AI e lavoro

Anna Soru: “Sull’AI servono formazione indipendente e nuove tutele per i freelance”



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La ricerca qualitativa promossa da ACTA raccoglie le esperienze dei freelance italiani davanti all’AI. Il quadro è complesso: alcuni professionisti integrano gli strumenti, altri subiscono processi imposti dai clienti, con micro-attività, compensi ridotti e professionalità svalutata

Pubblicato il 3 lug 2026

Antonio Palmieri

Fondatore e presidente di Fondazione Pensiero Solido



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Anna Soru di Acta
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“L’obiettivo della nostra indagine è capire non solo come, quanto e perché i freelance usano l’intelligenza artificiale, ma anche come sta cambiando concretamente il loro lavoro. Vogliamo sapere se stanno già vedendo degli effetti, ma anche quali sono i loro dubbi, le preoccupazioni e le aspettative.”

Anna Soru, lei è la storica fondatrice di ACTA l’associazione che dal 2004 riunisce i freelance italiani. La vostra è una ricerca qualitativa, giusto?

“Sì. Ci interessa raccogliere testimonianze ed esperienze sul campo, capire la prospettiva dei lavoratori cognitivi e creativi, cosa sta cambiando per loro. Ci interessano le esperienze concrete, non le previsioni degli esperti o i comunicati delle Big Tech. Vogliamo far emergere un punto di vista diverso, quello del mondo dei freelance, sia perché rappresentiamo questa categoria di persone sia perché esistono pochissime ricerche che li riguardano.”

Come si può partecipare a questa indagine qualitativa?

“È aperta a chiunque, basta rispondere alle domande che puoi trovare qui. La ricerca è aperta fino a fine luglio, ma già stiamo analizzando le risposte pervenute finora.”

Freelance e AI: un quadro complesso

Cosa avete trovato? Cosa vi ha detto chi ha partecipato finora?

“Dalle prime interviste è emerso che non esiste una sola storia sull’intelligenza artificiale: le professioni e i settori sono troppo diversi per poter essere racchiusi in una lettura unica, il quadro è molto più complesso di quanto spesso si racconti.”

Vediamo se immagino giusto. Non siamo davanti alla consueta dicotomia tra sostituzione (vale a dire perdita di posti di lavoro) o affiancamento dell’intelligenza artificiale all’essere umano?

“È così. Non si può ridurre il dibattito alla contrapposizione fra distruzione del lavoro e dall’altra parte intensificazione del lavoro, anche se questi due elementi permangono entrambi.”

Mi faccia capire meglio…

“In alcuni casi il processo di sostituzione è stato quasi totale. Abbiamo incontrato professionisti che hanno perso il proprio lavoro perché l’attività che svolgevano è stata completamente assorbita dall’intelligenza artificiale e che quindi hanno dovuto reinventarsi.”

È una dinamica che ha accompagnato tutte le rivoluzioni industriali ma questo non la rende meno dolorosa soprattutto perché chi perde il lavoro non sempre riesce a trovarne un altro…

“In altri casi invece l’intelligenza artificiale è stata integrata con successo nelle attività professionali: alcuni freelance la utilizzano per automatizzare i compiti più ripetitivi e meno gratificanti, liberando tempo da dedicare alle attività più creative, strategiche e a maggior valore aggiunto.”

Anche questo sembra un esito oramai abbastanza consolidato…

“Tuttavia, vi sono molte sfaccettature le situazioni sono molto diverse tra loro. Per esempio, c’è chi è riuscito a mantenere invariati i propri compensi e chi invece si è trovato sottoposto a una forte pressione da parte dei clienti per ridurli.

Questa pressione è particolarmente forte quando l’adozione dell’intelligenza artificiale non è stata una libera scelta dei professionisti, ma un’imposizione dei committenti.”

Lavoro più intenso, competenze svalutate?

Quindi è come se si intensificasse il lavoro e insieme si svalutassero le competenze?

“Un esempio emblematico è quello di molti traduttori, che non hanno scelto di utilizzare l’intelligenza artificiale ma si sono trovati inseriti in processi produttivi che frammentano il lavoro in una miriade di micro-attività di controllo da svolgere in pochi minuti. In pratica professionisti altamente qualificati finiscono per essere trattati come esecutori di operazioni standardizzate, con un forte impoverimento della propria professionalità e compensi sempre più bassi.”

Questo è un punto sicuramente (e tristemente) interessante. Cosa altro avete trovato?

