“Vogliamo e dobbiamo essere contemporanei”, dice Brunello Cucinelli. Bastano queste poche parole per spiegare come mai un imprenditore-filosofo come lui, che tiene in casa i busti di Omero, Aristotele, Platone e tante altre menti del passato, abbia deciso di finanziare la progettazione di un Parco dell’innovazione con un cuore a forma di data center nella sua Umbria, a Pietrafitta, meno di 20 chilometri dalla sua azienda.
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Cucinelli e il Parco dell’Innovazione di Pietrafitta
È una storia che lega innovazione e territorio per rispondere al bisogno di sovranità digitale sempre più sentito da imprese ed enti pubblici ma anche per offrire a chi fa ricerca e startup le opportunità che possono arrivare dalla capacità di calcolo. E tutto comincia con il recupero di una struttura di archeologia industriale. Un modello, quasi un prototipo che potrebbe fare scuola. Ma andiamo con ordine.
Quella struttura è meravigliosa, anche se adesso è brutta da vedere. Prima di buttarla giù, proviamo a farci qualcosa insieme?
È il 2019 quando Brunello Cucinelli telefona all’amministratore delegato di Enel per un’area che sembra non interessare più a nessuno: mezzo milione di metri cubi di una ex centrale elettrica dismessa in Valnestore, a sud del lago Trasimeno, tra i comuni di Piegaro e Panicale. Non se ne fa nulla. Ma il monumento al passato resta e si degrada sempre di più.
Una centrale elettrica ferma da 30 anni
Per quasi un secolo la centrale elettrica di Pietrafitta – 350 megawatt, alimentata a lignite – è stata una delle infrastrutture energetiche più importanti dell’Umbria. Chiusa la produzione, l’area è rimasta per circa 30 anni in un limbo: proprietà di due Comuni – Piegaro e Panicale, poco più di 10mila abitanti in tutto – che ne hanno ereditato gli edifici, l’impatto visivo lungo la strada e, insieme, un desiderio di rigenerazione ma senza le risorse e gli strumenti per realizzarlo.
Serviva anche un’idea. Arriva, circa un anno fa, a Riccardo Stefanelli, amministratore delegato della Brunello Cucinelli che sul lago di Trasimeno c’è nato e per anni ha visto quella struttura cadente macchiare il paesaggio verde della valle. «Discutendo sui nostri dati, che adesso sono in un data center all’estero, e sul controllo che ne abbiamo, ci siamo resi conto di quanto fosse necessario riflettere sul tema”, racconta. “Devo dire che uno degli effetti, paradossalmente positivi, della presidenza Trump è stato accendere un dibattito che in Europa mancava: chi gestisce davvero i tuoi dati, chi gestisce la tua tecnologia?». Quindi, perché non dare un senso contemporaneo a quella “brutta” traccia del passato utilizzando lo spazio per un data center di prossimità?
La relazione fra Cucinelli e il territorio
L’idea piace a Brunello Cucinelli, che con il Foro delle Arti, la holding della famiglia, decide di sostenere la fase di studio e progettazione del parco. A fare il lavoro è la Umbria Data Garden, di cui Stefanelli è amministratore delegato.
Non è poi una mossa così stravagante e insolita per Brunello Cucinelli, a pensarci bene. L’azienda sta attraversando uno dei suoi momenti migliori (+ 11,5% i ricavi nel 2025 a oltre 1,4 miliardi con utile netto + 10,5% a 142 milioni e una “sana e bella crescita” attorno al 10 % attesa per il 2026). E il legame con il territorio non è certo una novità.
Noi non facciamo data center. Il nostro ruolo è accompagnare i Comuni, immaginare insieme a loro come disegnare e recuperare quell’area. Costruiamo il progetto, disegniamo il modello di business e poi lo affidiamo a chi ha le competenze per svilupparlo
Il filo che lega Solomeo – il borgo medievale che Cucinelli ha restaurato a partire dagli anni Ottanta – a Pietrafitta è sempre lo stesso: restituire, nei luoghi dove l’azienda è nata e cresciuta, qualcosa in più dell’occupazione. A Solomeo questa scelta di mecenatismo contemporaneo ha già prodotto un teatro, un’accademia dei mestieri, un parco letterario e un luogo che sembra dipinto e che attira attenzione e ammirazione da tutto il mondo. Con il Parco dell’Innovazione di Pietrafitta, per la prima volta, si estende a un’infrastruttura tecnologica.
