Maurizio Bernardo: Che cosa serve al fintech italiano - Economyup

L'INTERVISTA

Maurizio Bernardo: “Al fintech italiano servono regole più leggere, incentivi e investitori”



La prima esigenza è alleggerire le regole del gioco, dice il presidente di Assofintech Maurizio Bernardo. “La sandbox è un percorso rimasto a metà, si trovi un altro strumento”. Il punto sullo stato del fintech italiano il 9 novembre a Milano in occasione di Fintech Future 2022

di Giovanni Iozzia

07 Nov 2022

Maurizio Bernardo, presidente di Assofintech

“Il fintech italiano sta bene, ma potrebbe stare meglio”. Maurizio Bernardo, presidente di Assofintech, sintetizza così lo stato di salute dell’innovazione nel mercato dei servizi finanziari alla vigilia del Fintech Future 2022 in programma al MUDEC di Milano mercoledì 9 novembre in versione phygital.

Nel 2022 è nato il primo unicorno fintech totalmente italiano (Satispay), Poste Italiane ha fatto il suo più grande investimento di sempre su una fintech (LIS), le startup sono sempre più numerose e vivaci. Ci sono gli elementi peer poter essere ottimisti, anche perché “il destino delle banche e della finanza va verso il fintech”, ricorda Bernardo, che è stato presidente della Commissione Finanza e ha condotto la prima indagine parlamentare sul fintech in Italia. Dal 2020 è presidente di Assofintech,

Presidente, che cosa serve per far star meglio il fintech?
La prima esigenza è alleggerire le regole del gioco. Abbiamo una sandbox che è poco concreta, un percorso rimasto a metà. Se non è questo il veicolo giusto per sostenere le sperimentazioni, per fare innovazione, allora se ne trovi un altro. Servono poi incentivi fiscali per chi investe. E bisogna lavorare per creare una cultura dell’innovazione e del digitale nel nostro Paese.

Vediamo allora le priorità, La prima cosa da fare?
A 10 anni dello Startup Act, rivedere il decreto sulle startup innovative come un perimetro all’interno del quale muoversi anche in materia di blockchain e metaverso, con regole che evitino la localizzazione delle nostre startup in altri Paesi per ragioni fiscali. Dobbiamo avere in Italia meno branch e più sedi.

Altre priorità?
Sviluppare la capacità di attrarre il mondo del venture capital e altri investitori internazionali con una maggiore certezza del diritto: dobbiamo garantire che le regole del gioco non cambino continuamente.

Dobbiamo fare affidamento solo sugli investitori internazionali?
No, bisogna mettere più risorse a disposizione di CDP Venture Capital e deono essere rirose importanti per poter far crescere il mercato nazionale degli investimenti in startup e innovazione

Due anni dopo dall’inizio dell’operatività della direttiva europea PSD2 l’open banking in Italia stenta a decollare, con le opportunità connesse per privati e imprese. Qual è la vostra analisi?
Oggi noi parliamo più di open finance. In Italia stiamo assistendo a un cammino un po’ troppo lento anche da parte di chi dovrebbe trainare il mercato. Credo che a frenare ci sia soprattutto una ragione culturale che vede questi processi come un obbligo e non un’opportunità di innovazione.

Quale rischio stiamo correndo?
Il rischio è di essere scavalcati da operatori stranieri, pur avendo realtà imprenditoriali italiane con prodotti e dimensioni
importanti. C’è da sviluppare una nuova cultura e questo è un impegno di Assofintech che il 9 novembre riunisce allo stesso tavolo i rappresentanti di altre associazioni, a partire dall’insurtech, perché fare sistema fra di noi per cambiare la cultura e sviluppare il mercato.

Giovanni Iozzia

Ho studiato sociologia ma da sempre faccio il giornalista e seguo la tecnologia . Sono stato direttore di Capital, vicedirettore di Chi e condirettore di PanoramaEconomy.