Se l'economia va male è anche perché gli imprenditori sono meno capaci | Economyup
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Scenari economici

Se l’economia va male è anche perché gli imprenditori sono meno capaci

18 Mag 2016

Crisi di imprenditorialità, crisi di innovazione. La storia economica statunitense sembra mostrare che l’epoca d’oro dell’innovazione coincise con l’epoca d’oro dell’imprenditorialità, circa 1870-1970. Oggi l’innovazione sembra essere generata prevalentemente dalle grandi imprese. E i paesi in cui l’ideologia della piccola e media impresa ha dominato per decenni sono in difficoltà

Premessa

Ho sostenuto una tesi piuttosto fuori dal coro: invece di prendermela con il governo, con i giovani e la droga, la sacra corona unita, il tempo e il sindacato, la Merkel, la sfortuna e non saprei più chi (ah no, scusate, l’euro, ovviamente!), ho avanzato l’ipotesi che lo stato pietoso in cui versa la nostra economia sia dovuto anche al declino delle capacità imprenditoriali dei concittadini. Presente un po’ in tutti i Paesi ad alto reddito pro capite, sembrerebbe, ma certo più spinto da noi che altrove, visto che siamo i più lenti ad uscire dalla Grande Recessione (con la Spagna, vero, la quale però ha accelerato negli ultimi due anni). Immagino già che qualcuno commenterà che “non ho capito un c…”, parole testuali usate in passato in un commento a una mia tesi che sostenevo in passato. Dove il commentatore affermava con forza, che probabilmente veniva dalla c…, che in questo Paese è impossibile ‘fare impresa’. Per via del governo, dei giovani, ecc. come da copione.

Nell’ultimo pezzo di questa serie sostenevo dunque che se le imprese chiudono e il lavoro permanente, strutturato e organizzato entro l’impresa viene sostituito da milioni di ore di “gig” (vedi i “voucher”), la ragione è che gli imprenditori che avevano contribuito a costruire il Paese non sono più, come si dice, all’altezza. Vorrei sviluppare un poco questo pensiero sull’imprenditorialità.

1.     Quello dell’imprenditore debole non è un fenomeno strettamente italiano, l’ho già detto. Certo, stiamo soffrendo più di gran parte dei paesi ad alto reddito pro capite, e ho detto anche questo, il che sta ad indicare una debolezza particolare dei nostri imprenditori.

2.     Ma se questa spiccata debolezza trova la sua controparte nella debolezza dell’imprenditorialità di tutti o quasi i paesi ad alto reddito pro capite, è importante sapere che cosa c’è di comune tra le caratteristiche di questa caduta di pulsione imprenditoriale.

3.     Per capire quali possano essere queste cause comuni occorre rifarsi, ovviamente, a un modello interpretativo della storia economica recente. Recente quanto non saprei, e quindi mi rifaccio al libro di Robert J. Gordon The Rise and Fall of American Growth. 2016, Princeton University Press. Gordon ritiene che il periodo da mettere sotto osservazione sia quello che parte dalla fine della Guerra Civile Usa in poi. E mi occupo di Usa perché quello è il centro dell’impero, è lì che le cose avvengono per prime ed è lì che esse vengono studiate per prime (e meglio).

4.     La tesi di Gordon è presto detta. Nel secolo successivo alla fine della Guerra Civile l’economia americana fu testimone di una rivoluzione economica che produsse un aumento del livello di vita in quel Paese inimmaginabile prima: elettricità, servizi idraulici nelle abitazioni, veicoli a motore, aeronautica militare e commerciale, radio e televisione, aria condizionata, e così via.

5.     Gordon sostiene che quella fase è definitivamente conclusa, e spende alcune centinaia di pagine per dimostrare che ciò che di grandioso è avvenuto tra il 1870 e il 1970 non può essere ripetuto. Dal punto di vista che ci interessa oggi, le pagine centrali sono quelle (568-574) in cui Gordon illustra la sua idea di ‘dinamica ad U’ della potenza dell’imprenditoria privata americana.

