La Commissione europea ha aperto l’European Innovation Council alle tecnologie dual-use e al defence tech. Dal 17 giugno 2026, con l’emendamento al Work Programme 2026 dell’EIC, EIC Accelerator e Step Scale Up potranno sostenere imprese che sviluppano tecnologie con applicazioni civili e di difesa, mentre una nuova call da 100 milioni di euro, EIC Step Defence Scale Up, porterà equity diretto nelle aziende della difesa.
È un passaggio rilevante per l’innovazione europea perché sposta il tema dal piano delle definizioni a quello degli strumenti finanziari. Il dual-use, già al centro del dibattito su startup, deep tech e venture capital, entra ora nel principale veicolo europeo per sostenere imprese ad alto rischio tecnologico. E il defence tech, finora sostenuto soprattutto da programmi di ricerca, acceleratori e fondi specializzati, trova un canale Ue capace di investire direttamente nel capitale delle scaleup.
La novità arriva dentro il quadro del Defence Mini-Omnibus, il pacchetto normativo che ha modificato il perimetro di diversi programmi Ue per incentivare investimenti legati alla difesa. La conseguenza concreta è che tecnologie come AI, quantum, robotica, cyber defence, materiali avanzati, droni e counter-drone possono accedere a strumenti pensati per accelerare il passaggio da innovazione promettente a capacità industriale.
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Che cosa cambia per startup e scaleup dual-use
Il nuovo assetto EIC introduce due percorsi distinti. Il primo riguarda le tecnologie dual-use con applicazioni civili e di difesa; il secondo è dedicato alle tecnologie critiche per la difesa. La differenza non è solo nominale: cambia la taglia degli investimenti, il livello di maturità richiesto e il ruolo del capitale privato.
La sintesi dei nuovi canali EIC mostra la direzione della politica industriale europea.
La scheda EIC sui funding pathways indica anche un requisito importante per la call defence: almeno il 20% di co-investimento privato deve essere già assicurato prima della candidatura. L’EIC punta quindi a entrare in round più ampi, tipicamente tra 50 e 150 milioni di euro o oltre, con l’obiettivo di moltiplicare l’effetto del capitale pubblico.
Perché l’equity europeo conta più del grant
Il punto nuovo non è soltanto l’apertura del perimetro tematico. È il fatto che un programma Ue investa equity diretto in società della difesa. Secondo l’EIC, è la prima volta che un programma europeo di finanziamento entra con capitale diretto in imprese defence tech.
Per le startup questo passaggio può incidere su uno dei colli di bottiglia più discussi del settore: la fase tra prototipo, validazione e scala industriale. Nel dual-use, molte imprese nascono in contesti civili, universitari o industriali aperti, ma per entrare in mercati di sicurezza e difesa devono affrontare cicli di vendita lunghi, certificazioni, test operativi, procurement pubblico e requisiti di affidabilità molto più severi rispetto ai normali mercati commerciali.
Il venture capital ha iniziato a guardare con maggiore interesse a questo spazio, ma restano limiti negli accordi con gli investitori, nelle policy interne dei fondi e nella capacità di seguire round capital intensive. È un tema già emerso nell’analisi di EconomyUp su come stanno andando gli investimenti nelle tecnologie dual-use, dove i dati Mind the Bridge 2025 indicavano 17.619 scaleup dual-use nei Paesi analizzati e 1.025 realtà classificate come defence tech.
L’EIC prova a intervenire esattamente in quella fascia: imprese abbastanza mature da avere una tecnologia validata, ma non ancora abbastanza robuste da sostenere da sole industrializzazione, vendite istituzionali e integrazione nelle filiere europee della difesa.
Dalla Nato all’Ue, la finanza per la difesa si organizza
Negli ultimi due anni l’Europa ha visto nascere o rafforzarsi più strumenti dedicati all’innovazione per sicurezza e difesa. Il Nato Innovation Fund, fondo da oltre un miliardo di euro sostenuto da 24 Paesi alleati, investe in deep tech per difesa, sicurezza e resilienza. Il programma Nato Diana ha costruito una rete di acceleratori e test centre per tecnologie emergenti a duplice uso, con una presenza anche in Italia attraverso DualTech by Takeoff a Torino.
