Mobility Manager: chi è, che cosa fa in azienda, le competenze e perché diventerà obbligatorio | Economyup

LA GUIDA

Mobility Manager: chi è, che cosa fa in azienda, le competenze e perché diventerà obbligatorio



Previsto per legge dal 1998, il ruolo del Mobility Manager è stato rafforzato nel 2020 con il Decreto Rilancio. Obiettivo: creare un piano spostamenti casa-lavoro quanto mai utile con l’aumento dello smart working a causa della pandemia. A breve il via libera allo specifico decreto, poi la palla agli enti locali. I dettagli

di Roberto Artigiani

28 Apr 2021


Mobility Manager

Tra i numerosi cambiamenti innescati dalle restrizioni imposte dalla pandemia , quelli legati alla mobilità  sono probabilmente tra i più duraturi ed evidenti. A certificare lo stato delle cose ci ha pensato il Decreto Rilancio emanato dal Governo nella primavera 2020 per rilanciare il Mobility Manager, puntando su una maggiore diffusione di questa figura. Il 27 aprile 2021 il ministro delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibile, Enrico Giovannini, ha annunciato l’imminente varo del decreto. “Questa settimana – ha detto – spero che sarà approvato da me e dal ministro Cingolani (Transizione Ecologica, ndr) il decreto che rende obbligatorio il Mobility Manager per le città oltre i 50.000 abitanti e per le imprese oltre i 100 addetti. Il decreto è pronto, spetterà agli enti locali attuarlo”.

Il ministro ha poi specificato che al Mobility Manager “spetterà il compito di capire come spalmare lo smart working lungo la settimana. È chiaro che se tutti fanno smart working il venerdì, poi negli altri giorni si crea intasamento”.

Breve storia

Il Mobility Manager nasce in Italia con il Decreto Ministeriale del 27 marzo 1998 dedicato alle norme in materia di “Mobilità sostenibile nelle aree urbane”. Il testo arrivò a valle degli Accordi di Kyoto del 1997 per la riduzione delle emissioni inquinanti e portò nel nostro Paese una figura presente, in forme simili, in altre realtà europee.

Fino al 2019 la legge prevedeva l’obbligo di identificare un Mobility Manager negli enti pubblici con più di 300 dipendenti e nelle aziende con almeno 800 unità di personale, ma solo in alcuni comuni identificati come a rischio inquinamento atmosferico. Con il recente Decreto Rilancio, la sua adozione obbligatoria è stata estesa a tutte le società con 100 o più dipendenti localizzati in comuni, capoluoghi di provincia e regione e città metropolitane con popolazione superiore a 50 mila abitanti.

C’è da notare che però, dalla sua istituzione all’ultima modifica, l’obiettivo del Mobility Manager è stato quello di ottimizzare costi e impatti della mobilità sul territorio, con aspetti di efficienza e attenzione ambientale. Oggi invece, con l’arrivo del Covid-19, il focus si è spostato verso la salute dei dipendenti, il distanziamento sociale e la gestione dello smart working. Se il suo scopo finale è cambiato, tecniche, strumenti e competenze per il ruolo sono invece rimasti fondamentalmente inalterati adeguandosi ai mutamenti del tempo.

Che cos’è e cosa fa

Un Mobility Manager ha come obiettivo principale la creazione di un Piano Spostamenti Casa-Lavoro (PSCL), uno strumento di razionalizzazione degli spostamenti del personale realizzato attraverso l’analisi, lo sviluppo e la verifica di una serie di aspetti. Il piano è finalizzato a migliorare la raggiungibilità dei luoghi di lavoro e ottimizzare gli spostamenti dei propri dipendenti. È evidente che questo comporta a cascata una riduzione dell’uso dell’auto privata, quindi della congestione nelle ore di punta, dell’impatto sull’ambiente causato dal traffico veicolare, soprattutto nei grandi centri urbani, e un generale miglioramento del benessere dei dipendenti con effetti positivi anche sulla spesa per i trasporti.

Come lo fa

Per arrivare a stilare il PSCL – la cui trasmissione è obbligatoria per legge ogni anno entro il 31 dicembre – il Mobility Manager deve effettuare un analisi dell’accessibilità dei luoghi di lavoro, esaminando offerta e domanda di mobilità dell’area, utilizzando strumenti statistici e tool di geocoding. Attraverso questionari di tipo sociologico è necessario conoscere le esigenze del personale aziendale e determinare gli impatti ambientali attuali. Tutto ciò va a creare un database della mobilità aziendale, la solida base su cui posa la fase progettuale in cui si definiscono una serie di soluzioni per la mobilità sostenibile. Una volta fatto questo si può passare al momento attuativo delle nuove politiche a cui seguono costante monitoraggio e successive revisioni annuali del PSCL.

