La decarbonizzazione dell’industria pesante sta entrando in una fase diversa. Il problema non è più soltanto individuare le tecnologie capaci di ridurre le emissioni, ma capire quali siano sufficientemente mature da funzionare in un impianto reale, con costi sostenibili e continuità operativa compatibile con produzioni che non possono semplicemente essere fermate. È qui che la transizione dei settori cosiddetti hard-to-abate – cemento, acciaio, chimica, raffinazione e altre produzioni energivore – incontra un tema finanziario oltre che tecnologico.
Una parte delle emissioni industriali può essere eliminata con efficienza energetica, elettrificazione e fonti rinnovabili. Una quota, però, deriva direttamente dai processi chimici impiegati per produrre materiali come cemento e acciaio oppure richiede temperature per le quali le alternative completamente elettriche non sono ancora disponibili su larga scala. In questo spazio stanno crescendo tecnologie come Carbon Capture and Storage (CCS), Carbon Capture Utilisation and Storage (CCUS), idrogeno a basse emissioni, nuovi processi termici e materiali alternativi.
Per le utility, il passaggio apre un nuovo terreno industriale. Non solo fornire energia alle imprese energivore, ma partecipare allo sviluppo delle tecnologie necessarie a trasformarne i processi produttivi. Il Corporate Venture Capital (CVC) può essere uno degli strumenti con cui presidiare questa transizione, investendo nelle startup prima che le tecnologie raggiungano pienamente la scala commerciale e mettendo a disposizione asset, competenze industriali, clienti e infrastrutture.
Ma c’è un punto decisivo: il venture capital, da solo, non può finanziare la riconversione dell’industria pesante. Il suo ruolo è soprattutto accelerare il percorso che porta una tecnologia dal prototipo all’impianto dimostrativo e, successivamente, renderla abbastanza credibile da attirare capitali molto più grandi.
| Fenomeno | Dato utile | Che cosa misura davvero | Perché conta |
|---|---|---|---|
| Progetti CCS operativi nel mondo | 77 nel 2025 | Gli impianti commerciali già in funzione | La CCS sta passando progressivamente dalla sperimentazione alla realizzazione industriale |
| Progetti CCS in costruzione | 47 | Gli investimenti che hanno già superato gran parte delle fasi preliminari | Segnala l’ampliamento della pipeline commerciale |
| Pipeline globale CCS | 734 progetti, +17% in un anno | Progetti operativi, in costruzione o sviluppo | Mostra quanto capitale e quanta capacità industriale saranno necessari per portarli a scala |
| Capacità di cattura operativa | 64 milioni di tonnellate di CO₂/anno nel luglio 2025, +25% annuo | Capacità effettivamente installata | La crescita è significativa ma ancora lontana dalla scala necessaria per gli obiettivi climatici |
| Innovation Fund UE, call 2024 | 2,7 miliardi di euro a 54 progetti con grant firmati nel marzo 2026 | Sostegno pubblico alla prima industrializzazione delle tecnologie clean | Dimostra quanto il de-risking pubblico continui a essere necessario nei progetti industriali |
| Hydrogen Auction 2025 | 1,3 miliardi di euro di budget | Incentivi europei alla produzione di idrogeno rinnovabile e low-carbon | L’idrogeno resta una delle opzioni strategiche per alcuni usi industriali difficili da elettrificare |
Indice degli argomenti
I limiti dell’elettrificazione diretta e la necessità di nuove soluzioni tecnologiche
L’elettrificazione resta una delle leve fondamentali della decarbonizzazione industriale, ma non risolve ogni problema.
La difficoltà diventa evidente quando si osservano le emissioni di processo. Nel cemento, per esempio, parte della CO₂ viene prodotta dalla reazione chimica attraverso cui il calcare viene trasformato in clinker: non deriva quindi semplicemente dalla combustione utilizzata per riscaldare il forno.
L’International Energy Agency ha evidenziato come proprio cemento, acciaio e chimica siano tra i settori più complessi da decarbonizzare. Circa un terzo della domanda energetica industriale riguarda inoltre calore ad alta temperatura, mentre le emissioni generate direttamente dai processi produttivi non possono essere eliminate semplicemente sostituendo un combustibile fossile con elettricità rinnovabile.
