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Tech transfer: così funziona nel mondo il trasferimento dell’innovazione dalla ricerca al mercato / 3

Il tech transfer in Europa e nel mondo in generale funziona da tanti anni. Qui i numeri e le strategie di UK, Francia e USA. Modelli vincenti che puntano su qualità della ricerca scientifica, manager competenti ed ecosistema imprenditoriale

Pubblicato il 22 Set 2020

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Tech transfer nel mondo
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Il technology transfer in Europa e nel mondo in generale funziona da tanti anni: trasferisce l’innovazione dai cassetti delle università e dei centri di ricerca al mercato, a beneficio di tutta la collettività.

Tech transfer nel mondo: i protagonisti e i numeri in UK

In UK il governo  ha adottato diverse iniziative politiche e fondi governativi sin dal 1988 per stimolare la cooperazione tra i ricercatori nelle università e gli imprenditori del paese. Questa cooperazione ha negli anni molto cambiato il modo in cui le università inglesi hanno organizzato le loro attività di Tech Transfer, fino a consolidare best practice di successo, che vanno dalla costituzione di società separate per la commercializzazione dell’IP sino a fondi di investimento dedicati a supportare la fase più critica del Tech Transfer, quella del cosiddetto POC – proof of concept. C’è inoltre ormai una consapevolezza sempre più diffusa nella popolazione inglese dell’impatto della ricerca univesitaria in UK: Made At Uni è solo una delle ultime iniziative, online, che vuole raccontare al paese e alle persone l’impatto che la ricerca svolta dalle università può avere nella vita di tutti i giorni.

Il risultato di queste politiche è ben evidente nei numeri: oggi il sistema delle università inglesi fa nascere mediamente 140 nuove spin-out (perché così si chiamano, diversamente dalle nostre spin-offe ricavano ben oltre 100 milioni di sterline all’anno in licencing di brevetti. Numerosi i fondi di investimento specializzati nello sviluppare iniziative tecnologiche che nascono nell’ambito delle ricerche universitarie, alcuni con dimensioni davvero rilevanti (£ 600 milioni quello dell’Università di Oxford). Ci sono 4.000 professionisti che lavorano nel TT delle circa 150 università in UK, ossia circa 25 persone per istituto.

Emblematico il caso del “golden triangle“, ossia l’area compresa tra le città di Oxford, Cambridge e Londra, nella quale processi virtuosi di tech transfer sono guidati dalla collaborazione tra le università, le startup e gli investitori, e “lubrificati” da una grande abbondanza di capitali per gli investimenti early-stage. E il risultato è tangibile quanto eclatante quando lo si confronta con il dato italiano: ad esempio, 9,2 milioni di sterline è quanto “è ritornato” nel 2019 ai ricercatori e all’università di Oxford grazie alla Oxford University Innovation (società esterna interamente detenuta dall’Università, costituita nel lontano 1987 come Oxford University Research and Development, poi ridenominata Isis Innovation).

E ancora, dal bilancio 2019 di Cambridge Enterprises, spiccano i 17,734 milioni di sterline come “equity realization; income to Cambridge Enterprise and University Seed Funds.”

Tech transfer nel mondo: il caso Francia

In Francia, l’associazione dei Technology Transfer Accelerators Offices ha potuto beneficiare in passato di circa 25 miliardi di Euro di fondi pubblici nell’ambito del programma di stato “Investing for the future”, dei quali 900 milioni dedidati al finanziamento dei POC. E i numeri alla fine tornano anche qui.

Tech transfer nel mondo: i dati USA

In US, dal 1996 al 2017 il contributo al GDP americano è stato di 865 miliardi di dollari, con quasi 6 milioni di posti di lavoro creati. Secondo l’associazione americana del tech transfer americana (AUTM), dal 1980, più di 2.000 farmaci e vaccini sono stati sviluppati grazie a partnership pubblico-private.

Quali sono i modelli che funzionano

Insomma, il technology transfer in Europa e nel mondo in generale funziona, da tanti anni: trasferisce l’innovazione dai cassetti delle università e dei centri di ricerca al mercato, a beneficio di tutta la collettività. La visione comune internazionale è infatti che il “technology transfer is a commercial activity with benefits that go well beyond the opportunity to make money“; grazie alla quale i benefici dei risultati delle attività di ricerca scientifica vengono estesi e condivisi con la collettività e la società in generale. E’ però altresì evidente che a distanza di tempo, buone prassi di tech transfer conducono anche a risultati finanziari più che soddisfacenti. Come ricorda Andrea Allunni nel suo libro, i 4 milioni di sterline dati per avviare l’operatività allo University Challenge Seed Fund dell’Università di Oxford nel 1999 si sono raddoppiati in 15 anni per effetto delle cosiddette exit proceeds, ossia i ricavi di cessione delle partecipazioni dalle spin-out costituite (perchè cosi si chiamano in UK).

In sintesi, osservando i modelli di successo che si sono consolidati all’estero, affinché si realizzi un efficace processo di trasferimento tecnologico è necessario che ci siano questi ingredienti:

  • una elevata qualità della ricerca scientifica, in grado di generare un portafoglio di brevetti di valore (“a sound IP portfolio);
  • un team di manager di Technology Transfer molto competente, in grado di comprendere sia la lingua della tecnologia che quella del business;
  • un ecosistema imprenditoriale in grado di assorbire le innovazioni generate e di fornire servizi accessori.

Quando si crea tutto ciò, con pazienza, determinazione e lungimiranza, i risultati arrivano.

(Fonte: EUREKA! Venture SGR)

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Stefano Peroncini

Stefano Peroncini

Venture Capitalist e Serial Entrepreneur. CEO di EUREKA! Venture SGR e membro del Comitato di Investimento di FARE Venture (Fund of Funds da 80Ml€ di Lazio Innova). È stato fondatore e CEO di Quantica SGR, fondo che ha investito nella startup biotech EOS, ceduta all’americana Clovis Oncology per 470ml$
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