La notizia arriva in modo indiretto ma inequivocabile: un post LinkedIn di Martin Olczyk, managing director di Techstars, che chiude idealmente la sua esperienza europea “Berlino–Amsterdam–Torino” e saluta la community costruita negli anni, ringraziando partner e founder. E annunciando una sua prossima iniziativa, per cui ha cominciato la ricerca di investitori.
Il riferimento, per Torino, è al programma Techstars ospitato alle Ogr e sostenuto da Intesa Sanpaolo Innovation Center, Fondazione Compagnia di San Paolo e Fondazione Crt). Il punto non è solo l’uscita di una persona, per quanto rilevante e stimata nell’ecosistema. “Techstars non c’è più”, dice semplicemente un importante investitore che conosce bene la Torino dell’innovazione. E non c’è – ancora – una motivazione ufficiale per questa scomparsa.
Anche questo vuoto informativo conta: quando un brand globale dell’innovazione lascia una città senza una narrativa condivisa, dopo un arrivo in pompa magna (la comunicazione del 2020…) l’ecosistema tende a riempire gli spazi con ipotesi. E il rischio è doppio: polarizzare il dibattito (successo vs fallimento) e perdere di vista la domanda che interessa davvero a founder e investitori: cosa cambia adesso?
Sarebbe sbagliato concludere precipitosamente che Torino “non funziona”, proprio nel momento in cui il veicolo di investimento in startup degli Elkann (Vento che ha appena cambiato in Reef il nome del suo programma) torna a puntare sulla città con un evento internazionale che da quest’anno si chiamerà Wave.
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Cos’è Techstars e perché la chiusura di Torino è importante
Techstars nasce a Boulder, Colorado, nel 2006, quando la parola “acceleratore” non era ancora uno standard di mercato: un programma breve, mentor-driven, pensato per comprimere tempi e rischi dell’early stage e trasformare community locali in pipeline globale di startup e capitali. Nel tempo quel modello è diventato un brand internazionale anche perché ha generato alumni riconoscibili nel venture market.
Per questo la chiusura delle attività a Torino e in Italia non è una semplice “fine programma”: è l’uscita di un pezzo di infrastruttura che, per sei anni, ha cercato di collegare l’ecosistema torinese ( e tendenzialmente quello italiano) a un network globale di mentor, investitori e corporate.
Techstars non è un acceleratore “locale” con ambizione internazionale: è una piattaforma globale di accelerazione e investimento che lavora su tre asset difficili da replicare in tempi brevi: selezione, mentor network, accesso a capitali e corporate. Il programma torinese è stato denominato Techstars Transformative World Torino, etichetta di una traiettoria che negli anni ha cambiato focus (smart mobility, smart cities, transformative world) ma ha mantenuto lo stesso impianto: portare a Torino team internazionali e collegarli a un network di mentor, investitori e partner.
Sui risultati, una fonte “di parte” ma utile perché dettagliata è Intesa Sanpaolo Innovation Center: nei primi cinque anni, il programma avrebbe supportato oltre 100 founder, le cui aziende avrebbero raccolto oltre 120 milioni di dollari, creato oltre 600 posti di lavoro, firmato 80 accordi di Proof of Concept con committenze italiane e realizzato 3 exit.
Numeri che spiegano perché la chiusura non è neutra: Techstars era un pezzo di “infrastruttura reputazionale” che rendeva Torino comparabile con altri hub europei, perché importava metodo, standard e relazioni.
Torino e l’innovazione: crescita ma con un tallone d’Achille
Torino arriva alla chiusura di Techstars in un momento paradossale: meno startup, ma più capitale. L’ultima edizione della Ricerca sulle Startup e Sistema dell’Innovazione a Torino (ToTeM Torino Tech Map del Club degli Investitori con ESCP e Growth Capital, la nuova edizione con i dati 2025 sarà presentata a metà marzo) fotografa 626 startup e Pmi innovative attive a fine 2024, contro le 675 del 2023 (-7,3%, in linea con il trend nazionale). I
Sul fronte investimenti, però, la curva va nella direzione opposta: gli investimenti crescono da 65 a 253 milioni di euro. E qui c’è il dato che incornicia il posizionamento della città: il deep tech attrae l’86% dei fondi investiti. La stessa ricerca descrive un ecosistema più denso di quanto spesso si percepisca dall’esterno: più di 30 incubatori e acceleratori, oltre 20 investitori professionali e un livello di internazionalizzazione in crescita (aziende con vocazione globale, team con risorse non italiane, capitali esteri).
Detto in modo “startup-first”: Torino sta costruendo un vantaggio competitivo su tecnologie complesse, ma la partita matura non è il numero di startup. È la conversione: dal deep tech finanziato al deep tech adottato (PoC → contratti → scaling). È qui che un acceleratore globale può fare la differenza. Ed è qui che la sua uscita diventa un test.
Startup e innovazione a Torino: i numeri
- 626 startup e Pmi innovative a fine 2024 (675 nel 2023, -7,3%).
- Investimenti da 65 a 253 milioni € nel 2024.
- 86% dei fondi investiti attratto dal deep tech.
- 30+ incubatori/acceleratori e 20+ investitori professionali. .
