L’intelligenza artificiale è ormai una presenza consolidata nel fintech italiano, ma trasformare l’innovazione in un business sostenibile resta una sfida. Il 70% delle imprese utilizza soluzioni di AI, mentre il 64% investe meno di 200.000 euro all’anno in prodotti e servizi fintech.
A fotografare questa distanza tra capacità tecnologica e dimensione economica è l’Indagine Fintech sugli operatori italiani non vigilati – 2026, pubblicata dalla Banca d’Italia. La rilevazione, condotta su 157 imprese e riferita al 2025, descrive un settore sempre più integrato con il sistema bancario, nel quale l’accesso ai grandi clienti, la disponibilità di capitali e gli adempimenti normativi continuano a condizionare le prospettive di crescita.
Indice degli argomenti
Fintech Italia 2026: un mercato dominato dal B2B
Il fintech italiano presenta una struttura imprenditoriale relativamente giovane, caratterizzata da aziende di dimensioni contenute e da una forte specializzazione tecnologica. Secondo la Banca d’Italia, il 49% degli operatori intervistati è stato costituito tra cinque e dieci anni fa, mentre la distribuzione geografica rimane concentrata soprattutto nel Nord Italia, con Milano come principale polo di riferimento.
Una delle caratteristiche più significative riguarda il modello di business. Il 73% delle fintech intervistate opera prevalentemente nel mercato business-to-business (B2B), fornendo prodotti, infrastrutture e servizi tecnologici ad altre imprese. Le soluzioni B2B2C, attraverso le quali i servizi raggiungono il consumatore finale tramite un intermediario, rappresentano il 22% del campione. Soltanto il 5% delle aziende adotta prevalentemente un modello B2C.
Questa distribuzione aiuta a comprendere il ruolo assunto dalle fintech nella trasformazione digitale dei servizi finanziari. Molte aziende sviluppano tecnologie che vengono integrate nei processi e nelle piattaforme di banche, intermediari e imprese, contribuendo all’evoluzione dell’offerta finanziaria senza necessariamente instaurare un rapporto diretto con il consumatore.
Il rapporto tra fintech e banche diventa strutturale
La collaborazione con gli intermediari vigilati costituisce una componente importante dell’ecosistema. Il 66% delle imprese dichiara di avere rapporti di partnership con almeno un intermediario sottoposto a vigilanza.
Le attività delle fintech si concentrano principalmente nei servizi di supporto al settore finanziario, nel credito, nei pagamenti e negli investimenti. Le partnership coinvolgono inoltre fornitori tecnologici e altre imprese fintech, dando origine a una rete di relazioni commerciali e operative.
Gli accordi di licenza rappresentano una delle modalità più diffuse per formalizzare queste collaborazioni. Risultano meno frequenti forme di integrazione societaria o organizzativa più profonde, come joint venture, partecipazioni azionarie e accordi di ricerca e sviluppo.
Per le banche, il ricorso a fornitori fintech può favorire l’accesso a competenze specialistiche e soluzioni tecnologiche sviluppate all’esterno. Per le imprese innovative, invece, la collaborazione tra banche e startup rappresenta un’opportunità commerciale importante, accompagnata da requisiti particolarmente stringenti in materia di sicurezza, continuità operativa e affidabilità.
La centralità del B2B si riflette anche nelle infrastrutture tecnologiche: il 65% delle fintech intervistate adotta un modello completamente cloud-based, mentre il 34% utilizza architetture ibride che combinano servizi cloud e infrastrutture locali. Le soluzioni esclusivamente on-premise riguardano appena l’1% degli operatori.
L’impiego di piattaforme bancarie cloud basate su API è una delle direttrici di trasformazione delle infrastrutture finanziarie, come mostrano anche le iniziative tecnologiche dei grandi gruppi bancari.
Intelligenza artificiale nel fintech: il 70% delle imprese utilizza l’AI
L’intelligenza artificiale si conferma la tecnologia più diffusa tra gli operatori fintech italiani non vigilati. Secondo l’indagine della Banca d’Italia, il 70% delle aziende dichiara di utilizzare soluzioni di AI, mentre il 29% la identifica come tecnologia prevalente della propria attività.
