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Come fare innovazione nelle PMI familiari? Aprendo governance e capitale



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Le aziende familiari italiane non possono imitare le startup o le corporate. Ma riescono a innovare, spiega un report del Polimi, quando la famiglia accetta di non essere l’unico centro decisionale e costruisce attorno all’impresa un sistema più aperto. Ecco quello che i bilanci (non) dicono su ricerca e sviluppo e brevetti

Pubblicato il 22 giu 2026



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Le aziende familiari italiane innovano più di quanto dicano i loro bilanci. Il problema è che spesso lo fanno in modo poco visibile, poco misurato e poco comunicato. L’innovazione nasce nelle filiere, nei processi, nel rapporto con clienti e fornitori, nei passaggi generazionali e nelle soluzioni costruite sul campo. Diventa però vantaggio competitivo solo quando la famiglia imprenditoriale riesce ad aprire governance, capitale, competenze e reti senza perdere la propria visione di lungo periodo.

È la lettura che emerge dal report “L’innovazione delle piccole e medie imprese familiari italiane: misurarla, valorizzarla e raccontarla”, realizzato all’interno del progetto IF! del gruppo Innovation Strategy & Family Business della Polimi School of Management, in collaborazione con il Centre for Young and Family Enterprise dell’Università degli Studi di Bergamo e in partnership con Fondazione PwC Italia, Assolombarda e Vistage.

L’indagine analizza 6.302 imprese familiari italiane con fatturato tra 20 e 150 milioni di euro, integrando dati di bilancio, brevetti, analisi dei post LinkedIn, interviste a figure apicali e workshop con le imprese. Il campione restituisce un’immagine riconoscibile del capitalismo familiare italiano: prevalenza manifatturiera e commerciale, forte concentrazione nel Nord, età media intorno ai 35 anni, margine Ebitda mediano del 7% e Roe vicino all’11%.

Emanuela Rondi, direttrice del progetto IF!, mette a fuoco il punto: “Le PMI familiari rappresentano il cuore del sistema socio-economico italiano e presidiano molti settori che trainano il Made in Italy nel mondo, eppure sono ai margini del dibattito sull’innovazione”. Il report, aggiunge Rondi, mostra che queste imprese “innovano molto più di quanto i loro bilanci lascino intuire”, attraverso miglioramenti incrementali, soluzioni nate sul campo e collaborazioni con clienti e fornitori.

Innovazione aziende familiari: i limiti dei bilanci

Il dato più immediato riguarda la ricerca e sviluppo. Solo circa una PMI familiare su dieci iscrive a bilancio spese di R&S. Nel 2022, anno usato per costruire il Family PMI Innovation Index, sono 611 imprese su 6.302, pari al 9,7% del campione. Tra il 2020 e il 2024 il numero di imprese che contabilizzano R&S si è ridotto dell’11%, mentre l’investimento complessivo è cresciuto del 17%. La spesa, quindi, si concentra in meno aziende e diventa più strutturata.

La mediana della spesa in R&S tra le imprese che investono è pari a 143 mila euro, contro una media di 632 mila euro, spinta verso l’alto da pochi soggetti con investimenti molto più consistenti. Il dato racconta una doppia dinamica: molta innovazione resta fuori dalle voci formali di bilancio, ma dove la R&S viene contabilizzata tende a diventare una scelta più deliberata.

La distribuzione per età conferma che l’innovazione formale ha una fase di massima intensità nelle imprese già consolidate ma non ancora mature. Le aziende tra 11 e 50 anni generano quasi l’80% della R&S, mentre le più giovani e le più longeve investono meno. È una fotografia coerente con una fase in cui la prima crescita è stata superata, il passaggio generazionale entra nel vivo e l’impresa ha bisogno di strutturare processi, competenze e mercati.

Ecco i numeri che “scattano” l’istantanea dell’innovazione nelle aziende familiari italiani:

IndicatoreDato principaleLettura per le aziende familiari
Imprese analizzate6.302Campione di PMI familiari con fatturato 20-150 milioni
Imprese con R&S a bilancio9,7% nel 2022L’innovazione formale resta concentrata
Dinamica 2020-2024-11% imprese, +17% investimentiMeno soggetti investono, ma in modo più strutturato
Brevetti rilevati75.406Patrimonio ampio, ma concentrato in poche imprese
Imprese con brevetti1.730, pari al 27%Più diffuse della R&S, ma ancora minoritarie
Brevetti senza citazioni86,5%Funzione soprattutto difensiva della proprietà intellettuale
Imprese con profilo LinkedIn67,8%Presenza digitale ampia ma non sempre attiva
Post dedicati all’innovazione12,4%L’innovazione è raccontata meno di vendite e relazioni

Le scommesse: governance, capitale, competenze

Il report evita una lettura semplicistica del rapporto tra famiglia e innovazione. Il pieno controllo familiare non elimina la R&S: la propensione a investire resta relativamente stabile tra le diverse fasce di equity familiare. Cambia però l’intensità. Il rapporto tra costi di ricerca e valore della produzione scende dallo 0,59% nelle imprese con controllo familiare tra il 50% e il 60% allo 0,28% nelle imprese interamente controllate dalla famiglia.

