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Decreti sull’intelligenza artificiale, cosa cambia per startup, aziende e open innovation



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Con i decreti attuativi dell’AI Act, l’Italia completa il quadro normativo sull’intelligenza artificiale. Le startup dovranno preoccuparsi della compliance e le aziende dovranno ripensare open innovation, procurement e governance dei progetti sviluppati con partner tecnologici e startup AI

Pubblicato il 11 giu 2026



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L’approvazione da parte del Consiglio dei ministri, mercoledì 10 giugno, di due decreti attuativi delle norme europee sull’intelligenza artificiale, il cosiddetto AI Act, segna un passaggio delicato per l’ecosistema dell’innovazione.

Non si tratta soltanto di nuove regole per aziende o startup che sviluppano soluzioni AI, ma di un cambiamento destinato a coinvolgere l’intera filiera dell’innovazione, dalle imprese che adottano queste tecnologie alle grandi aziende che collaborano con startup attraverso programmi di open innovation, accelerazione e corporate venture capital.

“L’Italia è la prima nazione che si dota di una disciplina normativa nazionale organica in materia di intelligenza artificiale”, ha dichiarato il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, sottolineando come i decreti si inseriscano nel percorso avviato con la legge 132 del 2024 e completino l’attuazione dell’AI Act europeo nell’ordinamento nazionale.

Per startup e imprese innovative la novità principale non riguarda soltanto nuovi obblighi di conformità. Cambia soprattutto il modo in cui l’innovazione basata sull’intelligenza artificiale verrà valutata, acquistata e integrata nelle organizzazioni. La compliance diventa infatti una componente strategica dei processi di innovazione.

Decreti AI, cosa prevedono e quando entreranno in vigore

I due decreti approvati dal Governo hanno l’obiettivo di adeguare la normativa italiana ai regolamenti europei sull’intelligenza artificiale.

Il primo interviene sui poteri delle autorità nazionali competenti e sull’applicazione delle regole armonizzate previste dall’AI Act. Il secondo disciplina alcuni ambiti particolarmente sensibili, tra cui l’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella formazione, nelle attività di polizia e nei profili di responsabilità civile e penale.

Le due autorità competenti: AgID e ACN

Le due Autorità nazionali competenti saranno AgID (Agenzia per l’Italia Digitale e ACN (Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale)

La ripartizione dei compiti è particolarmente interessante perché dice molto sull’approccio italiano all’AI.

Ad AgID è affidato il compito di promuovere lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, gestire le procedure di notifica e svolgere funzioni legate all’accreditamento e alla conformità dei sistemi. In pratica rappresenta il lato “innovation-friendly” della governance.

L’ACN avrà invece i poteri di vigilanza sul mercato, monitoraggio dei sistemi AI, attività ispettive e, in sostanza, il ruolo di enforcement. Sarà anche il punto di contatto con le istituzioni europee per le materie legate all’AI Act.

Perché questo interessa ad aziende e startup

Dal punto di vista dell’innovazione, questa scelta istituzionale è significativa. Non è stata affidata la governance dell’AI a un’autorità indipendente unica, ma a due agenzie con competenze complementari: AgID guarda alla diffusione e all’adozione dell’innovazione; ACN guarda ai rischi, alla sicurezza e alla conformità.

Per le aziende che fanno open innovation questo significa che i progetti AI saranno valutati sempre più secondo due parametri contemporaneamente: capacità di generare innovazione; capacità di garantire sicurezza, tracciabilità e governance.

I decreti dovranno ora completare l’iter previsto per la pubblicazione e l’entrata in vigore. Si inseriscono comunque in un quadro regolatorio già delineato dall’AI Act europeo, le cui disposizioni stanno entrando progressivamente in applicazione tra il 2025 e il 2027.

Per le startup la compliance diventa fondamentale

Per le startup che sviluppano o utilizzano sistemi di intelligenza artificiale la principale conseguenza sarà la necessità di integrare i requisiti normativi fin dalle prime fasi di progettazione.

Accanto a elementi tradizionali come scalabilità, crescita e raccolta di capitali, diventano centrali aspetti quali la governance degli algoritmi, la qualità dei dati utilizzati per l’addestramento, la documentazione tecnica, la trasparenza dei modelli e la gestione dei rischi.

Particolarmente rilevanti saranno gli obblighi per i sistemi classificati come “ad alto rischio” dall’AI Act, ad esempio quelli utilizzati in settori come sanità, istruzione, finanza, selezione del personale o pubblica amministrazione.

In questo scenario, la capacità di dimostrare affidabilità normativa potrebbe diventare un vantaggio competitivo tanto importante quanto l’innovazione tecnologica.

