Da anni l’Europa fatica a trasformare la propria ricerca universitaria in aziende tecnologiche globali. Forse (dico forse) il defence tech sta silenziosamente indicando una strada diversa. Partiamo da un’osservazione semplice.
Cinque tra le defence tech company europee emergenti hanno origine in un laboratorio universitario.
- La tedesca Isar Aerospace è nata dal gruppo di ricerca della Technical University of Munich.
- La finlandese ICEYE è nata dal programma di nanosatelliti della Aalto University e mantiene ancora una presenza sul campus di Otaniemi.
- La tedesca Quantum Systems è stata fondata da ricercatori della Bundeswehr University Munich.
- STARK è nata successivamente come spin-off di uno dei co-fondatori di Quantum Systems.
- L’italiana WSense, attiva su comunicazioni sottomarine e Internet of Underwater Things, è uno spin-off della Sapienza di Roma.
Cosa sta succedendo?
Indice degli argomenti
Trasferimento tecnologico, il volano del Defence Tech
Forse si è finalmente innestato un ciclo virtuoso.
- I capitali pubblici portano la tecnologia fuori dal laboratorio.
- Il venture capital aiuta le aziende a costruire prodotti e a scalare.
- Il public procurement fornisce domanda e porta fatturato e crescita.
Il terzo punto è quello che conta di più. Ed è quello in cui l’Europa è storicamente andata peggio. Nella difesa, lo Stato non è solo un regolatore o un erogatore di grant. Può essere il primo cliente.
La Germania è stata la più decisa a muoversi. A febbraio la commissione bilancio del Bundestag ha sbloccato circa 540 milioni di euro per loitering munitions (sono i veicoli armati ma senza presenza umana) divisi in parti uguali tra Helsing (ad oggi, de facto, il PSG del defence deep tech europeo) e STARK. Berlino ha inoltre siglato con Helsing un contratto software da 580 milioni di euro, dopo il collasso dei colloqui franco-tedeschi sul caccia di nuova generazione a causa di un dissidio su chi dovesse guidare il progetto (non c’è da stupirsi).
Ma non cantiamo vittoria. La ridotta scala sul lato della domanda resta il problema irrisolto in casa Europa. Siamo ancora lontani (anni luce) dal programma da 22 miliardi di dollari che si è aggiudicata la statunitense Anduril. Il defence tech americano può scalare facendo leva su un unico grande acquirente, mentre i founder europei devono ancora muoversi tra oltre 25 sistemi di procurement nazionali, che peraltro ancora hanno atteggiamenti freddi nei confronti di soluzioni che vengano da altri paesi dell'”Unione”.
Tech transfer, il tassello mancante: il capitale istituzionale
Guardiamo a ICEYE. La startup finlandese è oggi valutata oltre 10 miliardi di euro, dopo un round da oltre 1 miliardo. Nella sua cap table ci sono i fondi pensione finlandesi Varma e Ilmarinen, insieme a investitori statali finlandesi. Capitale pensionistico domestico a sostegno di settori strategici è un modello potenzialmente replicabile. Ma in questo caso di si aggiunge un ulteriore pezzo: il boost europeo, visto che ICEYE è difatti in predicato di essere il primo investimento del nuovo Scaleup Europe Fund da 5 miliardi di euro.
Su ICEYE si potrebbe essere scatenata la “tempesta perfetta”: fondi pensione + venture capital + capitali istituzionali + public procurement. Per una volta, tutti e quattro nella stessa stanza (che potrebbero fare uscire il famoso elefante :)
L’ultimo pezzo: il mondo corporate e l’open innovation strategica
L’Italia aggiunge un ulteriore spunto interessante con WSense.
Lo spin-off della Sapienza di Roma lanciato da Chiara Petrioli (qui il link alla nostra recente chiacchierata a Innovation Weekly) è stato sostenuto sia da venture capital privato sia da investitori istituzionali, tra cui CDP Venture Capital e Simest. Scala più piccola rispetto allo Scaleup Europe Fund, chiaramente. Ma una logica simile a quella che ha messo Varma e Ilmarinen nel cap table di ICEYE: capitale istituzionale domestico a sostegno dello sviluppo di tecnologia critiche.
Ma c’è un pezzo in più nella storia di WSense.
Fincantieri ha investito per la prima volta nell’azienda nel 2025, dopo che le due realtà avevano già collaborato su progetti e vinto bandi pubblici.
A luglio 2026, Fincantieri ha annunciato un accordo per acquisire una quota di maggioranza in WSense, nell’ambito di un programma più ampio da 600 milioni di euro per costruire un campione europeo integrato dell’underwater.
Non è soltanto un’acquisizione. È un possibile sovereignty play.
La catena si completa: tecnologia strategica sviluppata in un’università → finanziata da capitale pubblico e privato → validata attraverso il public procurement → integrata da un campione industriale nazionale.

Questo modello è quello che può portare la ricerca sul mercato attraverso diversi passaggi, ognuno dei quali contribuisce al de-risking del passaggio successivo.
Che cosa deve fare adesso l’Europa
L’Europa non ha bisogno di diventare più brava a inventare tecnologia: lo siamo già, e la matrice universitaria di queste cinque aziende lo dimostra. L’Europa deve diventare molto più brava a replicare il volano che porta la tecnologia dall’università al mercato, producendo aziende tecnologiche con ambizioni globali.
Qui le domande sono due, in verità.
- Cinque indizi fanno una prova?
- Se sì, riusciremo a fare girare questo volano anche in altri settori? Quali altri settori potrebbero realisticamente replicare questo modello? Salute? Energia? Spazio?
Time will tell, ma teniamoci lo spunto positivo.


























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