Il risultato conferma una tendenza già osservata nella precedente edizione dell’indagine, quando l’intelligenza artificiale rappresentava la tecnologia più utilizzata da una quota analoga di operatori.
L’evoluzione più interessante riguarda la crescente articolazione delle applicazioni. La rilevazione del 2026 approfondisce infatti le diverse modalità di utilizzo dell’intelligenza artificiale, distinguendo tra sistemi predittivi, generativi e agentici.
Dall’AI predittiva agli agenti autonomi
Tra le imprese che indicano l’intelligenza artificiale come tecnologia principale, la distribuzione delle diverse applicazioni appare sostanzialmente equilibrata.
Il 34% utilizza prevalentemente sistemi di AI agentica, il 33% soluzioni di intelligenza artificiale predittiva e un ulteriore 33% tecnologie di AI generativa.
Le tre categorie rispondono a esigenze differenti. L’AI predittiva viene impiegata per analizzare informazioni e individuare correlazioni utili alle decisioni. Le applicazioni generative consentono di produrre e rielaborare contenuti e informazioni. I sistemi agentici, invece, sono progettati per eseguire sequenze di attività e interagire con strumenti e ambienti digitali, con diversi livelli di autonomia.
La distribuzione rilevata dalla Banca d’Italia indica che le strategie tecnologiche delle fintech comprendono applicazioni differenti, con una presenza significativa di sistemi orientati all’automazione dei processi.
Per CIO e CTO del settore finanziario, questa evoluzione assume rilievo soprattutto nei progetti di integrazione tecnologica. L’adozione di soluzioni AI sviluppate da fornitori esterni richiede infatti valutazioni sulla qualità dei dati, sull’interoperabilità dei sistemi, sulla sicurezza e sui meccanismi di controllo delle applicazioni. Sono aspetti centrali anche nel dibattito sulla governance dell’AI nel banking.
Accanto all’intelligenza artificiale, il report segnala la diffusione di tecnologie di analisi avanzata dei dati, blockchain e Distributed Ledger Technology (DLT), oltre a strumenti di crittografia avanzata.
L’orientamento tecnologico del settore appare quindi fortemente legato alla gestione delle informazioni e all’automazione, due ambiti centrali per l’evoluzione delle infrastrutture finanziarie.
Investimenti fintech in Italia: l’autofinanziamento rimane prevalente
La diffusione di tecnologie avanzate convive con una capacità di investimento ancora limitata per una parte consistente delle imprese.
L’indagine evidenzia che l’84% degli operatori ricorre a mezzi propri per finanziare le proprie attività, mentre strumenti come venture capital e private equity risultano meno diffusi.
Il dato descrive un ecosistema nel quale l’autofinanziamento mantiene un ruolo centrale. Per molte imprese, la disponibilità di risorse economiche dipende quindi in misura significativa dal capitale apportato dai soci e dalla capacità di generare ricavi.
Anche l’entità degli investimenti annuali conferma la dimensione relativamente contenuta di numerosi operatori. Il 64% delle aziende investe meno di 200.000 euro all’anno nello sviluppo di prodotti e servizi fintech.
Sul fronte dei ricavi, il 44% dichiara un fatturato riconducibile alle attività fintech inferiore a 200.000 euro.
Questi risultati suggeriscono che la specializzazione tecnologica non si traduce automaticamente in una struttura economica di grandi dimensioni. Le imprese possono disporre di competenze avanzate e sviluppare soluzioni innovative, pur operando con risorse finanziarie limitate.
Il divario tra innovazione e capacità di investimento
La struttura finanziaria delle fintech incide sulle possibilità di ampliare l’offerta, acquisire clienti e sostenere progetti tecnologici complessi.
Lo sviluppo di soluzioni destinate al settore bancario richiede investimenti che possono estendersi oltre la realizzazione del prodotto. Le imprese devono affrontare attività di integrazione, verifiche di sicurezza, adeguamenti normativi e processi di validazione richiesti dai clienti.
Per un operatore di piccole dimensioni, queste attività possono assorbire una quota significativa delle risorse disponibili, soprattutto quando i tempi necessari per acquisire nuovi contratti sono lunghi.
