“Se dovessi definire in due parole quello che faccio e perché lo faccio lo direi così: custodire l’umano.”
Con queste parole Ivano Zoppi, segretario generale di Fondazione Carolina mi saluta dopo avermi fatto visitare il Centro Re.Te, che ha da poco celebrato il primo anno di attività.
Ivano, un anno non è un periodo troppo breve per essere celebrato?
Lo è. Tuttavia la nostra non è una ricorrenza autoreferenziale ma un modo per dire a noi stessi e a chi ci supporta che abbiamo ancora molta strada da fare.
Quindi è una forma di rendicontazione a uso interno ed esterno?
Il Centro Re.Te. nasce da un vuoto. Come sai, Fondazione Carolina lavora su prevenzione, formazione, cultura della responsabilità digitale. Andiamo nelle scuole, parliamo con i genitori, formiamo gli insegnanti, però…”
Però?
…restava scoperto qualcosa. Ce lo dicevano le segnalazioni che ci arrivavano da tutta Italia, ce lo dicevano i volti dei genitori che ci chiedevano un aiuto concreto, qui e ora.
Perché informare e sensibilizzare, cioè fare prevenzione, non basta quando un figlio smette di uscire, di dormire, di parlare…
Ci siamo accorti che per questi ragazzi, e per le loro famiglie, mancava un luogo. Un luogo fisico, con una porta che si apre e una voce che risponde. Così, un anno fa, a Milano, abbiamo aperto il Centro Re.Te. per il recupero terapeutico dei disagi giovanili.
Quindi ora intervenite non solo a monte, ma anche a valle.
Mi piace dire il Centro Re.Te. è la chiusura di un cerchio. Il cerchio che Carolina Picchio aveva aperto con il suo ultimo messaggio nel gennaio 2013, a quattordici anni, dopo essere diventata bersaglio di un video umiliante diffuso sui social: “Le parole fanno più male delle botte”. Suo padre Paolo lo ha raccolto facendone un impegno civico, la Fondazione Carolina. Ora questo cerchio si chiude in un luogo dove i ragazzi e le loro famiglie trovano finalmente uno spazio di cura.
Chi sono i ragazzi che bussano alla vostra porta?
Molti di loro non rientrano nelle categorie diagnostiche tradizionali, vivono in una zona grigia tra una normalità sempre più faticosa e un disagio che troppo spesso viene banalizzato. Hanno tra gli 11 e i 21 anni, e attraversano momenti che li hanno fatti scivolare ai margini. Ritiro sociale, uso problematico di internet e dei videogiochi, ansia, isolamento, fatica a stare nel mondo.
Si torna sempre lì: il digitale, quasi sempre, è al centro della scena….
.Sì, ma attenzione: è la spia di qualcosa di più ampio, non la causa unica. È la forma più visibile di una sofferenza, non la sua origine. Questo è importante, perché cambia completamente il modo in cui ci si avvicina a questi ragazzi. Le difficoltà non hanno mai una causa unica: nascono dall’incontro tra vulnerabilità personali e contesti, fisici o digitali, che le amplificano. Una scuola che spaventa, una famiglia sotto pressione, un gruppo di pari dove non ci si sente al sicuro. Poi, certamente molti di loro sono iperconnessi e, allo stesso tempo, profondamente soli. Hanno migliaia di contatti e nessuno a cui dire come stanno davvero. Il nostro lavoro, in fondo, è proprio questo: restituire connessione dove è rimasto soltanto collegamento. Aiutarli a scoprire che le relazioni non fanno solo del male, che possono anche fare bene.”
Perché il collegamento è un fatto tecnico la linea che ci tiene attaccati a uno schermo. La connessione, invece, è la relazione autentica tra due persone.
Sono cose ben diverse, anche se la lingua di tutti i giorni le confonde. Per questo parliamo di ecosistema terapeutico.”
Vale a dire?
Lavorare solo sulla persona, senza toccare le relazioni e il contesto, è poco efficace. Ma lavorare solo sul contesto, senza accompagnare la persona, è altrettanto insufficiente. Il gruppo dei pari, il gruppo mensile dei genitori, le attività educative sul territorio, la collaborazione con i servizi pubblici, non sono accessori, sono le connessioni da cui nasce davvero il cambiamento.”
Da genitore di due maschi adolescenti mi interessa il ruolo della famiglia…
Quando un ragazzo sta male, sta male tutta la famiglia. Le famiglie hanno bisogno di essere accolte, non giudicate. Il gruppo dei genitori è uno strumento terapeutico tanto potente quanto sottovalutato ed è parte integrante del nostro metodo: educazione che cura.”
Un modo per dire che unite psicologia ed educazione?