È questa combinazione di vincoli fisici, tecnologici ed economici a spiegare perché la transizione hard-to-abate richieda un portafoglio di soluzioni.
In alcuni processi sarà possibile elettrificare. In altri potrà avere un ruolo l’idrogeno. Nel cemento e in parte della chimica, la cattura della CO₂ rappresenta invece una delle opzioni con il maggiore livello di maturità per intervenire sulle emissioni difficili da evitare alla fonte.
La transizione da obiettivi di sostenibilità astratti a metriche industriali di ritorno
Per un’impresa energivora, tuttavia, non basta che una tecnologia riduca le emissioni. Deve farlo mantenendo sotto controllo costo per tonnellata prodotta, consumi energetici, disponibilità dell’impianto, qualità del prodotto finale e rischio operativo.
È una differenza sostanziale rispetto alle prime fasi della transizione energetica. La metrica non può più essere soltanto la quantità teorica di CO₂ evitabile: deve diventare il costo effettivo della CO₂ abbattuta in uno stabilimento industriale funzionante. La decarbonizzazione diventa quindi un problema di competitività.
Più una tecnologia riesce a integrarsi con infrastrutture e processi già esistenti, più aumentano le possibilità di superare la fase pilota. Al contrario, soluzioni tecnicamente efficaci ma incompatibili con tempi, temperature, ingombri o continuità produttiva dell’impianto rischiano di rimanere confinate alla dimostrazione.
È precisamente in questo passaggio che una utility può offrire qualcosa che un investitore finanziario tradizionale difficilmente possiede: impianti, infrastrutture energetiche, competenze ingegneristiche, relazioni con grandi clienti industriali e capacità di costruire filiere.
Quali sono le tecnologie chiave su cui i CVC concentrano i capitali
Il portafoglio delle utility mostra come il confine dell’innovazione energetica si stia allargando.
Eni Next, la società di Corporate Venture Capital di Eni, indica tra le proprie aree di investimento le tecnologie CCUS e presenta nel portafoglio società come Cool Planet Technologies, che sviluppa membrane per la cattura della CO₂, e Mantel, impegnata nello sviluppo di sistemi di carbon capture basati su sali fusi.
ENGIE New Ventures opera con un fondo superiore a 250 milioni di euro e dichiara oltre 60 investimenti realizzati dalla nascita del veicolo. La logica esplicitata dal gruppo è utilizzare il venture capital per ottenere accesso prioritario alle tecnologie cleantech e costruire collaborazioni tra startup e business unit industriali.
Non si tratta quindi soltanto di acquistare partecipazioni finanziarie. Il valore strategico del CVC nasce quando l’investimento consente alla corporate di diventare il primo ambiente industriale nel quale una tecnologia può essere validata.
La scalabilità dei sistemi di cattura e stoccaggio della CO₂ nei siti industriali
La CCS rappresenta bene il problema dello scaling. Secondo il Global CCS Institute, nel 2025 i progetti commerciali operativi sono saliti a 77, mentre altri 47 risultavano in costruzione e 610 in sviluppo. La capacità operativa di cattura aveva raggiunto 64 milioni di tonnellate l’anno nel luglio 2025, il 25% in più rispetto all’anno precedente. Il mercato, quindi, sta crescendo. Ma la difficoltà non consiste soltanto nel migliorare l’efficienza del sistema di cattura.
Occorre costruire una catena che comprende separazione della CO₂, compressione, trasporto, eventuali hub condivisi e stoccaggio geologico permanente. Per questo le utility e gli operatori energetici hanno una posizione particolare. Possiedono competenze e asset che possono trasformare la carbon capture da tecnologia installata nel singolo stabilimento a infrastruttura condivisa fra più aziende.
È il modello degli hub industriali della CO₂: più emettitori utilizzano reti comuni di trasporto e stoccaggio, riducendo il costo unitario dell’infrastruttura.
Lo sviluppo di vettori energetici alternativi e idrogeno verde per la manifattura
L’altra grande direttrice riguarda l’idrogeno. Il suo utilizzo industriale non sarà uniforme: il costo dell’elettricità, l’efficienza complessiva della conversione e la disponibilità di infrastrutture rendono difficile immaginare un impiego indistinto in tutti i settori.