La Banca d’Italia rileva inoltre che, per il 2026, prevalgono aspettative di crescita moderata del fatturato e degli investimenti. Le prospettive degli operatori indicano quindi un orientamento all’espansione, accompagnato da una valutazione prudente delle possibilità di sviluppo.
Il tema assume particolare importanza per il mercato italiano, dove il rapporto tra disponibilità di capitali, domanda di innovazione e capacità di commercializzazione può influenzare la crescita delle imprese tecnologiche. A incidere sulle opportunità di finanziamento contribuisce anche l’andamento del venture capital italiano, che nel primo semestre 2026 ha registrato una contrazione degli investimenti e del numero di operazioni secondo i dati AIFI e PwC.
Perché le fintech italiane faticano a crescere
Uno dei risultati più significativi dell’indagine riguarda gli ostacoli incontrati dalle imprese nella fase di scalabilità, ossia nel passaggio dallo sviluppo di una soluzione alla sua diffusione commerciale.
Circa il 60% degli operatori individua nella complessità dei processi di procurement dei grandi clienti la principale barriera alla crescita.
Il dato evidenzia una difficoltà particolarmente rilevante per le aziende che operano nel B2B e forniscono servizi a banche, intermediari finanziari e grandi imprese.
L’acquisizione di un cliente di grandi dimensioni può richiedere procedure articolate di selezione e qualificazione dei fornitori, verifiche tecniche e organizzative, controlli di sicurezza e valutazioni sulla continuità del servizio.
Per le fintech, questi passaggi possono tradursi in tempi commerciali prolungati e in ulteriori costi, anche quando la soluzione tecnologica è già disponibile.
La Banca d’Italia segnala inoltre altre criticità legate all’integrazione dei dati, ai requisiti regolamentari e alla disponibilità di competenze tecniche.
Aumentano i progetti fintech abbandonati
Le difficoltà di sviluppo commerciale trovano riscontro anche nell’aumento dei progetti interrotti.
Secondo il report, il 26% delle imprese dichiara di aver abbandonato almeno un progetto nell’ultimo anno, contro il 16% registrato nella precedente rilevazione.
Le motivazioni principali riguardano la mancanza di risorse finanziarie e lo scarso interesse del mercato.
Il confronto richiede alcune cautele, poiché la composizione del campione è cambiata tra le due edizioni dell’indagine. Tuttavia, la Banca d’Italia ha analizzato anche le imprese presenti in entrambe le rilevazioni, riscontrando un incremento dei progetti interrotti dal 17% al 23%.
L’aumento risulta quindi visibile anche considerando un insieme omogeneo di operatori.
Il fenomeno rimane minoritario, ma segnala le difficoltà che alcune imprese incontrano nel consolidare commercialmente le proprie iniziative.
Per i fornitori tecnologici del settore finanziario, la sostenibilità dei progetti dipende da diversi fattori: capacità di intercettare una domanda effettiva, disponibilità di finanziamenti, tempi di acquisizione dei clienti e possibilità di integrare le soluzioni nelle infrastrutture esistenti.
La complessità dei processi di acquisto dei grandi operatori finanziari diventa così una variabile importante nella valutazione delle prospettive di crescita delle fintech.
Regolamentazione fintech: gli effetti di DORA, AI Act e GDPR
Il quadro regolamentare rappresenta un altro fattore determinante per le attività delle fintech italiane, comprese quelle che non sono direttamente sottoposte alla vigilanza delle autorità finanziarie.
L’indagine della Banca d’Italia mostra una percezione articolata degli effetti della normativa.
Il 56% delle imprese valuta negativamente o molto negativamente l’impatto della regolamentazione sui costi operativi, mentre il 50% esprime un giudizio analogo sulle conseguenze per il time to market, ossia il tempo necessario per portare un prodotto o servizio sul mercato.
Le valutazioni risultano più favorevoli quando si considerano lo sviluppo tecnologico e la definizione del modello di business: rispettivamente il 41% e il 39% delle risposte si collocano su livelli positivi o molto positivi.
