Arese Lucini: «Non ha senso parlare di startup italiana o inglese. Ma europea» | Economyup
Questo sito utilizza cookie per raccogliere informazioni sull'utilizzo. Cliccando su questo banner o navigando il sito, acconsenti all'uso dei cookie. Leggi la nostra cookie policy.OK

Arese Lucini: «Non ha senso parlare di startup italiana o inglese. Ma europea»

08 Lug 2016

L’ex general manager di Uber Italia racconta perché ha deciso di diventare imprenditrice con Oval Money, impresa con team italiano e sede a Londra. «Il nostro obiettivo è espanderci rapidamente nel Continente». E dopo la Brexit? «C’è incertezza. Non escludo che nel 2017 lasceremo UK. Magari per l’Italia»

Benedetta Arese Lucini
Non andrà in vacanza Benedetta Arese Lucini. “Io non vado mai in vacanza, sono piena di cose da fare. E poi adesso non è il momento, stiamo lanciando la startup” dice con voce fiera dall’altro capo del telefono. Confermando il luogo comune che vuole gli startupper al lavoro 7 giorni su 7.

Anche lei adesso è una startupper. “Almeno all’inizio è così” dice. Senza lasciare trasparire dalla voce stanchezza o tristezza per la cosa. Anzi, rincara la dose: “Non sono mai stata una che lavora dalle 9 alle 17. Mi piace lavorare. Non bado agli orari”. Che fosse una “tosta” l’avevamo mostrato nel ruolo di general manager di Uber, il colosso californiano che ha guidato in Italia dal marzo 2013 all’agosto 2015. In quel periodo fu presa di mira dai tassisti, spesso anche in modo violento e intimidatorio. Ma c’era anche chi la amava: lei, classe 1983, era la manager grintosa che un Paese refrattario all’innovazione non sapeva accogliere. Finendo così per gettare la spugna dopo dibattiti e polemiche su innovazioni e norme da rinnovare alla luce dell’avanzata della sharing economy.

Oggi Benedetta ha riposto gli abiti da manager nell’armadio e indossa quelli da imprenditrice: a ottobre del 2015 ha fondato Oval Money, startup fintech creata insieme a Claudio Bedino, già CEO e fondatore di Starteed, piattaforma che fornisce soluzioni tecnologiche per il crowdfunding, e ad Edoardo Benedetto. Startup che, attraverso un’applicazione mobile collegata al conto corrente e alla carta di credito, vuole aiutare gli utenti a risparmiare. E, soprattutto, startup con sede a Londra. “Non potevamo che fondarla lì: innanzitutto perché è il Paese del fintech, il mercato più aperto alla financial tecnology è proprio lì, e poi perché in UK ci sono alcune tecnologie che non abbiamo trovato in altri Paesi d’Europa” dice.

E ora come la mettiamo con la Brexit?
La Brexit crea sicuramente incertezza: la metà delle startup con sede a Londra è fondata da stranieri, per un paio di anni non cambierà niente, ma poi? Noi siamo ancora a Londra, lanceremo lì il prodotto, rimane il nostro mercato di riferimento. Ma non nascondo che ci stiamo guardando intorno per capire dove andare dopo, già nel 2017. Dopo la Brexit, la nostra filosofia è espandersi in Europa più velocemente possibile. Poi decideremo dove andare. Forse anche in Italia.

Quando hai lasciato Uber hai detto che ti attendevano nuove sfide. Avevi già in mente di fondare una startup?
No, anzi. Io ero alla ricerca di aziende straniere come Uber che volevano espandersi in Europa. Volevo ricominciare con un’azienda diversa ma facendo lo stesso percorso. Sono stati i cofounder, Claudio Bedino ed Edoardo Benedetto a presentarmi il progetto e mi sono lanciata perché mi sono rensa conto che sarebbe stato difficile trovare un’altra Uber, un’azienda che in men che non si dica passa da poche decine a migliaia di dipendenti nel mondo. Da qui l’idea di abbracciare il progetto di Oval Money. Del resto, non si fa startup se si ha paura, si fa se si ha coraggio.

Tu però hai deciso di farla in un altro Paese. Di solito, dicono che il coraggio serve per fare impresa ma nel nostro Paese.
Io sono cosciente che per realizzare il mio sogno imprenditoriale devo coltivarlo oltre i confini nazionali. Parliamoci chiaro: la semplicità e le agevolazioni che ci sono a Londra per fare startup qui ce le sogniamo. Ma attenzione, io parlo di startup europea: una sede inglese e un team italiano, compresi gli sviluppatori. Oggi non ha più senso parlare di impresa italiana o inglese o francese: si fa una startup europea, cioè senza confini e aperta a tutti. Non a caso, io e il mio team abbiamo creato un sito solo in inglese e la nostra app sarà solo in inglese.