“Esiste poi una vasta area grigia, fatta di situazioni intermedie, in cui vantaggi e svantaggi convivono e il bilancio complessivo varia molto da caso a caso e varia anche con il passare del tempo. Sulla base di coloro che abbiamo intervistato sino ad ora ho potuto osservare che è un bilancio che tende a essere più negativo che positivo, ma non è detto che questa impressione sarà confermata con il proseguo della ricerca.”

Il vostro obiettivo finale quale è?

Vogliamo allargare significativamente la platea dei partecipanti alla ricerca, per costruire un quadro più solido e articolato delle diverse realtà professionali, ma soprattutto…”

…soprattutto?

“L’obiettivo finale della ricerca è capire quali azioni possiamo intraprendere come associazione, sia nei confronti delle istituzioni sia nei confronti dei freelance stessi. Dalle interviste stanno emergendo alcune richieste molto chiare.”

AI e freelance: serve formazione e tutela

Per esempio?

“La prima riguarda la necessità di una divulgazione indipendente su cosa sia e come funzioni l’intelligenza artificiale che non coincida semplicemente con il racconto promosso dalle big tech, una divulgazione accompagnata da attività di formazione e di assistenza mirate.”

Poi?

“La seconda richiesta riguarda interventi più specifici: dalla tutela dei diritti d’autore, in particolare rispetto alle clausole che prevedono la cessione dei contenuti per l’addestramento delle intelligenze artificiali, alla tutela contrattuale, specie per quanto riguarda la difesa dei compensi di chi lavora da freelance, che rischia di essere spinto sempre di più verso una precarizzazione a basso stipendio.”

La storia di ACTA

Sono tutte richieste in linea con la missione che storicamente ACTA si è data. A proposito, mi ricorda come è nata la vostra associazione?

“È una storia che possiamo definire di indignazione costruttiva.”

Vale a dire?

“Negli anni 80 ero incinta della mia prima figlia e scopro che in quanto lavoratrice autonoma non ho diritto all’indennità di maternità. Dopo che la bimba è nata, vengo automaticamente classificata come contribuente ad alto reddito e per questo sono esclusa dagli asili nido pubblici…”

Perché?

“Non importava quanto io davvero guadagnassi, una dichiarazione che avesse attestato il contrario non sarebbe stata ritenuta credibile perché di default una lavoratrice autonoma rientrava tra gli evasori fiscali. La decisione di fondare un’associazione di freelance è nata in quel periodo…poi ci ho messo più di 15 anni a realizzarla, perché fra figlie e lavoro il tempo era quello che era, ma nel 2004 ACTA ha finalmente visto la luce.”

E ora?

“Per i primi 19 anni ne sono stata presidente, poi, non appena si sono fatte avanti persone giovani e piene di energie, mi sono fatta da parte, non per stanchezza ma perché ritengo che un’associazione per funzionare deve rinnovarsi.”

Questo è un approccio generativo e non proprietario che le fa onore. Che ruolo svolge ora in ACTA?

“Sono nel consiglio direttivo e coordino le attività di ricerca, un ruolo che mi permette di continuare a restare dentro l’associazione facendo quello che più mi piace, perché mi occupo da sempre di ricerche economica su imprenditorialità e lavoro autonomo. In forza di questa responsabilità, mi sono chiesta: come associazione c’è qualcosa che possiamo fare per aiutare i freelance a non essere travolti dalla rivoluzione dell’intelligenza artificiale?”

Una preoccupazione dovuta al fatto che l’intelligenza artificiale sta avanzando a una velocità impressionante ed è ormai presente ovunque…

“Abbiamo iniziato studiando i rapporti e le ricerche disponibili, ma ci siamo accorti che quasi tutte guardano il fenomeno dal punto di vista delle imprese o si limitano a misurare l’utilizzo delle diverse piattaforme di intelligenza artificiale. Per questo abbiamo deciso di partire da un’altra prospettiva, da quella di chi lavora, soprattutto nei servizi cognitivi e creativi, per capire quali siano davvero le conseguenze di questi cambiamenti e come affrontarle per salvaguardare i liberi professionisti…”

…quale lei è sempre stata nella sua carriera professionale.

“Ho sempre lavorato come non dipendente e continuo a ritenere che sia giusto e doveroso dare rappresentanza al lavoro indipendente, perché siamo troppo spesso considerati e trattati come cittadini e lavoratori di serie B.”

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