Non sono due discipline da affiancare, ma due dimensioni inscindibili. Ogni azione educativa, aiutare un ragazzo a riprendere la scuola, costruire con lui un piccolo traguardo raggiungibile, facilitare un gruppo dove sperimentare relazioni sane, è già un atto terapeutico. E ogni lavoro psicologico ha una dimensione educativa, perché significa insegnare un linguaggio per abitare la propria sofferenza, per raccontarla, per non esserne sopraffatto. Nel nostro Centro non c’è un momento in cui finisce la terapia e comincia la riabilitazione. Ogni operatore, psicologo o educatore, riconosce la dimensione educativa del proprio lavoro terapeutico e la dimensione terapeutica del proprio ruolo educativo. Si confrontano di continuo, parlano la stessa lingua, costruiscono insieme il progetto. Costruiamo percorsi, li negoziamo con i ragazzi e con le famiglie, li adattiamo al tempo di ciascuno. Accettiamo l’incertezza come condizione strutturale della cura, non come un imprevisto da eliminare.”
Quante persone avete accolto in questo primo anno?
In dodici mesi abbiamo accolto 55 persone, giovani e preadolescenti. L’attesa media tra la prima richiesta e il primo appuntamento è stata di pochi giorni, una settimana circa. Quasi tutti presentavano un rapporto problematico con il digitale, l’ottanta per cento viveva condizioni di ansia e sintomi depressivi, circa un terzo era in ritiro o a rischio di ritiro scolastico. In oltre il settanta per cento dei casi il percorso ha portato a un miglioramento delle condizioni di ingresso già dopo sei o sette mesi.
Sono numeri che attestano la solidità del modello e la qualità delle nostre collaborazioni istituzionali.
I numeri sono importanti, ma da soli non dicono tutto. Non raccontano della ragazza che per mesi non aveva guardato nessuno negli occhi e che un giorno è tornata al Centro con i capelli puliti, restando a parlare anche senza i suoi inseparabili peluche. Non raccontano della quattordicenne che sogna di fare la game designer e intanto combatte ogni giorno per alzarsi dal letto. Non raccontano della sedicenne che arriva davanti a scuola e non riesce a varcarne la soglia, paralizzata da un’ansia che nessun voto può misurare. Nulla dicono di un ragazzo che per mesi è stato un problema ma poi diventa una risorsa per qualcun altro, in un doposcuola, in un oratorio, in un’attività di volontariato.
Dietro ogni dato c’è una persona, dietro ogni persona c’è un mondo che ha bisogno di essere ascoltato prima ancora che compreso.
Questo non dobbiamo dimenticarlo mai.
Cos’altro vi ha insegnato questo primo anno?
Tante cose e quasi tutte ci hanno reso più umili. I ragazzi, anche quelli che sembrano più chiusi e inaccessibili, rispondono quando percepiscono autenticità e costanza, quando trovano qualcuno che resta. Le famiglie vanno accolte e non giudicate e il territorio non è soltanto il contesto in cui si lavora, ma un alleato del percorso di cura. Il Centro non si sostituisce al servizio sanitario: lo integra, offrendo ciò che il sistema da solo fatica a garantire, cioè intensità, continuità e personalizzazione.
E ora?
Sono convinto che centri come il nostro non siano un’eccezione virtuosa, ma siano una necessità sistemica. Il disagio giovanile legato all’ipercollegamento e al ritiro non è un’emergenza passeggera destinata a rientrare, chiede risposte strutturali e radicate nei territori. Per questo il nostro orizzonte si muove lungo due strade complementari.
La prima?
La prima è trasferire il nostro approccio in altri territori, attraverso formazione, supervisione e affiancamento, costruendo una rete nazionale di competenze condivise, dove ogni nodo conserva la propria identità ma parla la stessa lingua di cura.
La seconda?
La seconda è più concreta e imminente: apriremo una nuova struttura a Roma. Sarà un banco di prova decisivo, che ci dirà se ciò che abbiamo costruito a Milano può davvero diventare un modello nazionale. Non per imitazione, ma per traduzione.
In effetti queste due strade non sono alternative, si alimentano a vicenda. In chiusura, la tua richiesta più urgente è…?
Ascoltare la voce di una generazione che non ha smesso di cercare il proprio posto nel mondo, che non chiede soluzioni rapide, ma adulti disposti a restare, a non mollare, anche quando il ragazzo non parla, non collabora, non migliora nei tempi che ci aspetteremmo. Perché è proprio nella costanza della presenza che si gioca la possibilità reale del cambiamento e nessun ragazzo deve affrontare il buio da solo.





