Sul fronte Ue, il Fondo europeo per la difesa dispone di quasi 7,3 miliardi per il periodo 2021-2027 e ha destinato 1 miliardo al Work Programme 2026 per ricerca e sviluppo collaborativi nella difesa. Il nuovo ruolo dell’EIC aggiunge un tassello diverso: non finanzia soltanto progetti collaborativi o ricerca industriale, ma entra nella logica della crescita societaria, con strumenti più vicini al venture capital.
Anche i dati di mercato confermano il cambio di fase. Nel report pubblicato nel febbraio 2026 da Dealroom e Nato Innovation Fund, le startup europee defence, security & resilience hanno raccolto 8,7 miliardi di dollari nel 2025, il 55% in più sull’anno precedente; l’AI ha sostenuto il 44% dei finanziamenti del settore. Non basta a trasformare automaticamente capitale in capacità operative, ma segnala che il mercato sta diventando più maturo e più competitivo.
Il nodo italiano: integrare il deep tech nelle filiere
Per l’Italia la novità EIC arriva in un momento in cui il defence tech è ancora un ecosistema selettivo, ma con competenze profonde in aree coerenti con le priorità europee: spazio, cyber, fotonica quantistica, energia, autonomia dei sistemi, robotica, AI applicata. EconomyUp ha già ricostruito questo quadro nella mappa delle startup italiane del defence tech, sottolineando un tratto specifico del mercato nazionale: poche realtà nate come contractor militari puri, molte tecnologie civili con possibili applicazioni difensive.
È esattamente qui che l’apertura dell’EIC può diventare interessante. Una startup italiana che lavora su comunicazioni sicure, gestione autonoma di missioni spaziali, sensoristica, droni, cyber intelligence o materiali avanzati potrebbe trovare nel percorso dual-use una via per scalare senza perdere il posizionamento civile. Al tempo stesso, la call defence può attrarre imprese già più vicine alle esigenze operative della difesa e pronte a sostenere round più consistenti.
Resta però il tema dell’integrazione industriale. In un mercato dominato da grandi gruppi, prime contractor e procedure pubbliche complesse, il capitale è necessario ma non sufficiente. Serve accesso a clienti istituzionali, sperimentazione in ambienti reali, partnership con imprese strutturate e capacità di produrre su scala. È la stessa traiettoria emersa nel confronto su Leonardo e il nuovo fronte europeo dell’innovazione defence tech: le grandi aziende della difesa cercano startup perché software, autonomia, sensor fusion e cyber defence sono ormai parte del vantaggio competitivo.
Opportunità e limiti della nuova stagione EIC dual-use
La svolta EIC crea opportunità evidenti. Amplia la base di capitale disponibile per startup e scaleup europee, riconosce che le tecnologie critiche spesso nascono fuori dai canali tradizionali della difesa e prova a collegare finanza pubblica, venture capital e politica industriale. Per un ecosistema frammentato come quello europeo, il co-investimento può aiutare a ridurre la distanza rispetto a Stati Uniti, Israele e Regno Unito, dove l’incontro tra domanda pubblica, venture capital e industria della difesa è più rodato.
Ci sono anche limiti da non sottovalutare. Le imprese dual-use dovranno dimostrare casi d’uso credibili, maturità tecnologica e capacità di stare dentro mercati regolati. Le scaleup defence dovranno attrarre capitale privato prima della candidatura e prepararsi a due diligence più complesse. I programmi europei, inoltre, possono accelerare la disponibilità di capitale, ma non risolvono da soli i tempi del procurement, le differenze tra requisiti nazionali e la frammentazione della domanda pubblica.
Il cambio di rotta è comunque chiaro. L’Europa non sta più trattando il defence tech come una nicchia separata dall’innovazione. Lo sta portando dentro la politica per startup e scaleup, con strumenti finanziari pensati per imprese che devono crescere rapidamente e competere in filiere dove tecnologia, sicurezza e sovranità industriale ormai coincidono sempre più spesso.




















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