6.     L’inversione nella ‘U’ avviene nei primi decenni del XX secolo, e l’indicatore principale ne è forse la caduta della percentuale dei brevetti assegnati a privati sul totale, percentuale che scese dal picco del 95% nel 1880 al 73% nel 1920, al 42% nel 1940, al 21% nel 1970 e al 15% nel 2000.

7.     Ora, se del totale dei brevetti la quota assegnata ai privati diminuisce, quella assegnata alle imprese aumenta (in questo momento il totale dei brevetti non mi interessa).

8.     Dramma: entra in scena la piccola e media impresa italiana. Se si accetta il modello proposto da Gordon, allora ecco che la performance relativamente peggiore degli imprenditori italiani nell’uscire dalla crisi rispetto ai loro omologhi degli altri paesi ad alto reddito pro capite non può sorprendere più di tanto: nel XX secolo l’innovazione, misurata dal numero dei brevetti, passa gradualmente dall’inventore/imprenditore privato alla grande impresa. E chi di grandi imprese non ne ha? Chi ha blaterato delle magnifiche sorti e progressive della piccola e media impresa? Beh, innoverà di meno di chi ha fatto il contrario.

Non credo debba sorprendere neanche per un istante che io riconduca le difficoltà della nostra economia, sia tradizionale che innovativa, alla dimensione d’impresa. Tutti sanno che io non amo il piccolo (né il flessibile, né le banche radicate sul territorio…). Ciò che forse dovrebbe sorprendere, invece, è che in un Paese soffocato dall’ideologia del piccolo non vi sia, quanto meno, una spinta forte per l’intervento del governo nel processo di innovazione, visto che le grandi imprese sono poche e potenzialmente dipendenti dall’estero. In fondo, Mariana Mazzucato ci ha dimostrato che lo Stato ha un suo ruolo, no? (Cfr. la mia recensione del libro di Mazzucato pubblicata su questo blog il 29 marzo 2015)

CLICCA QUI PER RIVEDERE LA PUNTATA DI ECONOMYUPTV IN CUI FABIO SDOGATI COMMENTA IL PENSIERO DI MARIANA MAZZUCATO

PS. Ho illustrato e discusso una tesi direttamente opposta a quella di Robert Gordon in un post del 19 novembre 2015 dedicato a Joel Mokyr e a una sua lezione al Politecnico. Mokyr sostiene che il rallentamento di crescita di produttività che stiamo vivendo è soltanto transitorio e ne vedremo presto la fine. Curiosità: Gordon e Mokyr insegnano entrami alla Northwestern University, Evanston, IL; e Mokyr è il direttore della collana della Princeton University Press in cui è stato pubblicato il libro di Gordon. Alla faccia delle parrocchiette nostrane.

di Fabio Sdogati

  • accattivante

    Sono d’accordo che la mitologia del “piccolo è bello” se mai è stata vera, ora certamente non lo è più (lo affermo anche sul mio sito di consulting…). La chiave di lettura dei brevetti in USA è interessante, andrebbe completata con il corrispondente andamento in Italia.
    Nella mia esperienza la gran parte della classe imprenditoriale medio piccola nata dagli anni 60 in poi, è assolutamente inadeguata ad affrontare le sfide odierne. Per carità, spesso hanno fatto grandi sacrifici, sono partiti con pochi mezzi, hanno lavorato notte e giorno… ma avevano un mercato in pieno sviluppo che assorbiva qualunque prodotto e non avevano concorrenza internazionale. Oggi il mercato è saturo di tutti i prodotti e richiede competenze che molti non hanno. La dimensione diventa un limite, sono troppo piccoli per potersi avvalere di managers e affrontare gli investimenti necessari a conquistare nuovi mercati… e quindi se la prendono con la banca, l’euro, la Merkel…

  • emmedicom

    Le aziende italiane lavorano, ormai, solo sul risparmio e sui tagli, sono del tutto incapaci di investire in nuove tecnologie e digitale, si muovono solo quando lo Stato gli sconta tasse e tributi; Pier Luigi Celli, nel suo saggio “Che cos’è il management” scriveva che i manager si circondano di persone mediocri in modo di non avere potenziali concorrenti intorno a loro…