Nel complesso, il 63% degli operatori individua almeno un ambito nel quale la regolamentazione produce effetti negativi o molto negativi.
Le imprese riconoscono comunque l’importanza di un sistema di regole definito. Tra quelle che segnalano criticità, il 70% considera complessivamente necessari i vincoli previsti dalla normativa vigente.
Le normative più rilevanti per le fintech
Il GDPR è la normativa considerata rilevante dalla quota maggiore di operatori, pari all’83%, in aumento rispetto al 75% della precedente rilevazione.
Seguono, tutte indicate dal 59% delle imprese, la disciplina antiriciclaggio e di contrasto al finanziamento del terrorismo (AML/CFT), il regolamento europeo sulla resilienza operativa digitale DORA e l’AI Act.
La rilevanza attribuita a queste disposizioni deve essere interpretata considerando le diverse modalità con cui possono incidere sull’attività delle imprese.
Il GDPR e l’AI Act possono trovare applicazione diretta in relazione al trattamento dei dati personali e allo sviluppo o utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale, secondo i rispettivi ambiti di applicazione.
Per normative specifiche del settore finanziario, come DORA, gli effetti possono manifestarsi anche indirettamente. Gli intermediari vigilati devono rispettare requisiti di sicurezza informatica, resilienza operativa e gestione dei fornitori, che possono tradursi in obblighi contrattuali e richieste organizzative nei confronti dei partner tecnologici.
Per una fintech che sviluppa soluzioni destinate alle banche, la capacità di soddisfare questi requisiti può incidere sulle opportunità commerciali e sulle condizioni di accesso al mercato.
La compliance viene affidata soprattutto a consulenti esterni
La complessità normativa si riflette anche nelle scelte organizzative.
Il 53% delle fintech intervistate affida la gestione della compliance esclusivamente a consulenti esterni, mentre il 29% adotta un modello misto, combinando strutture interne e supporto specialistico.
La gestione completamente interna riguarda il 13% delle aziende. Il restante 5% dichiara di non disporre di presidi dedicati.
Rispetto alla precedente rilevazione, il ricorso esclusivo a consulenti esterni è aumentato dal 31% al 53%. La tendenza viene confermata, con intensità inferiore, anche dal confronto tra le imprese che hanno partecipato a entrambe le edizioni.
Secondo la Banca d’Italia, le scelte organizzative dipendono soprattutto dalla dimensione aziendale, indicata dal 56% degli operatori, dalle richieste di investitori e partner commerciali (40%) e dalla disponibilità di competenze interne (39%).
Per le aziende di dimensioni più contenute, l’esternalizzazione permette di accedere a professionalità specialistiche senza sostenere necessariamente i costi di una struttura interna dedicata.
La gestione della conformità assume così un ruolo operativo importante nei rapporti con gli intermediari finanziari, influenzando l’organizzazione aziendale e i processi di collaborazione.
Le prospettive del fintech italiano tra nuovi mercati e crescita internazionale
L’internazionalizzazione rappresenta una delle direttrici di sviluppo delle fintech italiane.
Secondo l’indagine, il 28% delle imprese opera già all’estero, mentre il 30% prevede di avviare attività internazionali nei prossimi anni. L’Europa costituisce la principale area geografica di riferimento per l’espansione.
Le aziende privilegiano modalità di ingresso diretto nei mercati esteri, ma devono confrontarsi con difficoltà legate alla costruzione di partnership locali e al reperimento delle risorse finanziarie necessarie.
L’espansione internazionale può offrire opportunità di diversificazione commerciale e accesso a una platea più ampia di clienti. Richiede però capacità organizzative, investimenti e conoscenza delle condizioni operative e normative dei mercati di destinazione.
Per gli operatori che forniscono servizi tecnologici al settore bancario, la possibilità di sviluppare rapporti commerciali con intermediari esteri dipende anche dalla capacità di rispondere a requisiti tecnici e regolamentari differenti.
Le evidenze raccolte dalla Banca d’Italia descrivono un settore che dispone di competenze tecnologiche avanzate e mantiene un forte orientamento all’innovazione, pur operando spesso con strutture economiche contenute.