Esistono tuttavia processi nei quali l’idrogeno può assumere un ruolo specifico, dall’acciaio prodotto attraverso Direct Reduced Iron ad alcune applicazioni chimiche.
L’Unione europea continua per questo a sostenere la costruzione del mercato. La Hydrogen Auction 2025 dell’Innovation Fund dispone di 1,3 miliardi di euro provenienti dai ricavi dell’ETS. Nel giugno 2026 il numero dei progetti selezionati era salito a 13; quattro progetti aggiunti dalla lista di riserva prevedono complessivamente 77 MW di capacità di elettrolisi e una produzione prevista di 111mila tonnellate di idrogeno nei primi dieci anni.
Come cambia la strategia di investimento dei fondi privati nelle industrie pesanti
Il punto più importante riguarda però la struttura finanziaria. Nell’hard-to-abate esiste una distanza molto ampia tra finanziare una startup e finanziare un impianto.
Un CVC può investire alcuni milioni in una tecnologia di cattura della CO₂ e contribuire alla sua industrializzazione. Costruire un’infrastruttura CCS completa richiede invece capitali di ordine completamente diverso. Per questo la catena finanziaria tende a segmentarsi.
La filiera dei capitali per una tecnologia hard-to-abate
| Fase | Capitale prevalente | Obiettivo |
|---|---|---|
| Ricerca e prototipo | Grant, università, seed capital | Dimostrare che la tecnologia funziona |
| Primo impianto pilota | Venture Capital e CVC | Validare prestazioni e integrazione industriale |
| Demonstration / first-of-a-kind | CVC, corporate, fondi pubblici | Ridurre rischio tecnologico e industriale |
| Prima scala commerciale | Innovation Fund, project finance, corporate capital | Finanziare CAPEX elevati |
| Infrastruttura su larga scala | Fondi infrastrutturali, banche, utility | Replicare e ampliare gli asset |
| Mercato maturo | Project finance e capitale industriale | Portare il modello verso costi e rischi standardizzati |
Il CVC occupa quindi una posizione specifica: può assumere il rischio tecnologico molto prima che esso sia accettabile per un investitore infrastrutturale.
Il superamento dei piccoli progetti pilota per finanziare impianti commerciali
Il problema della transizione industriale è proprio attraversare quella che nel cleantech viene spesso definita valley of death: la fase in cui una tecnologia ha dimostrato di funzionare ma non ha ancora una storia industriale sufficiente per ottenere finanziamenti tradizionali. Gli strumenti pubblici europei cercano di colmare questa distanza.
Nel marzo 2026, 54 progetti selezionati attraverso la call 2024 dell’Innovation Fund hanno firmato grant per complessivi 2,7 miliardi di euro. Tra i progetti finanziati figurano iniziative per la cattura e lo stoccaggio della CO₂ nell’industria del cemento e della calce, ma anche idrogeno, elettrificazione e altre tecnologie per l’industria energivora.
Il dato mostra perché parlare semplicemente di “venture capital per la decarbonizzazione” sia riduttivo. Lo scaling nasce dall’incastro fra capitale di rischio, corporate, incentivi pubblici e successivamente capitale infrastrutturale.
La riduzione del rischio operativo attraverso accordi di acquisto a lungo termine
Accanto al capitale esiste poi il problema della domanda. Un nuovo impianto di idrogeno, una tecnologia per il calore industriale o un sistema CCS diventano più finanziabili se esiste un cliente disposto a impegnarsi sul lungo periodo.
PPA, contratti di fornitura, accordi di offtake per idrogeno o carbon removal e contratti per il trasporto e lo stoccaggio della CO₂ servono proprio a trasformare una domanda potenziale in flussi economici prevedibili.
Per la utility, quindi, il vantaggio competitivo non deriva soltanto dalla capacità di investire nella startup. Deriva dalla possibilità di collegare l’innovazione a un mercato.
Quali benefici comporta il modello CVC per la competitività delle aziende energivore
Dal punto di vista dell’azienda industriale, lavorare con una utility attraverso startup e tecnologie partecipate può ridurre uno dei principali ostacoli alla transizione: dover gestire internamente una filiera tecnologica completamente nuova.
Una cementeria non deve necessariamente diventare uno specialista di stoccaggio geologico della CO₂; così come un produttore di acciaio non deve costruire da zero l’intera infrastruttura energetica necessaria alla produzione di idrogeno.