La proprietà familiare più concentrata tende quindi a innovare con maggiore prudenza. Non è disimpegno, ma un modo diverso di allocare rischio e capitale. La famiglia che controlla l’intera impresa investe con la logica di chi amministra un patrimonio da trasmettere, più che con quella di chi cerca una crescita rapida attraverso scommesse tecnologiche ad alto rischio.

Per questo il tema della governance diventa centrale. Le imprese più aperte sono quelle che hanno formalizzato ruoli, deleghe e processi decisionali. L’apertura non riguarda solo l’ingresso di soci esterni, ma anche manager, partner di filiera, università, centri di ricerca, consulenti specializzati e reti territoriali. Senza un’architettura interna chiara, il dialogo con l’ecosistema resta episodico e legato all’urgenza.

Nelle 100 PMI familiari più innovative individuate dal Family PMI Innovation Index, la concentrazione geografica e settoriale è molto marcata. Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna raccolgono 62 imprese su 100. Il solo comparto dei macchinari conta 44 imprese, mentre i primi cinque settori, tutti nell’area meccanica e metallurgica, arrivano al 71%. Sono imprese mature, spesso di seconda o terza generazione: 59 su 100 hanno tra 26 e 50 anni.

Anche qui emerge la tensione tipica del capitalismo familiare italiano. Le top 100 hanno un Ebitda margin mediano del 10,6%, superiore al 6,9% del campione complessivo, ma un Roe mediano più basso, 9,7% contro 10,8%. L’innovazione persistente richiede risorse, immobilizza capitale, allunga l’orizzonte dei ritorni. Per molte aziende familiari è un costo strutturale, ma anche il modo con cui proteggono continuità e competitività.

Brevetti: tanta protezione, meno impatto

Il patrimonio brevettuale conferma la stessa logica. Le imprese analizzate detengono 75.406 brevetti, riconducibili a 1.730 aziende, pari al 27% del campione. La maggioranza, quindi, non brevetta. Tra chi lo fa, la distribuzione è molto concentrata: 634 imprese hanno tra 1 e 5 brevetti, 559 tra 6 e 25, 367 tra 26 e 100, 170 oltre 100.

La produzione brevettuale è cresciuta in modo deciso negli ultimi decenni. I brevetti pubblicati tra 2020 e 2025 sono 17.080, quasi il doppio degli 8.557 del periodo 2000-2004. È un segnale di maggiore consapevolezza sul valore della proprietà intellettuale, ma non equivale automaticamente a innovazione ad alto impatto.

Il report rileva infatti che 65.250 brevetti, pari all’86,5% del totale, non hanno ricevuto citazioni. Solo 38 brevetti dell’intero campione hanno almeno 50 citazioni. La funzione prevalente è difensiva: proteggere prodotti, processi e know-how dall’imitazione. Per molte PMI familiari il brevetto è meno uno strumento per aprire nuovi mercati tecnologici e più una barriera a tutela del vantaggio costruito nel tempo.

Anche la geografia dei brevetti racconta l’importanza degli ecosistemi. La Lombardia ospita 567 imprese brevettanti, seguita da Veneto con 298, Emilia-Romagna con 209, Piemonte con 130 e Toscana con 114. Ma lo score qualitativo mediano più elevato tra le grandi regioni è del Veneto, davanti a Emilia-Romagna e Lombardia. Il contesto territoriale incide non solo sulla probabilità di brevettare, ma anche sulla qualità dell’innovazione protetta.

Il paradosso del Mezzogiorno nella R&S

La mappa della R&S formale riserva un dato controintuitivo. In termini relativi, la propensione a investire è più alta nel Mezzogiorno che nel Nord industriale. Nel report, la Puglia registra il valore più elevato, con il 16,8% di imprese familiari che dichiarano R&S a bilancio; seguono Sardegna al 14,9%, Lazio al 12%, Campania al 10,4% e Piemonte al 10,1%. Il Veneto è al 9,1% e la Lombardia, pur prima per numero assoluto di imprese con R&S, si ferma all’8,3%.

Il dato non significa che il Sud innovi più del Nord. Le basi statistiche meridionali sono più piccole e quindi più sensibili a poche imprese in più o in meno. Indica però che nei distretti settentrionali molta innovazione è relazionale, condivisa nella filiera e non sempre iscritta nel bilancio della singola azienda. È uno dei punti più interessanti del report: l’innovazione delle PMI familiari non coincide con l’innovazione contabilizzata.

