Niulinx, la startup dedicata allo sviluppo della guida autonoma, ha da poco raccolto 38 milioni di euro, il più grande round italiano di sempre nel settore. Ma per costruire un campione europeo dell’autonomous driving non basteranno decine di milioni. «Per portare a maturazione queste tecnologie servono i billions, i miliardi”, dice a EconomyUp Sergio Matteo Savaresi, professore del Politecnico di Milano e tra gli ideatori del progetto che punta a portare sulle strade europee una piattaforma autonoma sviluppata in Italia.
«Se tutto andrà come speriamo – prosegue – Niulinx dovrà presto affrontare un secondo round di investimento, già pianificato, con una raccolta significativamente più elevata. Poi arriverà un terzo round, con una cifra ancora superiore, probabilmente con uno zero in più, e così via. Sono sfide che vanno affrontate fino in fondo. I nostri investitori ne sono pienamente consapevoli e hanno, per così dire, le spalle larghe».
«Fin dall’annuncio dell’iniziativa – puntualizza Savaresi – abbiamo attirato l’interesse di soggetti molto importanti, quali A2A e CDP Venture Capital, perché oggi l’Europa ha bisogno di costruire dei campioni industriali in questo settore. Sarà difficile competere con americani e cinesi? Assolutamente sì. Molto dipenderà anche dalle scelte politiche che l’Unione europea saprà fare nei prossimi anni».
La sfida non riguarda soltanto l’innovazione tecnologica. In gioco ci sono la mobilità del futuro, la sovranità tecnologica europea e il controllo di infrastrutture che domani potrebbero diventare tanto strategiche quanto le reti energetiche o le telecomunicazioni.
È proprio da questa consapevolezza che è nata Niulinx, lo spin-off del Politecnico di Milano guidato dal CEO Luca Foresti. La società si è costituita a partire dal progetto pilota del Gruppo A2A, del Politecnico di Milano e di MOST – Centro Nazionale per la Mobilità Sostenibile, che nel 2025 ha portato sulle strade di Brescia la sperimentazione di una tecnologia di guida autonoma nata per abilitare un modello di car sharing innovativo. (QUI il resoconto)
Sergio Matteo Savaresi è il padre scientifico del progetto, perché ha guidato per anni il gruppo di ricerca AIDA, da cui è nata la tecnologia alla base di Niulinx. Nella startup ricopre il ruolo di cofondatore e presidente del Comitato Tecnico Scientifico, con il compito di indirizzare lo sviluppo tecnologico e trasferire i risultati della ricerca al mercato. Ma la sua passione per questo settore, come spiega a EconomyUp, nasce molto prima della creazione di Niulinx. (Sotto, Sergio Savaresi al Next Mobility Forum a maggio 2026)

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Sergio Savaresi: accademico e imprenditore con la passione per la guida autonoma
«Io sono un ingegnere dell’automazione, è il mio settore scientifico e professionale. Sono sempre stato affascinato dall’idea di applicare l’automazione a oggetti che si muovono, perciò è stato naturale unire queste competenze al mondo dell’automobile».
Dal 2006 Savaresi è professore ordinario di Automatica al Politecnico di Milano e dirige il Dipartimento di Elettronica, Informatica e Bioingegneria (DEIB), oltre a guidare il laboratorio di ricerca MOVE dedicato alla mobilità intelligente. All’attività accademica ha affiancato un intenso percorso imprenditoriale, contribuendo alla nascita di numerosi spin-off deep tech, tra cui e-Novia, BluBrake, Yape, Zehus e HMDrive.
Dietro l’interesse scientifico e imprenditoriale, però, c’è soprattutto una visione sociale.
«Mi piace molto il fatto che questa tecnologia possa rivoluzionare il mondo in maniera positiva. Certo, adoro le corse automobilistiche e andare in pista, ma il vero sogno è trasformare la società».
MOVE, AIDA e le gare automobilistiche
La credibilità internazionale di Savaresi si è costruita in oltre dieci anni di ricerca del gruppo da lui guidato. Il punto di partenza è stato il laboratorio MOVE (Mobility and Vehicle Dynamics Laboratory), dove sono state sviluppate le competenze scientifiche sui sistemi di controllo, la dinamica dei veicoli e l’intelligenza artificiale applicata alla mobilità. Da questa esperienza è nato AIDA (Artificial Intelligence Driving Autonomous), il programma dedicato alla guida autonoma che ha portato alla realizzazione dei primi prototipi e alle sperimentazioni su strada pubblica. Nel corso degli anni il team ha acquisito una crescente notorietà internazionale partecipando e vincendo competizioni dedicate ai veicoli autonomi negli Stati Uniti e ad Abu Dhabi. Tra i risultati più prestigiosi figurano il record ottenuto alla Goodwood Hillclimb, la storica gara in salita del Festival of Speed britannico, dove una vettura senza pilota sviluppata a Milano ha stabilito il miglior tempo mai registrato da un’auto autonoma, e il record mondiale di velocità conquistato nel 2025 con una Maserati MC20 a guida autonoma.
“L’automobile privata è arrivata a un punto di rottura”
Al di là delle gare, l’auto autonoma è, nella visione di Savaresi, una prospettiva concreta per la mobilità quotidiana. Anche perché, a suo dire, il modello di mobilità attuale è inefficiente.
«Oggi abbiamo troppe automobili e vengono utilizzate pochissimo. In Italia circolano quasi 45 milioni di auto private che percorrono mediamente circa 8 mila chilometri all’anno. A Milano metà delle vetture resta permanentemente parcheggiata occupando milioni di metri quadrati di spazio urbano». Una fotografia che evidenzia il paradosso di un patrimonio enorme di mezzi utilizzati solo per una minima parte del tempo.