Si apre così un modello di partnership nel quale la utility amplia il proprio ruolo: da fornitore di energia a integratore di tecnologie di decarbonizzazione.
L’accesso a capitali di rischio internazionali per la trasformazione dei processi
Il vantaggio del CVC è anche quello di creare ponti tra ecosistemi diversi.
Startup, fondi venture, corporate industriali, utility e fondi infrastrutturali hanno orizzonti di investimento e profili di rischio differenti. Una grande azienda energetica può contribuire a costruire una continuità tra queste fasi.
Un esempio interessante arriva dal settore CCS stesso. Nel dicembre 2025 Eni ha completato la cessione del 49,99% di Eni CCUS Holding a Global Infrastructure Partners, parte di BlackRock. La società comprende progetti come Liverpool Bay e Bacton nel Regno Unito e L10 nei Paesi Bassi e può includere in futuro anche il progetto Ravenna CCS. Non si tratta di CVC: ed è proprio questo il punto.
Quando il progetto raggiunge la dimensione infrastrutturale, cambia anche la natura del capitale necessario. Il venture finanzia l’innovazione; gli investitori infrastrutturali finanziano asset maturi e replicabili.
L’adeguamento anticipato alle normative europee per evitare penalizzazioni economiche
La decarbonizzazione diventa inoltre sempre più collegata alle condizioni competitive del mercato europeo.
L’ETS attribuisce un prezzo alle emissioni delle industrie coinvolte e i relativi proventi alimentano anche strumenti come l’Innovation Fund. Parallelamente, dal 2026 il Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM) è entrato nella fase definitiva, introducendo progressivamente un costo del carbonio sulle importazioni interessate e collegandolo al prezzo dell’ETS europeo.
Per le imprese energivore, investire in tecnologie low-carbon non significa quindi soltanto ridurre l’impronta ambientale. Significa prepararsi a una struttura dei costi industriali nella quale le emissioni assumono un valore economico sempre più esplicito.
La capacità di testare per tempo tecnologie attraverso partnership industriali e corporate venture può quindi diventare anche uno strumento di gestione del rischio regolatorio.
Come si evolverà il mercato dei capitali a supporto della riconversione industriale
Nei prossimi anni la vera misura della maturità della decarbonizzazione hard-to-abate non sarà probabilmente il numero di nuove tecnologie annunciate, ma quante riusciranno a superare la fase dimostrativa.
Il Global CCS Institute osserva che la capacità prevista dei progetti CCS è cresciuta con un tasso medio superiore al 30% annuo dal 2017. Nello stesso tempo avverte che anche la realizzazione dell’intera pipeline oggi identificata non sarebbe sufficiente a raggiungere la scala di cattura necessaria agli obiettivi climatici.
Il nodo diventa quindi industrializzare più rapidamente. Per le utility, il Corporate Venture Capital può essere uno degli strumenti per arrivare prima sulle tecnologie che potrebbero cambiare il proprio mercato e quello dei clienti industriali. La differenza rispetto al venture finanziario tradizionale è nella possibilità di offrire alla startup qualcosa oltre al capitale: un sito nel quale installare la tecnologia, dati operativi, ingegneri, infrastrutture e soprattutto un cliente industriale.
Ma una strategia CVC efficace deve essere costruita pensando fin dall’inizio allo step successivo. La startup deve diventare tecnologia industriale. Il pilota deve trasformarsi in un impianto dimostrativo. Il primo impianto deve generare dati sufficienti per ottenere capitale a costi inferiori. E il progetto commerciale deve inserirsi in una filiera nella quale esistano energia, reti, trasporto, stoccaggio e domanda.
È in questo passaggio che si ridefinisce il ruolo delle utility nella decarbonizzazione dell’industria pesante. Non più soltanto aziende chiamate a produrre energia con meno emissioni, ma potenziali piattaforme industriali capaci di mettere insieme tecnologie, startup, grandi clienti, infrastrutture e capitale.
Per i settori hard-to-abate, la sfida non è infatti trovare una singola tecnologia risolutiva. È costruire le condizioni economiche e industriali perché un insieme di tecnologie possa finalmente raggiungere la scala di cui la transizione ha bisogno.































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