Trasferimento tecnologico, quali sono le università campioni d’Europa?
Il successo nel trasferimento tecnologico universitario si misura quando una scoperta esce dal laboratorio, trova una forma industriale, attira capitale e regge la prova del mercato. Brevetti e nuove società restano passaggi importanti, ma non bastano a descrivere la capacità di un ateneo di generare imprese durevoli. È su questa filiera che Oxford, Cambridge e l’ETH di Zurigo guidano oggi la scena europea, affiancati da poli come Losanna, Leuven e Aalto.
Italia non classificata e questo rende ancora più urgente un profondo ripensamento delle attività di trasferimento tecnologico nelle università.
L’European Spinouts Report 2025 di Dealroom, piattaforma di intelligence sui dati delle imprese innovative, attribuisce alle spin-off universitarie europee attive nel deep tech e nelle scienze della vita un valore complessivo di 398 miliardi di dollari. Il dato rappresenta l’84% del valore di tutte le spin-off europee considerate dal rapporto. Oxford è prima per valore creato, con 7,8 miliardi di dollari raccolti dalle proprie imprese; Cambridge segue al secondo posto e l’ETH di Zurigo al terzo.
La graduatoria va letta per ciò che misura: raccolta di capitale e valore creato nelle scienze della vita e nelle tecnologie ad alta intensità di ricerca. Non è una classifica generale della qualità accademica né una fotografia completa di tutte le forme di valorizzazione della ricerca. Offre però una risposta concreta alla domanda più rilevante per chi investe e fa impresa: quali università riescono a trasformare proprietà intellettuale in società capaci di arrivare a round rilevanti, partnership industriali ed exit.
Indice degli argomenti
Tech transfer universitario: il vantaggio nasce prima della spin-off
Lo studio dell’Ufficio europeo dei brevetti sull’innovazione universitaria, pubblicato nell’ottobre 2024 e basato su 1.200 università europee con domande di brevetto presentate tra il 2000 e il 2020, restituisce un primo elemento strutturale. Le invenzioni di origine universitaria rappresentano il 10,2% delle domande depositate da richiedenti europei presso l’Epo. Il 5% degli atenei concentra però la metà delle domande di brevetto accademiche.
Nel gruppo ristretto citato dall’Epo compaiono, fra gli altri, Oxford, ETH Zurigo, Technical University of Munich e Politecnico di Milano. La concentrazione riguarda la qualità delle piattaforme scientifiche, ma anche la presenza di uffici di trasferimento tecnologico capaci di presidiare brevetti, contratti di licenza, sviluppo sperimentale, ricerca di cofondatori e relazioni con investitori e imprese.
I campus più efficaci non trattano la spin-off come l’unico sbocco possibile. Valutano se una tecnologia debba essere concessa in licenza a un’impresa esistente, sviluppata con un partner industriale oppure trasformata in una nuova società. La scelta richiede tempo, capitale per il proof of concept e competenze manageriali che raramente coincidono con quelle del gruppo di ricerca.
Oxford e Cambridge: capitale paziente e portafogli profondi
Oxford resta il riferimento europeo per scala e continuità. L’Impact Report 2025 di Oxford University Innovation indica che nell’esercizio 2024/25 le imprese sostenute dall’ateneo hanno raccolto 489,8 milioni di sterline di investimenti. Oxford University Innovation ha supportato la nascita di 19 nuove imprese, depositato 93 nuovi brevetti e concluso 1.173 accordi di licenza. Il dato sulle licenze rende visibile un punto spesso trascurato: la valorizzazione della ricerca non passa soltanto dalla costituzione di società.
Il modello di Oxford è sostenuto da fondi per i Proof of concept, gestione delle partecipazioni universitarie e una rete di investitori specializzati. L’ University Challenge Seed Fund ha investito, dalla nascita, 18,5 milioni di sterline in 316 progetti e ha contribuito direttamente alla creazione di 108 spin-off. La capacità di reinvestire i ritorni nelle generazioni successive di progetti riduce la dipendenza da bandi episodici e rende l’intervento più continuo.