La diffusione dell’intelligenza artificiale, la prevalenza dei modelli B2B e l’integrazione con il sistema finanziario tradizionale indicano alcune delle principali caratteristiche del mercato fintech italiano nel 2026.
Le prospettive di sviluppo rimangono legate alla capacità delle imprese di consolidare i rapporti commerciali, finanziare gli investimenti e gestire i requisiti richiesti dai grandi clienti. Per banche e intermediari, la collaborazione con questi operatori continuerà a richiedere un equilibrio tra accesso all’innovazione, affidabilità dei fornitori e integrazione delle nuove tecnologie nei processi aziendali.
FAQ: Fintech – BankingUp
Che cos’è il Fintech e come sta trasformando il settore bancario?
Il Fintech rappresenta la trasformazione digitale nell’industria del banking e dei servizi finanziari. È l’applicazione dell’innovazione tecnologica al settore finanziario che sta rivoluzionando il modo in cui vengono erogati i servizi bancari tradizionali. Questa trasformazione coinvolge diversi ambiti: dal retail banking alle criptovalute, dalla blockchain agli instant payments, dal mobile banking all’open banking. BankingUp è il primo canale dedicato al futuro delle banche e dei servizi finanziari, che monitora news, tendenze, scenari e startup del settore. La digitalizzazione sta permettendo lo sviluppo di nuovi modelli di business e l’ingresso di nuovi player nel mercato, creando un ecosistema finanziario più integrato e collaborativo dove clienti, banche tradizionali e nuovi operatori possono interagire per offrire soluzioni innovative e personalizzate.
Quali sono le principali startup Fintech in Italia e come sta evolvendo il loro mercato?
Il mercato delle startup Fintech in Italia sta attraversando una fase di maturità e consolidamento. Secondo l’Osservatorio Fintech & Insurtech del Politecnico di Milano, a fine 2024 si contavano 596 startup fintech attive, in lieve calo rispetto alle 622 del 2023. Nonostante questa riduzione numerica, le startup esistenti hanno rafforzato la propria posizione attraverso sinergie con partner industriali e finanziari, dimostrando capacità di adattamento e resilienza. Tra le realtà italiane più affermate troviamo Satispay, Scalapay e Credimi. Altri esempi significativi includono Cardo AI, specializzata nello sviluppo di tecnologie avanzate per la finanza strutturata, che ha recentemente concluso un’exit totale con un round Series A da 15 milioni di dollari, e Volume, startup fintech fondata a Londra dall’italiano Simone Martinelli, specializzata in pagamenti account-to-account, che ha raccolto 6 milioni di dollari in un round di finanziamento. I finanziamenti complessivi sono aumentati del 44% rispetto all’anno precedente, raggiungendo i 250 milioni di euro, e anche i ricavi hanno registrato una crescita del 29%.
Quali sono le principali sfide che affrontano le startup Fintech?
Le startup Fintech devono affrontare diverse sfide significative nel loro percorso di crescita. Una delle principali è l’accesso ai capitali: il 46% è impegnato nella ricerca fondi e solo il 12% ha identificato investitori adeguati al round pianificato. I round sono spesso destinati allo sviluppo del prodotto più che all’espansione in nuovi mercati, e l’ammontare dei fondi è generalmente contenuto (oltre il 50% delle richieste è inferiore a 2 milioni di euro). Un’altra sfida importante è il passaggio dalla sperimentazione all’industrializzazione di prodotti e servizi, in un mercato che sta entrando in una nuova fase di maturità. Inoltre, le startup devono affrontare la complessità normativa e la concorrenza sia delle banche tradizionali che stanno digitalizzando i loro servizi, sia di altre fintech. La capacità di adattarsi rapidamente ai cambiamenti del mercato e di costruire partnership strategiche con attori consolidati diventa quindi fondamentale per la sopravvivenza e il successo in questo settore.
Quali tecnologie stanno guidando l’innovazione nel settore Fintech?