Ma, sostiene il professore, la questione non è eliminare l’automobile. «L’auto non può essere tolta alle persone, è uno strumento fondamentale. La vera trasformazione consiste nel passare dall’auto privata posseduta in via esclusiva a un modello di mobilità come servizio».
Dal car sharing al robotaxi: perché cambia tutto
Esistono per questo, da tempo, i sistemi di condivisione di autovetture. Ma Savaresi individua il limite principale delle esperienze di car sharing tradizionali: «Per garantire un servizio efficiente bisogna disseminare la città di vetture. Questo significa auto poco utilizzate e un modello economico che difficilmente regge».
La guida autonoma ribalta completamente il paradigma. «La soluzione è molto semplice: non è più il cittadino che cerca l’auto, ma l’auto che va dal cittadino. Sembra una banalità, ma cambia radicalmente l’efficienza del sistema».
Da questa intuizione nasce il concetto di RoboSharing, sviluppato dal gruppo del Politecnico e poi trasferito a Niulinx: un veicolo autonomo che raggiunge l’utente, viene guidato durante il tragitto e poi si sposta autonomamente verso il cliente successivo o la stazione di ricarica. Una soluzione intermedia rispetto al robotaxi completamente autonomo, pensata per favorire l’adozione graduale della tecnologia in Europa.
Quando arriverà davvero la guida autonoma?
Per comprendere dove siamo oggi, Savaresi richiama la classificazione internazionale dei livelli di autonomia.
Le vetture oggi disponibili sul mercato si fermano generalmente al livello 2: possono mantenere corsia e distanza di sicurezza in maniera autonoma, ma la responsabilità resta sempre del conducente.
Il salto decisivo avviene con il livello 3, nel quale la responsabilità passa temporaneamente al sistema di guida automatica. Ma è il livello 4 a rappresentare la vera discontinuità.
«Nel livello 4 non serve più nessuno al volante. Il passeggero può sedersi dietro e l’auto gestisce autonomamente il viaggio all’interno di un’area definita. È questa la tecnologia davvero trasformazionale». Ed è proprio questo il traguardo che Niulinx intende raggiungere.
“A San Francisco i robotaxi sono già una realtà”
Se dal punto di vista tecnologico le procedure sono in fase avanzata, sul piano industriale l’Europa rischia di perdere terreno.
«Negli Stati Uniti e in Cina esistono già servizi operativi di robotaxi. A San Francisco si vedono quotidianamente flotte autonome in circolazione. L’Europa possiede le competenze tecnologiche, ma è rimasta indietro dal punto di vista industriale».
Un ritardo che preoccupa particolarmente Savaresi perché il controllo delle flotte autonome avrà implicazioni che vanno ben oltre la mobilità.
La guida autonoma come infrastruttura critica
Uno dei passaggi più forti della riflessione del professore riguarda il tema della sovranità tecnologica.
«In futuro le grandi flotte di auto autonome saranno infrastrutture nazionali critiche. Non stiamo parlando semplicemente di automobili: stiamo parlando di sistemi che effettuano una scansione continua delle nostre città, raccolgono enormi quantità di dati e potrebbero persino essere utilizzati in modo improprio». Per questo motivo ritiene inevitabile una qualche forma di controllo pubblico.
«Immaginiamo centinaia di migliaia di robotaxi che circolano nelle città europee. Chi controlla l’intelligenza artificiale che li governa? A quale sistema di valori è allineata? La risposta è che una forma di controllo pubblico dovrà esistere».
Non a caso gli Stati Uniti hanno già introdotto limitazioni all’utilizzo di software provenienti da Paesi considerati ostili per i sistemi di guida autonoma. Un segnale che, secondo Savaresi, dovrebbe spingere anche l’Europa ad accelerare.
La normativa “non è il vero ostacolo”
Uno dei luoghi comuni più diffusi è che la guida autonoma sia bloccata esclusivamente dalle regole. Savaresi non la vede così. «La normativa è un po’ un mito. In Europa sarebbe già tecnicamente possibile arrivare all’omologazione. È difficile, ma non impossibile».
Alcuni Paesi, tra cui Francia, Austria e Croazia, hanno già compiuto i necessari adeguamenti normativi. In Italia manca ancora un aggiornamento del Codice della Strada, ma il professore non considera questo elemento una barriera insormontabile. «L’aggiornamento richiesto è relativamente limitato e credo che arriverà in tempi ragionevoli. In ogni caso la nostra ambizione è europea, non soltanto italiana».
Un futuro con meno auto e più spazio per le persone
Guardando ai prossimi vent’anni, Savaresi immagina città profondamente diverse da quelle attuali.
Le automobili continueranno a esistere, ma saranno meno numerose, condivise, elettriche e autonome. Gran parte dello spazio oggi occupato dai parcheggi potrà essere restituito ai cittadini, alle biciclette e alla mobilità dolce. Persino il ruolo della patente potrebbe cambiare radicalmente.
«Le nuove generazioni guardano all’automobile in modo diverso rispetto agli over 50. Molti giovani preferirebbero un servizio che li porta a destinazione piuttosto che possedere un’auto». È una trasformazione culturale prima ancora che tecnologica. Ed è proprio su questa trasformazione che Niulinx scommette: costruire in Europa una piattaforma autonoma capace di competere globalmente e, allo stesso tempo, ridefinire il modo in cui le persone si muoveranno nelle città del futuro.






























