Conversazioni sui social, una ricerca conferma: "Più si è ottusi, più si è convinti di non esserlo" | Economyup
Questo sito utilizza cookie per raccogliere informazioni sull'utilizzo. Cliccando su questo banner o navigando il sito, acconsenti all'uso dei cookie. Leggi la nostra cookie policy.OK

SOLUZIONI & APPLICAZIONI

Conversazioni sui social, una ricerca conferma: “Più si è ottusi, più si è convinti di non esserlo”

di Nicola Mattina

10 Apr 2018

Ricercatori della Cornell hanno scoperto l’effetto Dunning-Kruger: gli incompetenti non realizzano di esserlo proprio a causa dell’incompetenza. Insieme alla tendenza ad accettare solo informazioni che confermano le proprie tesi, questo influisce sul confronto online. L’alternativa? Trovare altri luoghi di discussione

Negli ultimi tempi mi sono reso conto di aver perso gran parte del mio entusiasmo verso i social media. Credo che dipenda soprattutto dal fatto che è molto tempo che non riesco a fare una conversazione sensata: qualunque sia l’argomento trattato, c’è sempre qualcuno che tenta di monopolizzare la discussione per far prevalere la propria opinione personale e discutibile spacciandola per fatti inoppugnabili.

Per esempio, durante la campagna elettorale, un mio contatto ha postato su Facebook l’immagine di un incontro politico del PD indignandosi perché, a suo dire, i candidati raffigurati nell’immagine stavano facendo un comizio in una chiesa. In realtà, si trattava di un ex oratorio in Puglia che oggi è destinato a centro civico ed è quindi utilizzato per convegni e altri incontri. Quando glielo ho fatto notare, postando il link al sito del comune, ha negato dicendo che era evidente che non era così perché c’erano i paramenti. Quando gli ho fatto notare che dei candelabri e la statua di un santo non sono paramenti (fornendo apposito link alla voce su Wikipedia), mi ha risposto che era comunque una chiesa e quindi non doveva essere usata per un convegno. Quando gli ho fatto notare che ci sono molte chiese sconsacrate che vengono usate come location per eventi, mi ha risposto che era sbagliato e che non andava fatto, perché comunque erano luoghi sacri. A quel punto mi sono arreso. Era evidente che non c’era spazio per una discussione basata sulla logica, ma solo sulla contrapposizione e la difesa a oltranza di un giudizio già formulato e quindi inattaccabile.

Quella che ho descritto è una classica discussione da bar, a cui possono partecipare tutti. Non richiedere conoscenze o competenze particolari. Tuttavia, su Facebook non si riesce a fare neanche una discussione con un contenuto più tecnico. Per esempio, qualche tempo fa ho postato delle slide su un argomento piuttosto specialistico: una critica metodologica alla lean startup, una tecnica di product management molto popolare tra i cosiddetti “startupper” (ormai si tratta di una vera e propria figura professionale emergente fatta di persone che avviano nuove imprese con l’immaginazione). Nessuno tra quelli che hanno commentato è entrato nel merito delle osservazioni. Tutti i commenti riguardavano la difesa a spada tratta della lean startup, con punte esilaranti di chi – non avendo neanche dato un’occhiata alle slide – mi faceva la paternale perché evidentemente non avevo capito il testo di Eric Ries. Ogni tentativo di sollecitare una discussione con argomentazioni articolate è miseramente naufragato, per un motivo molto semplice: i commentatori più accaniti avevano chiaramente una conoscenza molto sommaria dell’argomento e non erano in grado di confrontare la lean startup con altri metodi di product management. In altri termini, erano incompetenti, ma pensavano di saperne molto.

I due esempi, mostrano due problemi tipo di molte discussioni online. Il primo è il cosiddetto bias di conferma, espressione che indica la tendenza ad accettare solo informazioni che confermano ciò in cui crediamo, ad accettare soltanto fatti che rafforzino le spiegazioni che preferiamo e a scartare i dati che mettono in discussione ciò che già accettiamo come verità.

Il secondo episodio, invece, è un esempio dell’effetto Dunning-Kruger (dai nomi dei ricercatori della Cornell University che lo hanno identificato nel 1999), che descrive il fenomeno per cui più si è ottusi, più si è convinti di non esserlo.

Come scrive Tom Nichols in “La conoscenza e i suoi nemici“: “Più gentilmente persone di questo tipo vengono definite da Kruger ‘non specializzate’ o ‘incompetenti’. Ma ciò non cambia la loro scoperta più importante: “Non solo giungono a conclusioni erronee e compiono scelte infelici, ma la loro incompetenza li priva della capacità di rendersene conto.” […] La ragione per cui individui non qualificati o incompetenti sopravvalutano le proprie abilità molto più degli altri è che non possiedono una competenza chiave chiamata “metacognizione”. Si tratta della capacità di sapere quando non si è bravi in qualcosa, di arretrare di un passo, osservare ciò che si sta facendo e così rendersi conto che lo si sta facendo male».

Nichols continua: «Mettete insieme queste persone e degli esperti e, prevedibilmente, le conseguenze saranno tremende. La mancanza di metacognizione instaura un circolo vizioso, in cui le persone che non sanno molto di una determinata materia non capiscono quando hanno a che fare con un esperto di quell’argomento. Ne nasce una disputa, ma chi non ha idea di come impostare un ragionamento logico non si rende conto di quando non riesce a fare un ragionamento logico. In poche parole, l’esperto si sente frustrato e il profano insultato. Tutti se ne vanno arrabbiati».

Probabilmente è colpa mia, ma non ricordo si essere riuscito a fare una bella conversazione sui social media dai tempi dei trackback sui blog e di Friendfeed. Credo che dipenda sopratutto dai due fenomeni che ho citato, il bias di conferma e l’effetto Dunning-Kruger, e l’unico modo che ho trovato finora per affrontare il problema è decidere di limitarmi a usare i social network principalmente come canali di distribuzione di contenuti, spostando altrove l’esigenza di conversare e discutere per imparare.

Nicola Mattina
Imprenditore e co-founder di Stamplay

Articoli correlati