Cucinelli e l’intelligenza artificiale
In Cucinelli l’intelligenza artificiale è già in opera. A gennaio 2026 è stata lanciata Callimacus, la piattaforma che governa il nuovo e-commerce del gruppo. Il nome è un indizio sulla visione e l’approccio alla materia di Brunello presidente esecutivo e direttore creativo: è quello del poeta-bibliotecario di Alessandria, scelto per rivendicare un’idea di tecnologia al servizio della cultura e non il contrario.
L’unica cosa di cui non dobbiamo aver paura è intelligenza artificiale: non ha follia, la follia è nell’essere umano. L’intelligenza artificiale un’ancella dell’uomo: conosce ed elabora i dati con grande rapidità, ma ha bisogno, come tutte le cose, di essere umanizzata
Come la pensa Cucinelli è chiaro. Ha scritto nella sua “Lettera della artificiale e umana intelligenza, ispirandosi al santo di Assisi: “Forse la visione universale di Francesco ci consiglierebbe di modificare il suo nome chiamandola non semplicemente IA, ma umana intelligenza artificiale: la chiamerebbe sorella, perché in essa vedrebbe la possibilità di un gran bene».
La “possibilità di un gran bene” è un concetto semplice ma forte in questi stagione di “Aipocalypse”, in cui si sente poca fiducia nella nostra capacità di controllare e orientare le azioni degli algoritmi. E, guarda caso, pochi giorni fa Microsoft ha lanciato la bozza di un codice di condotta ispirato proprio al principio dell’Humanist AI.
Il Parco dell’innovazione, il data center e non solo
Intelligenza artificiale significa dati e per questo il Parco dell’Innovazione di Pietrafitta nascerà attorno a un data center. Ma non uno dei giganti da centinaia di megawatt che hanno reso celebri le periferie della Virginia o dell’Irlanda: la dimensione ipotizzata è tra i 6 e i 9 megawatt, pensata per servire non un mercato globale ma il territorio – università, sanità pubblica, imprese del territorio. “Un data center di prossimità”, lo definisce Brunello Cucinelli.
In Umbria, oggi, l’unico impianto esistente supera di poco il mezzo megawatt: costruirne uno dieci volte più grande significherebbe colmare, almeno in parte, un divario che pesa sull’intero Centro Italia rispetto a diversi poli europei.
L’investimento previsto per il data center
Qual è l’investimento previsto? Non c’è ancora un business plan e molto dipenderà dal partner tecnologico che porterà avanti il progetto (“Noi non facciamo data center”, ripete Brunello Cucinelli) e dal tipo di data center che sarà realizzato. La stima è di circa 100 milioni di euro, con la possibilità di far crescere la struttura su un’area di 7 ettari.
«È come progettare un mulino dentro cui poi faremo farina. Ma la farina che scegliamo di fare cambia radicalmente l’investimento: se facciamo solo storage, il costo è dieci; se puntiamo sul calcolo computazionale, è cento. Noi vorremmo tenere insieme i due mondi: sovranità e prossimità del dato da un lato, capacità di calcolo dall’altro», spiega Riccardo Stefanelli, che aggiunge: “Comunque ci sono già una sottostazione ad alta tensione, i laghetti di raffreddamento della vecchia centrale e una dorsale in fibra ottica. Paradossalmente, l’eredità industriale della lignite lascia diversi ingredienti utili per la trasformazione digitale”
Attorno al data center il progetto immagina un incubatore, che magari ceda capacità di calcolo alle startup in cambio di una piccola partecipazione, ma anche un centro di formazione sulle nuove competenze per l’intelligenza artificiale. E quanto altro possa essere sviluppato per l’innovazione del territorio. Lo spazio certo non manca e c’è la volontà di andare oltre l’asset immobiliare e di trasformare l’infrastruttura in leva per lo sviluppo imprenditoriale del territorio.
La sovranità dei dati e il focus sugli enti pubblici
Dietro l’operazione c’è un tema che ha attraversato le sale dei consigli di amministrazione negli ultimi due anni e che sta diventando una sfida politica a livello europeo : chi controlla davvero i dati e la tecnologia con cui li elaboriamo?
