È arrivata la fine delle famiglie imprenditoriali italiane?

I fondatori delle startup di successo rappresentano potenzialmente il nuovo tessuto imprenditoriale del Paese. Una nuova razza di imprenditori che potrebbe subentrare al tipico modello familiare italiano. Oltre al loro modello di business, anche il rapporto con l’azienda ed i suoi stakeholder è “disruptive”.

Pubblicato il 02 Mar 2016

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Questi nuovi imprenditori hanno sì visione, passione e leadership, doti fondamentali per crescere, ma hanno un concetto di successo della propria avventura ben lontano da quello che in Italia abbiamo avuto fino ad almeno due decenni fa. Infatti, per loro, l’apice di questo successo è l’exit, che per il 90% dei casi significa cedere l’azienda ad un acquirente, possibilmente straniero, perché può pagare di più. Non importa molto se, come accaduto in alcuni casi nel settore internet, chi compra sia interessato ad acquisire un mercato o un numero di utenti e non a sviluppare nuova occupazione.

Noi, imprenditori di fine millennio, abbiamo sempre avuto un concetto di sacralità dell’azienda identificandola con la famiglia e viceversa. Guai a perderne il controllo. Tutt’al più se la vendevamo, dopo venti, trenta anni, o dopo una o due generazioni, era per consegnarla a qualcuno che ne avrebbe continuato l’attività. Lo startupper di oggi inizia la sua avventura con l’idea che l’azienda non sia la sua vita ed è disposto a offrirla al miglior offerente. Ovviamente ciò accade a causa di molti fattori tra cui la presenza dei Venture Capitalist, la globalizzazione dei mercati, ecc. Ma il punto non è questo.

La domanda che dobbiamo porci è: stiamo distruggendo il modello portante dell’imprenditoria italiana o stiamo assistendo alla nascita di un fenomeno nuovo?

In questi anni spesso ho avuto il dubbio se fosse corretto inserire nei contratti la clausola del drag along (cioè il potere del Socio finanziario di minoranza di vendere il 100% della società). Quando è entrato un fondo di investimento nella mia società non ho assolutamente accettato queste condizioni. Ho dubitato spesso quindi di coloro che, con estrema freddezza, dopo i primi 10 minuti di presentazione del loro business plan già identificano la tempistica e le modalità della exit. E mi sono chiesto: sarà un vero imprenditore colui che dopo 3 anni prevede già di vendere la propria azienda ?

Ma ora, dopo aver assistito ai primi casi di successo, mi sono fortunatamente ricreduto. Come spesso accade, in ritardo, anche da noi si verifica ciò che è accaduto negli USA. Prendiamo per esempio Elon Musk, oggi conosciuto per essere il fondatore di PayPal e Tesla. Elon ha iniziato la sua attività nei contenuti on line fondando Zip 2 e vendendola dopo 4 anni a Compaq. Con il ricavato ha poi dato origine ad un gruppo che ha generato PayPal. Oggi, oltre a Tesla, partecipa a numerose iniziative nei settori dell’energia solare e dell’aerospazio.

Conosco in Italia alcuni piccoli Musk. Questi nuovi imprenditori, dopo la exit, invece di passare il loro tempo nei campi da golf o investire il loro patrimonio in immobili, riprendono a lavorare con ancora maggiore passione. Sono capaci di adattarsi al cambiamento ed al mondo globale piuttosto che estinguersi come invece è successo ad altri che hanno avuto una visione monolitica e troppo familiare dell’azienda. Hanno implementato nella loro prima esperienza un livello di conoscenze e relazioni tali da poter con estrema facilità iniziare, ancora in giovane età, nuove appassionanti avventure, magari più grandi ancora. Appena venduta la loro startup diventano angel, anzi Super Angel, fondano acceleratori o investono in una nuova impresa che magari questa volta quoteranno in Borsa, visto che hanno più capacità di prima.

Siamo sulla strada giusta. Stiamo passando dall’imprenditoria familiare ad un modello che chiamerei “imprenditorialità diffusa”. Sono convinto che questa nuova “razza” si espanderà a macchia d’olio e favorirà il moltiplicarsi di nuovi e appassionanti progetti che contribuiranno fattivamente a far crescere il nostro Paese.

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