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Il racconto

Come costruire un robot (e imparare a programmare) a 8 anni

11 Ago 2014

Diario semiserio di una mamma aspirante innovatrice che manda il figlio, appassionato di calcio, a un campo estivo di robotica. Per poi scoprire che ha capito tutto e si è divertito (senza perdere l’amore per il pallone)

Un momento del camp di robotica di H-Farm
“Nel mercato del lavoro l’unica merce per la quale c’è una certa domanda è l’intelligenza. Per il resto ci sono le macchine” ha scritto un amico su Facebook. È così che ho deciso di mandare mio figlio a un campo estivo per imparare a costruire robot.

Mio figlio si chiama Eugenio, ha poco più di 8 anni e tre passioni: il calcio, il calcio e ancora il calcio. Sto esagerando, non è proprio così: ama molto la geografia e conosce a memoria le capitali di mezzo mondo, adora i videogiochi, si diverte a smanettare su pc e smartphone e gli piace leggere Topolino e il Corriere della Sera (sezione sport!). Ma dategli un pallone e qualche coetaneo con cui giocare e l’avete fatto felice.

Tutti i figli però sono condannati a fare i conti con le ambizioni dei genitori, o perlomeno con le loro aspirazioni e convinzioni. Le mie sono quelle di una mamma innovatrice – o aspirante tale – persuasa che il mondo del lavoro stia profondamente cambiando e che noi, per sopravvivere, dovremo cambiare con lui. “Change or die”.

Perciò quando ho letto che H-Farm di Roncade (Treviso) stava organizzando summer camp per avvicinare bambini e ragazzi al mondo del digitale mi sono buttata. L’offerta era varia: campi di elettronica creativa, informatica creativa, animazione 3D, video…

La scelta è caduta su un campo residenziale di robotica creativa. “Dopo una breve introduzione alla storia della robotica – c’era scritto nella nota di spiegazione sul sito di Digital Academia – studieremo la meccanica e la cinematica dei robot, cominciando a conoscerli meglio smontandoli. Utilizzeremo poi alcuni kit Lego per costruirne alcuni, imparando a programmarli per fare in modo che si muovano e interagiscano. Legheremo l’insegnamento della robotica a quello dell’astronomia, simulando un robot che si muove su Marte e arrivando a costruire veri e propri razzi…d’acqua!”. Suonava istruttivo e divertente insieme.

La decisione è stata presa. Il padre era orgoglioso, sentendosi un informatico mancato. Il nonno, cinico ma saggio, ha fatto notare che a Eugenio non è mai importato molto di costruire cose con il Lego. Io, più ottimista, ho rilevato che comunque ama usare computer e altri device, gestendoli con intuitiva naturalezza come si conviene a un nativo digitale.

È così che lo abbiamo portato in questo posto molto bello, immerso nella verdeggiante pianura trevigiana, creato da Riccardo Donadon. Eugenio, insieme a una ventina di altri bambini, ha trascorso la settimana alle prese con i robot, ma anche con docenti, educatori, giochi, relax e vita di gruppo. All’inizio sono emersi i timori materni: che fosse troppo piccolo per capire cose oggettivamente un po’ complicate e che non riuscisse ad adattarsi al nuovo tipo di quotidianità. Timori presto fugati dalla prima telefonata: “Come stai Eugenio?”. “Benissimo! E ora scusa ma ti devo lasciare”. Non è facile per una madre sentirsi così facilmente soppiantata da un robot.

Il giorno di chiusura del camp Eugenio è riemerso con una misteriosa ferita (non grave) a una guancia, come un pirata alla sua prima prova del fuoco (qualche cicatrice è inevitabile quando si affronta un’esperienza nuova). La prova, comunque, è stata superata. I bambini, guidati dall’insegnante e divisi per gruppi, hanno mostrato ai genitori che erano venuti a prenderli il funzionamento dei robot su una piattaforma destinata a riprodurre il pianeta Marte.

In macchina Eugenio, interrogato in proposito, ha spiegato a me e a suo padre quello che aveva appreso. Probabilmente, considerata l’età, per molte cose sarà andato a traino dei più grandicelli, ma era chiaro che i concetti li aveva capiti.  

Ecco il suo racconto: “Il primo giorno siamo andati su legodigitaldesigner, un sito per costruire con il Lego, che mette gratuitamente a disposizione un numero infinito di mattoncini virtuali. Così abbiamo costruito la metà di un robot, un Rover per muoversi su Marte. Il secondo giorno abbiamo fatto tutto il robot e nel robot c’erano i sensori di luce, gli ultrasuoni, il touch sensor e il sensore di colori. Il robot era un vero robot ma fatto col Lego sul pc. Sempre il secondo giorno siamo andati in un sito edmodo.com (piattaforma di apprendimento collettivo online, ndr) dove abbiamo potuto condividere le nostre idee.

Il terzo giorno ci siamo iscritti a lego.com/it-it/mindstorms/ per programmare il robot (vi si può scaricare un semplice software basato su icone, ndr). I mattoncini (le icone appaiono sotto forma di mattoncini colorati, ndr) sono le istruzioni per il robot. Quando ne selezioni uno appaiono le istruzioni, cioè c’è scritto se sono comandi relativi a rotazioni, durata, verso o uso dei sensori.

Il quarto giorno abbiamo fatto la dimostrazione dei robot. Il Rover del mio gruppo era programmato per andare dritto, fare tre rotazioni, ancora dritto, laterale, dritto all’angolo destro, rotazione verso sinistra, dritto, dritto e ripeti 5 volte. Il penultimo giorno sono stato sveglio fino all’una di notte per andare con gli altri nelle camere dei vip a fare scherzi. L’ultimo giorno ci siamo svegliati presto, abbiamo preparato le valigie e, quando sono arrivati i genitori, abbiamo fatto la dimostrazione pratica dei nostri robot in missione su Marte. Abbiamo anche fatto un esperimento: gonfiare una bottiglia d’acqua e poi farla esplodere, come un missile che vola in aria. C’è riuscito solo il mio babbo!”

Al termine di questo racconto io e il padre ci siamo guardati soddisfatti. Poi Eugenio, in macchina, ha aperto un giornale, ha cercato le pagine sportive e ha esclamato con grande eccitazione: “Hai visto che Vidal forse resta alla Juve?”. Sguardo di sconforto tra genitori. “Ha già dimenticato tutto? Soldi buttati?”. Noi ci abbiamo provato. Il seme dell’innovazione è stato gettato, vedremo se germoglierà o no: con i figli si fa così, si gettano semi e si aspetta di vedere se il terreno è pronto o meno ad accogliergli. Magari, tra 10 o 20 anni, le partite di calcio si giocheranno tra robot, o tra umani e robot. E allora Eugenio non potrà non ricordarsi di quel camp di tanti anni prima.

(Nota bene: lo username scelto per i siti era EugenioMessi)

di Luciana Maci

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