Nei settori ad alta intensità tecnologica la formalizzazione è più frequente. I veicoli a motore e componenti guidano la classifica con il 30,8% di imprese che dichiarano R&S, seguiti da software e servizi digitali al 28,6%, elettronica e ottica al 27,1%, meccanica strumentale al 24,3%, farmaceutica e apparecchi elettrici al 23,1%. Dove brevetti e spese di ricerca sono necessari per proteggere il ritorno economico dell’innovazione, la misurazione entra più facilmente nei conti.

AI e aziende familiari: il rischio della sperimentazione dispersa

E l’intelligenza artificiale? È un tema di governance prima ancora che tecnologico. Gli imprenditori ne riconoscono il valore, ma la vedono soprattutto come leva difensiva: uno strumento per non perdere terreno, proteggere il capitale umano e non disperdere know-how nel passaggio generazionale.

Il report descrive un’adozione spesso spontanea e dal basso, la cosiddetta shadow AI. Sono i singoli collaboratori a introdurre strumenti di AI nel lavoro quotidiano prima che la proprietà o il management definiscano una strategia. Le attività più frequenti riguardano compiti a basso valore aggiunto: sintesi di contratti, documenti commerciali, traduzioni tecniche, prime analisi di dati grezzi.

La barriera più rilevante non è il budget, ma la riservatezza dei dati e la protezione del sapere aziendale. Molte imprese trattano ancora l’AI come un problema da affidare alla funzione tecnica, mentre le esperienze più avanzate partono dai processi, dalla qualità dei dati e dalla possibilità di trasformare il know-how individuale in patrimonio organizzativo. In questa prospettiva, l’AI può diventare uno strumento di continuità: aiuta le Next Gen ad accedere più rapidamente alla conoscenza sedimentata nell’impresa e riduce la dipendenza da figure chiave difficili da sostituire.

Il punto, ancora una volta, è la capacità della famiglia imprenditoriale di guidare il cambiamento. Senza governance, l’AI resta sperimentazione isolata. Con processi chiari, dati governati e deleghe esplicite, può diventare una leva per ridisegnare attività, ruoli e competenze.

Raccontare l’innovazione per attrarre talenti, clienti e partner

La terza sfida indicata da Rondi è la comunicazione. Le PMI familiari devono “misurare l’innovazione, per poterla gestire; valorizzarla, trasformandola in un vantaggio competitivo che porta a un risultato economico; comunicarla, per non perdere parte del valore potenziale”.

Il report mostra che 4.272 imprese, pari al 67,8% del campione, hanno un profilo LinkedIn ufficiale. Di queste, però, l’11,5% è di fatto silente. L’analisi ha estratto 144.149 post pubblicati da 3.782 imprese attive, con una forte concentrazione tra 2025 e primi mesi del 2026.

I contenuti si distribuiscono soprattutto tra relazione e promozione commerciale: il 38,5% è relazionale, il 36,5%commerciale, il 12,7% informativo. I post dedicati all’innovazione sono il 12,4%, poco più di uno su otto. Quando le imprese parlano di innovazione, lo fanno soprattutto per raccontare prodotti nuovi o aggiornati (35% dei post di innovazione), cambiamenti organizzativi (29%) e processi (25%). L’innovazione di marketing resta all’11%.

Per le aziende familiari questo è uno spazio competitivo poco presidiato. Comunicare l’innovazione non significa solo fare reputazione: può aiutare ad attrarre talenti, legittimare partnership, rendere più comprensibile il posizionamento sui mercati esteri e trasformare il capitale paziente della famiglia in una storia industriale credibile per clienti e fornitori.

Il messaggio forte del report riguarda il modello imprenditoriale. Le PMI familiari italiane non devono certo imitare le startup né comportarsi come grandi gruppi tecnologici. Hanno un vantaggio diverso: continuità, radicamento, capacità di investire con tempi lunghi, conoscenza profonda di prodotti e filiere. Questo vantaggio produce innovazione quando la famiglia accetta di non essere l’unico centro decisionale e costruisce attorno all’impresa un sistema più aperto.

Il futuro dell’innovazione nelle aziende familiari non dipende solo dall’adozione di tecnologie avanzate. Dipende dalla capacità di trasformare controllo in governance, tradizione in metodo, capitale paziente in investimento misurabile, reputazione familiare in attrazione di competenze. È lì che il family business italiano può diventare una piattaforma di innovazione più forte, senza perdere ciò che lo ha reso rilevante per la struttura economica del Paese e competitivo nel tempo. Ma fino a quando?

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