Cambridge dispone di una macchina altrettanto articolata, con una maggiore evidenza sul raccordo tra sostegno ai ricercatori, investimenti e consulenza. L’Annual Review 2024-25 di Cambridge Enterprise registra 1.129 idee sottoposte all’ufficio di innovazione, 20 nuove imprese formate e 874 accordi di licenza, commerciali o di ricerca. Il portafoglio di partecipazioni e investimenti contava 196 imprese al 31 luglio 2025; le società in portafoglio hanno raccolto 402 milioni di sterline nel periodo rendicontato.
I numeri non sono direttamente sovrapponibili a quelli di Oxford, perché i due atenei usano perimetri e finestre temporali differenti. Indicano tuttavia un tratto comune: il trasferimento tecnologico viene gestito come una funzione permanente dell’università, con risorse finanziarie e professionali proprie, non come un servizio amministrativo attivato alla fine del progetto di ricerca.
ETH Zurigo ed EPFL: la densità svizzera del deep tech
L’ETH di Zurigo mostra quanto la continuità del flusso di nuove imprese conti quanto i grandi casi di successo. Nel 2025 l’ateneo ha riconosciuto 46 nuove iniziative imprenditoriali: 24 spin-off basate su risultati di ricerca dell’ETH e 22 startup nate da conoscenze o competenze sviluppate nell’ateneo. Le statistiche 2025 dell’ETH segnalano inoltre 540 milioni di franchi svizzeri raccolti in 41 round di finanziamento, il 27% in più rispetto all’anno precedente.
La nuova distinzione introdotta dall’ETH è significativa. Se un’impresa nasce da un brevetto, da una piattaforma scientifica o da un risultato di ricerca, viene classificata come spin-off; se deriva dall’esperienza maturata da studenti, dottorandi o dipendenti senza usare direttamente risultati di ricerca, rientra fra le startup. Separare le due categorie migliora la qualità dei dati e impedisce di confondere l’imprenditorialità universitaria in senso ampio con il trasferimento tecnologico in senso stretto.
A Losanna, l’EPFL completa il quadro svizzero con un’attività di trasferimento tecnologico che il rapporto annuale 2025 sintetizza in 165 brevetti, licenze e invenzioni. Il dato descrive attività aggregate e non un conteggio di sole spin-off. La misura più significativa sul versante della scala arriva dall’European Spinouts Report 2025 di Dealroom: tutte e sei le exit universitarie europee superiori a un miliardo di dollari nel 2025 provenivano da università svizzere, britanniche e tedesche; la maggiore, pari a 3 miliardi di dollari, ha riguardato una spin-off dell’EPFL acquisita da Vista Equity Partners
Leuven e Aalto: due modi di misurare il trasferimento tecnologico
Il caso di Leuven, la più antica università del Belgio e dei Pasi Bassi, è interessante perché prevede una distinzione tra le imprese partecipate dall’università e quelle collegate alla ricerca attraverso una licenza. Nel rapporto annuale 2024 di KU Leuven, l’ateneo registra nove nuove spin-off e 145 imprese attive a fine anno; Leuven Research & Development, l’ufficio di trasferimento tecnologico, possedeva quote in 60 di queste società.
La differenza è rilevante. Dal 2024 KU Leuven include nel proprio conteggio anche startup con meno di un anno di vita che abbiano ottenuto una licenza esclusiva su tecnologia universitaria, pur senza una partecipazione azionaria dell’ateneo. Le 145 imprese descrivono quindi l’insieme delle società riconosciute come spin-off o collegate alla ricerca; le 60 partecipate da Leuven Research & Development sono un sottoinsieme. Il totale storico di 186 spin-off create fra il 1979 e il 2024 usa questo perimetro aggiornato e non può essere confrontato in modo lineare con le serie precedenti.