È il nodo che il progetto prova a sciogliere su scala locale: oggi la grandissima parte della capacità di calcolo mondiale è nelle mani di operatori privati, in larga parte statunitensi. «È la materia prima del futuro», dice Stefanelli tornando alla sua metafora della farina, «e c’è il desiderio e la volontà di restituirne una parte al soggetto pubblico»
Pensiamo a un data center sartoriale, fatto per l’Umbria. Ma dovrà essere solido, utile e bello come diceva Vitruvio
“Il dialogo tra tecnologia e innovazione è possibile. E ciò che per anni è stato visto come un problema, adesso può diventare una grande opportunità”, dice Stefania Proietti, presidente della Regione Umbria, che ha già impegnato 2,5 milioni di euro per la bonifica e il recupero della centrale. E aggiunge: “anche noi ci stiamo interrogando sulla giusta collocazione dei dati dei nostri cittadini”.
Ecco spiegato l’interesse della Regione, così come dell’ateneo di Perugia. Un esempio concreto di un bisogno presente arriva proprio dal mondo accademico umbro: un centro di eccellenza sulla medicina predittiva che, nonostante sia connesso a una delle reti più veloci d’Italia, oggi rallenta per mancanza di capacità di calcolo. Un data center di prossimità, in questo caso, diventerebbe una condizione per abilitare la ricerca.
Parco nazionale dell’innovazione di Pietrafitta, i tempi
Tra gli edifici della vecchia centrale ce n’è uno, con le sue torri di raffreddamento, che il progetto vorrebbe recuperare invece di demolire, restituendogli una nuova funzione. Alla progettazione tecnica lavora Dario Pagani, per anni responsabile della costruzione dei data center di Eni e oggi impegnato sul quantum computing, insieme a uno studio di architettura milanese: quella mostrata alla presentazione del 16 settembre, però, è ancora una suggestione – elaborata con l’intelligenza artificiale – e non il progetto definitivo, che dovrà conciliare le esigenze tecniche di un’infrastruttura di calcolo con l’idea di costruzione “solida, utile e bella” chiesta da Cucinelli.
Un partner publico per lo sviluppo del progetto
I tempi? Almeno un anno e mezzo per la rigenerazione dell’area, tra demolizioni e bonifiche già finanziate in parte dalla Regione Umbria. Parallelamente procederanno le autorizzazioni, agevolate dallo status di Zona Economica Speciale (ZES) di cui gode Pietrafitta. Nel migliore dei casi il Parco potrebbe essere pronto tra fine 2029 e 2030. Il nodo che resta da sciogliere è chi costruirà e gestirà il data center. Potrebbe essere un investitore privato disposto ad accettare il modello a vocazione pubblica proposto da Umbria Data Garden oppure società pubblico-privata che coinvolga la Regione e, potenzialmente, il ministero delle Imprese e del Made in Italy, con cui ci sono stati contatti preliminari.
Preferirei un partner pubblico, perché è più coerente con la visione con cui nasce il Parco ma non escludo un privato, se porterà una visibilità più ampia al progetto
Inevitabile pensare ai grandi player internazionali, anche se si preferirebbe sviluppare il progetto con tech company italiane e magari del Centro Italia, lascia intendere Stefanelli, che ha già avviato diversi contatti in questo senso.
Parco dell’innovazione di Pietrafitta, la sfida di creare un modello
Il Parco dell’Innovazione di Pietrafitta potrebbe diventare un prototipo di un format replicabile in altre aree italiane? Se il modello funzionerà, sì. È questa la sfida che il sostegno di Cucinelli lancia ad altre aziende, enti pubblici e università. Trovare il modo di far convivere tempi, esigenze e modalità di azione diversi verso lo stesso obiettivo.
La stessa logica – infrastruttura pubblica minima, capitale privato per la fase di studio, apertura a partner industriali per la realizzazione – potrebbe essere applicata ad altri siti industriali dismessi, altre centrali chiuse, altri territori che come Piegaro e Panicale hanno ereditato un pezzo di archeologia industriale senza sapere cosa farne.
Pietrafitta non è nuova a custodire l’inizio delle cose. La zona un tempo si chiamava “Ventore”, ed era così ricca d’acqua che vi si sono stati ritrovati resti di mammut, tra le tracce più antiche della presenza umana in Europa. Migliaia di anni dopo, in quella stessa valle, un imprenditore-umanista scommette su un data center, una delle infrastrutture più rappresentative del nostro tempo. Ma che possa durare a lungo.






























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