La scelta di andare all’estero è dovuta anche all’esperienza di Uber in Italia? Il nostro Paese non è molto disponibile quando si parla di innovazione?
Ni, sì e no. Non è proprio così: con Uber ho avuto l’opportunità di conoscere imprenditori che sono all’avanguardia, ad esempio abbiamo il centro di Blockchain e bitcoin che è solo secondo a quello canadese ed è riconosciuto in tutto il mondo. Il problema è che il Paese non aiuta l’innovazione a crescere. L’innovazione in Italia c’è ma fa fatica ad emergere.

Spiegaci bene come funziona Oval Money e qual è il vostro mercato di riferimento.
Oval Money è un’app collegata al conto corrente e alla carta di credito in grado di produrre statistiche sulle spese di ogni utente con semplici tool automatici. Monitorando le spese e i flussi di denaro e imparando le abitudini finanziarie di ogni utente, Oval incoraggia a risparmiare attraverso microtransazioni che spostano piccoli importi dal conto corrente a un conto di risparmio, completamente sicuro e garantito, restando tuttavia accessibili in qualunque momento. Questo nuovo comportamento, seguito passo dopo passo e motivato dalla community, rende le persone finanziariamente più affidabili, migliorando così il rapporto che ogni ovaler ha con le proprie finanze. Abbiamo vinto l’Italian Fintech Award di CheBanca e un grant da 25mila euro di b-ventures, ci permetteranno di mettere sul mercato l’app nei prossimi mesi. Sarà l’innovazione che trasferirà i benefici della tecnologia utilizzata dagli istituti di credito direttamente agli utenti finali. Il mercato di riferimento comprende quelli che gli inglesi chiamano young adult, cioè i ragazzi fra i 16-17 anni fino ai 25 che hanno già un conto corrente in banca. In UK sono 8 milioni, circa 60 milioni in tutta Europa.

Che cosa sogni per questa startup? Una exit? Un investimento milionario?
Sai, io non faccio una startup per diventare famosa con una exit milionaria. Io faccio startup per contribuire a migliorare la vita della gente che userà il prodotto della mia startup. Sarei già contenta se riuscissi ad avvicinare più gente possibile al mondo finanziario: oggi due miliardi di persone non hanno neanche un conto in banca e non sanno come pagare. Riuscire a trasmettere loro un po’ di education sul mondo finanziario non sarebbe male. E, poi, con il mio esempio mi piacerebbe lanciare un messaggio positivo alle tante ragazze che sognano di mettersi in gioco ma non lo fanno per qualche motivo: se ce l’ho fatta io possono farcela anche loro.

Il fatto di essere donna quanto conta in una startup? Il cosiddetto intuito femminile è un’arma in più quando si fa impresa?
Io non credo nella differenza uomo-donna quando si fa impresa. Credo però che la donna, rispetto all’uomo, abbia una maggiore capacità di creare un gruppo eterogeneo, con uomini e donne all’interno, ma anche con persone di nazionalità diversa. Credo, cioè, che la donna sappia allargare l’orizzonte e avere un punto di vista più ampio.

Sul tuo profilo Facebook hai pubblicato la lettera che ti ha inviato un ragazzo dopo un tuo intervento alla Bologna Business School: grazie a te si è avvicinato al mondo delle startup e ora fa parte del team di Satispay. Tu hai commentato dicendo che nei giovani italiani c’è una voglia immensa di far parte dell’innovazione. È davvero così?
Nel Regno Unito il 10% del Pil è apportato da tecnologia e innovazione, un mondo fatto prevalentemente di giovani. In Italia non solo siamo lontani anni luce da questo dato, ma i due mondi, quello dell’industria e del lavoro in senso tradizionale e quello dell’innovazione non si parlano, non comunicano tra di loro. È normale che i giovani italiani siano disorientati. Io cerco solo di far capire che invece, pur tra mille difficoltà, è possibile seguire questa strada; che non bisogna aver paura del fallimento – il fondatore di Uber ha alle spalle tre startup fallite -; e che non ha senso, oggi come oggi, immaginare di passare tutta la vita in un’unica azienda.

Da grande che cosa farà Benedetta Arese Lucini?
Non so che cosa farò da grande. So però chi voglio essere: una persona che porta cambiamenti. E innovazione. Perché l’innovazione può portare benefici nella nostra vita. Io ci credo. Proprio come credevo a UberPop: e credo ancora che possa essere importante. Forse un giorno lo capiranno anche in Italia.

di Concetta Desando

Articoli correlati