Nel 2024, le tecnologie sono il fulcro dell’offerta delle startup fintech, che puntano soprattutto su quelle più consolidate, come API (adottate dal 70%) e Artificial Intelligence (43%). Tra le tecnologie emergenti, si distingue la crescita significativa della Generative AI, adottata dal 26% delle startup, principalmente per ottimizzare processi di back-office. Altre tecnologie rilevanti includono la blockchain, utilizzata per garantire maggiore sicurezza e trasparenza nelle transazioni finanziarie, e l’Internet of Things (IoT), che sta collegando dispositivi fisici alla rete per consentire una gestione più intelligente delle risorse finanziarie. Queste innovazioni tecnologiche permettono di analizzare i rischi in tempo reale, prevedere insolvenze e migliorare la precisione delle decisioni strategiche. L’adozione di queste tecnologie sta trasformando radicalmente il modo in cui vengono erogati i servizi finanziari, rendendo possibili nuovi modelli di business e migliorando l’esperienza utente.
Cos’è l’Open Banking e come sta cambiando il settore finanziario?
L’Open Banking è una condivisione dei dati tra i diversi attori dell’ecosistema bancario, autorizzata dai clienti, scaturita dalla PSD2 (Payment Services Directive 2), direttiva europea sui pagamenti digitali emanata nel 2018. Questa innovazione ha portato una vera disruption nel mondo bancario, obbligando per la prima volta le banche europee ad aprire le proprie API (Application Program Interface) a società fintech e altre aziende che si occupano di prodotti e servizi finanziari. Grazie all’Open Banking, la capacità di servire direttamente i clienti non è più una prerogativa esclusiva delle banche tradizionali, ma viene condivisa con società fintech e tech retailer. La fiducia degli italiani nell’Open Banking continua a crescere: nel primo semestre 2024 quasi la metà degli utenti (49,2%) ha almeno un conto connesso. A partire dal 2025, con l’introduzione della versione finale del Regolamento europeo FIDA (Financial Data Access), si entrerà nell’epoca dell’Open Finance, che estenderà il concetto di Open Banking prevedendo la condivisione e l’accesso a una gamma ancora più ampia di dati e prodotti bancari tramite API.
Come sta evolvendo il settore dei pagamenti digitali nelle assicurazioni?
Il settore dei pagamenti digitali nelle assicurazioni sta vivendo una profonda trasformazione. Secondo l’Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano, nel 2024 il valore transato tramite strumenti di pagamento digitali ha raggiunto 481 miliardi di euro, pari al 43% del totale delle transazioni, segnando per la prima volta il sorpasso sul contante. Nei punti vendita fisici, il valore incassato con strumenti digitali è stato di 385 miliardi di euro, in crescita del 7% rispetto al 2023. Nuovi modelli per incassi e rimborsi, tokenizzazione, wallet, approcci mobile-first e formule in abbonamento stanno ridefinendo la relazione tra compagnie e assicurati. Secondo un recente report di Adyen ed EY, oltre la metà dei clienti insurance online desidera acquistare polizze tramite canali mobile-first, mentre per le generazioni più giovani (Gen Z e Millennial) la semplicità del pagamento rientra tra i primi cinque fattori decisionali nella scelta di un’assicurazione. Le soluzioni mobile-first stanno diventando lo standard per la sottoscrizione di polizze temporanee, on-demand o basate sull’utilizzo, mentre i modelli in abbonamento, particolarmente apprezzati dai clienti tra i 25 e i 34 anni, aprono la strada a logiche di pagamento più vicine ai servizi digitali.
Quali sono le principali sfide assicurative del futuro e come il settore si sta adattando?
Secondo una ricerca di EY per Italian Insurtech Association, clima, invecchiamento demografico e cybersecurity sono le nuove priorità per l’industria assicurativa. Il rischio climatico si conferma la minaccia più urgente e trasversale, con il 79% delle compagnie che dichiara di avere già a catalogo coperture contro le catastrofi naturali (NatCat). L’offerta attuale include polizze property con estensione agli eventi catastrofali (80%), soluzioni stand-alone per terremoti, alluvioni e grandinate (73%), prodotti dedicati al settore agricolo e soluzioni multirischio (entrambi al 40%). Per quanto riguarda il cyber risk, il 53% degli operatori ha già soluzioni a catalogo, ma la domanda resta debole: il 59% degli operatori la considera bassa. Le coperture più diffuse riguardano malware, ransomware e cyber estorsioni (100%), violazione dei dati (78%) e interruzione dell’attività (56%). Infine, la Long Term Care si afferma come risposta strategica all’invecchiamento demografico, con il 65% delle compagnie che ha già prodotti dedicati. Per aumentare il valore percepito di queste coperture, le compagnie puntano su servizi integrativi come l’assistenza domiciliare certificata (70%), il care management personalizzato (50%) e le convenzioni con RSA e strutture sanitarie (45%).