Nel 2024 KU Leuven ha inoltre depositato 87 nuove famiglie brevettuali, ottenuto 132 nuovi brevetti e concluso 198 nuove licenze. La pagina di Leuven Research & Development mostra una filiera che accompagna ricercatori e team imprenditoriali dalla tecnologia al progetto d’impresa, con un sostegno dedicato alle fasi iniziali.
Aalto, nata nel 2010 dalla fusione delle tre principali università di Helsinki, offre un modello diverso, fondato sul rafforzamento della pre-commercializzazione. L’Annual Review 2025 dell’università registra 168 comunicazioni di invenzione, 64 domande di brevetto e 17 trasferimenti di tecnologia verso imprese. Business Finland ha finanziato 13 progetti Research to Business per 8 milioni di euro; l’ateneo segnala inoltre un numero record di 40 progetti di pre-commercializzazione avviati nel corso dell’anno. Aalto si è collocata al quinto posto in Finlandia per numero di domande di brevetto, con 56 depositi.
I due casi non vanno letti come una classifica alternativa a Oxford, Cambridge o Zurigo. Mostrano piuttosto due infrastrutture di trasferimento tecnologico: Leuven integra licenze, partecipazioni e fondi seed; Aalto concentra risorse sul passaggio dall’invenzione alla validazione commerciale.
Il problema europeo arriva dopo il primo round
I campioni del tech transfer universitario operano dentro un contesto europeo ancora incompleto. Il rapporto Spin-offs: Reinforcing a Vector of Value Creation for EU-27, pubblicato dalla Commissione europea nel febbraio 2025, rileva che nel 2023 il deep tech ha assorbito il 44% dei finanziamenti di venture capital in Europa, mentre solo il 23% delle spin-off opera in questo comparto. Il documento segnala anche che appena l’11% delle spin-off deep tech dell’Unione europea raggiunge valutazioni paragonabili a quelle delle startup tradizionali.
Il nodo è la crescita. Dealroom rileva che quasi metà dei finanziamenti late stage raccolti tra il 2023 e il 2025 dalle spin-off europee deep tech e life science è arrivata da investitori esterni all’Europa, soprattutto statunitensi; nelle fasi iniziali, l’86% dei capitali è invece europeo. La ricerca nasce dunque nei campus del continente e trova sostegno nei primi passaggi, mentre la fase più costosa tende ancora a dipendere da capitale internazionale.
La Commissione europea ha collocato questo tema nella propria Startup and Scaleup Strategy, che collega semplificazione normativa, finanza, accesso al mercato, talenti e infrastrutture. Per le università il passaggio operativo riguarda soprattutto la qualità delle regole su proprietà intellettuale, licenze e partecipazioni societarie: un accordo lungo o un’equity iniziale eccessiva possono scoraggiare fondatori e investitori prima che la tecnologia arrivi alla validazione industriale.
Cosa insegna il tech transfer universitario all’Italia
L’Italia parte da una base di ricerca meno marginale di quanto suggerisca il dibattito pubblico. Lo studio dell’Epo colloca il Paese tra i primi quattro in Europa per numero complessivo di brevetti accademici e include il Politecnico di Milano fra il 5% di università che concentra metà delle domande di brevetto analizzate. La base empirica dello studio si ferma al 2020 e non consente di ricavare una classifica attuale delle università italiane per commercializzazione o raccolta di capitale.
Il confronto europeo suggerisce però priorità chiare. Servono fondi di proof of concept capaci di accompagnare una tecnologia fino a un punto investibile; uffici di trasferimento tecnologico dotati di competenze industriali e finanziarie; regole semplici e proporzionate sulla proprietà intellettuale; un rapporto stabile con fondi specializzati, imprese e manager disponibili a entrare nelle nuove società.
La lezione di Oxford, Cambridge, Zurigo, Losanna, Leuven e Aalto riguarda la continuità. I loro sistemi selezionano le tecnologie, scelgono la strada di valorizzazione più adatta e accompagnano per anni le imprese che meritano di crescere. È questa capacità organizzativa, prima ancora del numero di startup create, a trasformare la ricerca in sviluppo economico.




























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