Perché Techstars lascia Torino? Tre ipotesi
Non esiste, ad oggi, una motivazione ufficiale pubblica associata all’uscita di techstars da Torino e dall’Italia. Ecco tre scenari possibili coerenti con le modalità di funzionamento degli acceleratori globali e con le fragilità tipiche dell’ecosistema italiano dell’innovazione. Ogni ipotesi è accompagnata da indicatori che diventano domande.
1) La domanda corporate è insufficiente o discontinua
Un acceleratore come Techstars “regge” se genera pipeline commerciale: PoC che diventano contratti, procurement ripetibile, partnership industriali. Se le corporate partecipano in modo intermittente o senza budget e owner interni, la value proposition per startup internazionali perde forza.
Le domande aperte:
- Qual è stato il tasso di tasso di conversione PoC → contratti?
- Quale il tempo medio PoC → contratto (oltre 9–12 mesi spesso è letale per una seed)
- Quale la quota di ricavi in Italia generata dalle startup accelerate entro 12–18 mesi?
- Quale il numero di corporate attive anno su anno (entrate/uscite, rinnovi)?
- Quale budget per innovation procurement / venture clienting, non solo sponsorship?
2) Risultati di accelerazione sotto benchmark (follow-on, scaling, exit “quality-adjusted”)
Gli acceleratori globali valutano le sedi anche con benchmark interni: follow-on per coorte, qualità degli investitori che seguono, crescita delle aziende, capacità di attrarre round fuori dal perimetro locale. Se i risultati sono disomogenei o dipendono da pochi outlier, il bilancio può non reggere.
Le domande aperte:
- Quale il follow-on rate per coorte (6/12/24 mesi)?
- Quale la dimensione mediana dei round post-programma (la mediana pesa più della media)?
- Quale la quota di capitali esteri nei follow-on (misura l’effetto-network)?
- Quale il survival rate a 24–36 mesi?
- Concentrazione: quanta parte dei risultati arriva dal top 5% del portfolio?
3) Disallineamento tra partner (metriche, governance, orizzonte) più che “scarsa convinzione”
In un programma multi-stakeholder convivono obiettivi diversi: impatto territoriale, reputazione, PoC industriali, performance di portfolio. Dopo 5–6 anni, spesso serve un upgrade di governance: fondo ponte, meccanismi di follow-on, venture clienting strutturato. Se quell’upgrade non arriva o le metriche restano incoerenti, aumenta la frizione.
Temi aperti:
- cambi frequenti di focus senza una strategia pluriennale chiara
- rotazione dei referenti e sponsor interni nelle corporate
- riduzione di budget o passaggio a formule “light”
- assenza di strumenti di continuità (follow-on, venture clienting permanente)
- obiettivi non condivisi (numero di startup vs adozione e ricavi)
In sintesi, sei anni dopo e con una pandemia di mezzi i conti non sono tornati. Perché Techstars è rimasto troppo torinese e legata agli obiettivi degli stakeholder locali. Questo ha ovviamente ristretto il bacino potenziale di partner in un mercato dell’innovazione italiano già di per se ancora fortemente ristretto.
L’impatto della chiusura di Techstars a Torino
E adesso? Proviamo a spostare il tema dal perché al cosa fare. È quello che propone in un post su Linkedin Alessandro Leonardi, Head of Customer Operation Innovation in Poste Italiane, perché quando un partner globale esce senza una motivazione chiara, l’ecosistema rischia una perdita di slancio e una lettura esterna distorta. È un punto pragmatico: per una città che vuole attrarre capitali e team internazionali, la reputazione si costruisce anche sulla capacità di gestire transizioni e continuità.
La conseguenza più concreta, per founder e investitori, è questa: se per 12–18 mesi si interrompe la pipeline internazionale e si spegne l’effetto-network, ricostruire attenzione costa molto più che mantenerla. E la manutenzione non è un comunicato stampa: è governance, continuità di programmi, strumenti di domanda corporate.
La domanda vera per Torino (e per l’Italia): possiamo rendere sostenibile un acceleratore globale?
La chiusura di Techstars non dice automaticamente “Torino non funziona”. I numeri dell’ecosistema dicono il contrario: più capitali, più deep tech, più infrastrutture. Quello che mette sotto stress è la parte più difficile: costruire domanda di innovazione ripetibile, capace di trasformare sperimentazioni in adozione, e di rendere un programma internazionale non dipendente da un singolo brand.
Se l’ecosistema reagisce con governance e strumenti (continuità del dealflow, venture clienting, metriche di conversione), l’uscita di Techstars diventa un passaggio, non una ferita. Se reagisce con rimpianti e scoraggiamento, il rischio è perdere il vantaggio più prezioso: il momentum.
L’errore da evitare è, quindi, trattare la chiusura come un “fine ciclo” e basta. Molto meglio considerare quanto accaduto come un momento dell’evoluzione dell’ecosistema, in cui magari fare autocritica ma senza disperdere quanto fatto. Gli asset accumulati sono almeno due:
- hard asset: alumni e mentor network, playbook, relazioni internazionali, pipeline di candidature, rituali (demo day)
- soft asset: reputazione, fiducia degli investitori, percezione di Torino come hub “dove succedono cose”
Se Torino – e l’Italia – vuole capitalizzare, la domanda è: chi presidia la continuità? Chi garantisce che il dealflow internazionale non si interrompa? Chi mette a terra la conversione corporate?
