Cos’è il Banking-as-a-Service e quali vantaggi offre?
Il Banking-as-a-Service (BaaS) è la messa a disposizione da parte delle banche dei propri servizi finanziari al di fuori dei rami tradizionali. Ciò avviene attraverso il cloud e le API (Application Programming Interface), a vantaggio di società esterne, come fintech o altre aziende digitali. Queste ultime sono così in grado di offrire ai loro clienti servizi bancari tradizionali, come conti bancari online, carte di debito, prestiti e soluzioni di pagamento, senza aver bisogno della licenza bancaria. Grazie al BaaS, qualunque azienda può fornire servizi bancari ai suoi clienti. Affinché il BaaS abbia successo, è cruciale che si instauri una collaborazione tra gli istituti di credito e le società fintech. Le banche possono utilizzare strumenti già testati dalle fintech, riducendo i tempi di go-to-market, mentre grazie al digitale possono raggiungere più facilmente i clienti delle Generazioni Y e Z. Il BaaS non va confuso con l’open banking: nel BaaS la società che si appoggia alla piattaforma non entra mai veramente in possesso dei soldi o dei dati del cliente, agisce semplicemente come un intermediario e non è soggetta agli obblighi normativi e di compliance che una banca si trova quotidianamente a dover adempiere.
Quali sono le banche che investono di più nel Fintech a livello mondiale?
Secondo un rapporto realizzato da Cb Insights, dal 2013 al 2017 le principali banche mondiali hanno investito complessivamente 118 miliardi di dollari nel settore del fintech. A guidare la classifica degli istituti di credito più “innovativi” è Goldman Sachs con 37 miliardi di dollari, seguita da Citi Banks (25 miliardi) e J.P. Morgan (14 miliardi). Ogni banca ha una preferenza di investimento specifica: J.P. Morgan si è focalizzata sul settore dei pagamenti, Citi Banks ha puntato sulla sicurezza e l’ecommerce, mentre Goldman Sachs ha scommesso sul settore dei prestiti e sul regtech. Le banche italiane, invece, sembrano essere ancora in affanno rispetto al processo di trasformazione digitale. Secondo un censimento realizzato da ABI, il 70% delle banche italiane analizzate sta lavorando per sviluppare relazioni con le startup fintech, con spese in tecnologia che hanno raggiunto quota 4,5 miliardi di euro. Tuttavia, gli investimenti sono ancora limitati rispetto ai colossi internazionali.
Quali sono i settori emergenti nel Fintech?
Le startup fintech operano in una vasta gamma di settori emergenti. Tra i principali troviamo i pagamenti digitali, la gestione patrimoniale, i prestiti peer-to-peer, le assicurazioni digitali (insurtech), la blockchain e le criptovalute. Altri settori in crescita includono le regtech (tecnologie regolamentari) e le soluzioni di cybersecurity finanziaria. In particolare, nel panorama italiano, circa 86 startup sono attive nell’insurtech, il settore che applica la tecnologia al mondo delle assicurazioni. Il settore dei pagamenti digitali sta vivendo una forte crescita, con il valore transato che ha raggiunto 481 miliardi di euro nel 2024, pari al 43% del totale delle transazioni. Anche l’Open Banking sta guadagnando terreno, con quasi la metà degli utenti italiani (49,2%) che ha almeno un conto connesso nel primo semestre 2024. Questa diversificazione permette di affrontare e risolvere problemi specifici attraverso soluzioni tecnologiche mirate, contribuendo alla trasformazione digitale dell’intero settore finanziario.
































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