È chiaro che per arrivare a un tale risultato il Mobility Manager deve avere un quadro completo delle problematiche connesse al territorio e al posizionamento degli uffici, impianti e magazzini rispetto al conteso urbano di riferimento. Inoltre è necessario prendere atto delle dinamiche verso questi luoghi non solo da parte del personale dipendente, ma anche di fornitori ed eventuali visitatori. Per stilare il questionario che faccia emergere abitudini ed esigenze di questo folto gruppo è fondamentale l’individuazione di un set di indicatori rappresentativo degli aspetti più rilevanti della mobilità, ma anche la creazione di un focus group in cui le persone possano esprimere i loro punti di vista, articolando problematiche e proposte.

Esempi di interventi del Mobility Manager

Una volta compresa la situazione in essere e valutati gli effetti sul territorio, si può definire il trade-off tra domanda e offerta di mobilità arrivando quindi a identificare gli interventi attuabili. Tra questi possiamo riportare come esempio l’adozione di soluzioni di car pooling e car sharing, l’implementazione di un servizio collettivo aziendale o incentivi per l’uso dei mezzi di trasporto pubblici o di veicoli alternativi come biciclette e monopattini elettrici.

Operando invece sul livello delle esigenze, un’azienda può optare per l’introduzione di soluzioni di smart working, modificare gli orari lavorativi differenziando e rendendo più flessibili i turni di lavoro e creare occasioni creative e contest per modificare la cultura aziendale nei confronti della mobilità.

Tipi di Mobility Manager

È evidente quindi che il lavoro del Mobility Manager è sì di tipo analitico, ma comprende aspetti chiave comunicativi e di marketing. Uno degli aspetti essenziali della figura infatti è la creazione di una cultura della mobilità sostenibile in azienda e, in grossa parte, si svolge in contatto con altri Mobility Manager.

Accanto alla figura del Mobility Manager aziendale la legge ha infatti identificato il Mobility Manager di Area. Si tratta di un soggetto appartenente agli Uffici del Traffico presenti nei comuni più grandi che orienta, supporta e coordina l’operato dei primi sul territorio di competenza. Oltre ad assistere la stesura dei PSCL, promuove momenti di divulgazione e formazione e favorisce l’integrazione dei vari Piani aziendali di mobilità con le politiche dell’amministrazione comunale con lo scopo di creare un logica di rete e di connessione intermodale.

Il Mobility Manager d’Area può operare per migliorare il sistema di trasporto pubblico locale, ma anche favorire l’implementazione di soluzioni complementari ed innovative, oltre a supportare creazione ed erogazione di incentivi per il miglioramento dell’impatto ambientale della mobilità.

Infine, nel 2015 con la promulgazione della legge n. 221, è stato istituito anche il Mobility Manager Scolastico. Questa figura ha responsabilità e obiettivi analoghi a quelli del suo corrispettivo aziendale, ma ragiona su corpo docente e studenti, operando in contatto con le strutture comunali e con gli altri istituti scolastici per massimizzare sinergie e ottimizzazione di soluzioni, anche comuni, agli spostamenti casa-scuola.

Come si diventa Mobility Manager: competenze e requisiti

È chiaro a questo punto che il Mobility Manager non è un tecnico, ma un comunicatore con una forte vocazione all’analisi. Il suo compito infatti richiede molteplici doti, che possono essere racchiuse nella sfera di responsabilità di un dipartimento HR potenziato. Le competenze richieste vanno identificate negli ambiti del marketing, delle capacità relazionali, ma anche dell’analisi dati e della logistica con skill di fleet management e travel management abbinate a una profonda conscenza del territorio dove si opera.

Non è necessariamente richiesta una laurea e chi volesse essere interessato a diventare Mobility Manager può partire da una formazione tanto umanistica quanto tecnica. E’ però fortemente consigliato frequentare un corso di specializzazione per ottenere quelle competenze tecniche specifiche legate a software di mobility management e aspetti di diritto del lavoro.

Tra le tante professioni in difficoltà a causa del Covid-19, quella del Mobility Manager è una delle pochissime, insieme a medici e infermieri, la cui richiesta è aumentata, e non a caso molte università hanno iniziato a offrire master specifici. Tuttavia, per quanto appaia utile e nonostante sia obbligatoria per legge da più vent’anni, la figura del Mobility Manager è rimasta lettera morta nel nostro Paese, tanto che Il Sole 24 ore riporta che nel 2016 in Italia erano presenti solamente 850 Mobility Manager circa, di cui la stragrande maggioranza – 750, ossia l’88% – di tipo aziendale.

(Articolo aggiornato al 28/04/2021)

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Roberto Artigiani

Appassionato di tecnologia in tutte le sue applicazioni, implicazioni e complicazioni, ma quando non scrivo torno analogico: leggo classici, ascolto musica dei tempi andati e guardo cinema d'antan