovTech
Cosa cambia per chi lavora nell’innovazione e nella comunicazione
Come per la campaign tech, anche qui il punto concreto per agenzie e professionisti è che le competenze rilevanti cambiano natura. Non bastano più la comunicazione istituzionale e il media planning: servono profili ibridi capaci di muoversi tra strumenti tecnici, dati e quadro regolatorio.
Regulatory literacy, dati pubblici e consenso sociale
Tre aree stanno diventando strutturali. La prima è la literacy regolatoria applicata: sapere cosa l’AI Act consente, cosa richiede trasparenza e supervisione umana, cosa rientra nell’alto rischio — e saperlo tradurre in scelte operative. La seconda è la gestione del dato pubblico: capire come si raccolgono, si integrano e si proteggono i dati nelle organizzazioni istituzionali. La terza è la capacità di rendere comprensibile e legittima l’innovazione verso cittadini e stakeholder, perché nel settore pubblico l’adozione tecnologica senza consenso sociale semplicemente non regge.
Chi sa collocarsi in questo spazio — alla frontiera tra tecnologia, istituzioni e comunicazione — ha oggi un vantaggio di posizionamento che la finestra dei prossimi due anni renderà sempre più competitivo.
Il GovTech come opportunità per imprese, PA e professionisti
Questi quattro fronti non sono un’astrazione: sono l’agenda del palco GovTech di WMF — We Make Future 2026, a BolognaFiere dal 24 al 26 giugno. Il 25 giugno avrò il privilegio di moderare quattro panel dedicati esattamente a questi temi — dalla geopolitica dell’AI alle trasformazioni del lavoro, dal rapporto tra intelligenza artificiale, sicurezza e giustizia fino alla trasformazione digitale di imprese e istituzioni — con parlamentari italiani ed europei, rappresentanti delle istituzioni, delle forze dell’ordine e del mondo accademico. È lì che proverò a portare, dal vivo, le domande di questo articolo.
@RIPRODUZIONE RISERVATA






















Partecipa alla community