L’impatto sull’open innovation delle aziende

Se gli effetti sulle startup sono evidenti, il cambiamento più profondo potrebbe riguardare le aziende che utilizzano l’innovazione aperta per accelerare la trasformazione digitale.

Negli ultimi anni molte corporate hanno sviluppato progetti insieme a startup specializzate in AI, attraverso programmi di accelerazione, proof of concept, venture clienting e corporate venture capital. In molti casi l’obiettivo era sperimentare rapidamente nuove tecnologie e valutarne il potenziale.

Con il nuovo quadro normativo questa logica non scompare, ma si evolve. Le aziende non potranno più limitarsi a verificare che una soluzione AI funzioni. Dovranno anche accertarsi che sia stata sviluppata e utilizzata nel rispetto delle regole europee e nazionali.

La domanda non sarà più soltanto “questa tecnologia genera valore?”, ma anche “questa tecnologia è conforme, trasparente e governabile?”.

L’open innovation entra nell’era della due diligence algoritmica

Una delle conseguenze più rilevanti riguarda i processi di selezione delle startup.

Nei programmi di open innovation diventeranno sempre più frequenti verifiche relative a:

  • provenienza e qualità dei dati utilizzati per addestrare i modelli;
  • sistemi di supervisione umana;
  • gestione dei bias e delle discriminazioni;
  • procedure di monitoraggio degli algoritmi;
  • documentazione tecnica;
  • classificazione del sistema rispetto ai livelli di rischio previsti dall’AI Act.

Accanto alla tradizionale due diligence finanziaria e tecnologica emerge quindi una nuova forma di due diligence normativa e algoritmica.

Per gli innovation manager questo significa introdurre nuovi criteri di valutazione nei processi di scouting e selezione delle startup.

Più peso a legale, compliance e procurement

L’intelligenza artificiale potrebbe inoltre modificare gli equilibri interni delle organizzazioni.

Molti progetti di innovazione sono stati finora guidati principalmente dalle business unit e dai team di innovazione. Con l’AI, invece, diventano centrali anche funzioni come legale, compliance, risk management e procurement.

L’adozione di una soluzione sviluppata da una startup non sarà più soltanto una scelta tecnologica o di business. Potrà avere implicazioni regolatorie, reputazionali e organizzative che richiederanno valutazioni più approfondite.

Questo potrebbe allungare alcuni processi decisionali, ma anche ridurre i rischi associati all’adozione di tecnologie non adeguatamente controllate.

Il rischio di frenare sperimentazione e innovazione

L’aspetto più delicato riguarda il possibile impatto sulla velocità dell’innovazione.

Le grandi imprese potrebbero diventare più selettive nella scelta delle startup con cui collaborare, privilegiando soggetti già strutturati sotto il profilo normativo e della governance.

Per le startup più giovani o in fase early stage il rischio è quello di trovarsi di fronte a nuove barriere all’ingresso. Dimostrare la conformità potrebbe richiedere competenze, investimenti e risorse che non tutte le realtà sono in grado di sostenere.

Esiste quindi il pericolo che alcuni progetti sperimentali vengano rallentati o che le corporate preferiscano affidarsi a fornitori più maturi e consolidati.

Una nuova stagione di innovazione responsabile?

L’altro lato della medaglia è che le nuove norme potrebbero trasformarsi in un fattore abilitante. Le grandi aziende, gli investitori e la pubblica amministrazione avranno sempre più bisogno di tecnologie affidabili, verificabili e conformi alle norme. Questo potrebbe favorire la nascita di nuove startup specializzate in AI governance, audit algoritmico, monitoraggio dei modelli, explainable AI e gestione dei rischi.

Anche i fondi di corporate venture capital potrebbero iniziare a valutare le startup non soltanto in base al potenziale di crescita, ma anche alla loro maturità regolatoria. In questo contesto, la compliance potrebbe diventare uno dei principali criteri di competitività del mercato europeo dell’intelligenza artificiale.

Dalla sperimentazione all’AI enterprise-ready

La vera trasformazione introdotta dai decreti attuativi e dall’AI Act è probabilmente questa: l’intelligenza artificiale esce dalla fase della sperimentazione e diventa una tecnologia infrastrutturale.

Per entrare stabilmente nei processi delle grandi organizzazioni non sarà più sufficiente dimostrare che un algoritmo funziona. Sarà necessario dimostrare che può essere controllato, monitorato, spiegato e governato.

Per startup, corporate e attori dell’open innovation si apre quindi una nuova fase. La sfida non sarà soltanto innovare più velocemente, ma innovare in modo responsabile. E per molte aziende questo potrebbe rappresentare il vero vantaggio competitivo dei prossimi anni.

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