Come avviare un'attività e fare impresa in Italia: guida pratica e consigli per innovare e crescere | Economyup
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IMPRENDITORIALITÀ

Come avviare un’attività e fare impresa in Italia: guida pratica e consigli per innovare e crescere



Realizzare un’idea imprenditoriale è un percorso affascinante ma complesso. Ecco tutto quello che c’è da sapere per fare impresa in Italia e trasformare un’iniziativa in un successo di business: da come aprire una partita Iva, a come redigere un bilancio fino alla richiesta di finanziamenti. Senza dimenticare l’innovazione

di Cristina Mazzani

10 Lug 2019


In che modo realizzare un’idea imprenditoriale? Quali i passi da compiere per diventare imprenditori in Italia? Come ottenere finanziamenti, scrivere un business plan o redigere un bilancio? A queste e a tante altre domande vuole rispondere questa guida pratica pensata per dare suggerimenti utili in merito a come fare impresa nel nostro Paese.

Cosa vuol dire fare impresa e come avviare un’attività di successo

Che cosa vuol dire fare impresa oggi e in generale quali elementi considerare per realizzare il sogno personale di avviare un’attività? E, d’altra parte, cosa spinge a prendere una decisione in questo senso? Spesso si punta a diventare imprenditore per il desiderio di avere orari, luogo di lavoro e impegni generalmente flessibili, così come per trasformare una passione nel proprio lavoro o per la necessità di trovare un’alternativa in quanto ci si trova nelle condizioni di non avere più un lavoro da dipendente.

Guardando, invece, agli elementi da considerare prima di partire vi è innanzitutto una seria valutazione della proprie esperienze lavorative e formative accumulate, quindi delle risorse a cui si può attingere, sia economiche sia umane, ovvero i collaboratori/soci a cui fare riferimento.

Naturalmente, per avviare un’attività di successo, sono indispensabili qualità personali quali perseveranza, orientamento agli obiettivi e tutti quei soft skill che consentono di trattare con gli altri in modo efficace, empatia, problem solving capacità di fare squadra, orientamento al cliente.

Ma procediamo con ordine entrando nel dettaglio dei passi da compiere per fare impresa e analizzando subito qualche dato relativo al nostro Paese.

Quante sono le imprese in Italia?

Nell’edizione 2019 del rapporto “Noi, Italia”, pubblicato dall’Istat in aprile, si legge che nel 2016 il numero di imprese andava aumentando (72,4 ogni mille abitanti) e che l’Italia con questo numero si collocava oltre la media europea e tra i primi cinque Paesi in Europa. Nel rapporto si legge che la dimensione delle imprese italiane era in media sotto i 4 addetti (la media europea era invece pari a quasi 6) con le aree del Mezzogiorno di Italia che arrivavano ad avere una media di nemmeno 3 addetti. D’altra parte va diminuendo l’incidenza dei lavoratori indipendenti sul totale, mentre vi è un’elevata propensione all’imprenditorialità nel Mezzogiorno.

Fare impresa in Italia: 72,4 imprese ogni 100 abitanti

Fare impresa: che cosa serve per essere un buon imprenditore

Un buon imprenditore deve sicuramente avere acquisito una certa esperienza nel campo in cui vuole avviare l’attività, seguire corsi (presso università o istituti professionali) ma anche frequentare conferenze e seminari; d’altra parte, è possibile farsi guidare da un mentore, prendere esempio da altri, fare stage presso altre aziende già presenti sul mercato.

Idea di business e obiettivi

Per avviare la propria azienda è fondamentale avere una idea di business e porsi obiettivi precisi. Una volta chiarito tutto questo va fatto un elenco delle priorità. È infatti importante capire quali sono i propri punti deboli per capire come porre rimedio a eventuali lacune e su che cosa puntare per differenziarsi rispetto all’offerta di mercato già esistente.

Mercato e target di riferimento

Proprio l’analisi di mercato è una delle prime attività da compiere: capire l’ambiente in cui si andrà a operare significa poter elaborare una strategia su dati concreti e progettare l’offerta al meglio anche dal punto di vista della comunicazione.

Lo stesso vale per l’individuazione del target di riferimento, ossia i potenziali destinatari del prodotto/servizio. A questo proposito può essere utile condurre interviste e sondaggi per comprendere cosa cercano veramente gli utenti, segmentarli in base alle loro caratteristiche anagrafiche, alla capacità di spesa o alle abitudini di acquisto e così via.

Analisi della concorrenza

È importantissimo capire quali sono i potenziali concorrenti, in quali aree geografiche operano, in quale nicchia di offerta si sono posizionati o, in generale, quali sono le logiche di business che li muovono (prezzo, specializzazione eccetera). Tutto questo è utile per capire cosa fare o come poter fare meglio oppure per decidere se vi sono elementi su cui basare eventuali partnership.

Business plan (cos’è e perché serve)

Business plan o piano d’impresa, è quel documento che descrive il progetto imprenditoriale dettagliatamente in tutte le sue caratteristiche, focalizzandosi su obiettivi e strategie, sui punti di forza, evidenzia opportunità e minacce anche in riferimento all’analisi della concorrenza. Stilare il business plan (sintetizzandolo se possibile in non più di una decina di pagine) significa esporre una valutazione oggettiva della fattibilità del progetto di impresa e tracciare le linee guida per la gestione dell’impresa.

Il business plan serve all’imprenditore e ai suoi collaboratori per fare impresa, per migliorare dove risulta evidente che sia necessario così come per raccogliere nuove sfide eccetera, ma serve anche esternamente all’impresa. È infatti richiesto dalle banche per valutare la possibilità di fare credito all’azienda e, ugualmente, ai potenziali investitori o ai soggetti pubblici che si occupano di rispondere a richieste di agevolazioni. Può essere utile anche da presentare a potenziali clienti e fornitori.

Fare impresa: burocrazia e normative in Italia

Il percorso da compiere per avviare un’attività imprenditoriale richiede una certa abilità nel gestire gli aspetti burocratici, l’ideale è rivolgersi a un commercialista per preparare tutte le pratiche ed essere certi di farlo nel pieno rispetto delle normative vigenti in Italia. I primi passi da compiere riguardano l’apertura della partita Iva e l’apprendere tutte le nozioni necessarie a redigere il bilancio.

Cosa serve per aprire una partita Iva in Italia

Aprire partita Iva in Italia è obbligatorio per tutti quei soggetti che percepiscono più di 5mila euro l’anno. La domanda di attribuzione di partita Iva (il codice di 11 cifre) deve essere inoltrata all’Agenzia delle Entrate, compilando i moduli scaricabili dall’Agenzia stessa che indicano la dichiarazione di inizio attività. Una volta compilato il tutto va mandato insieme a un documento di riconoscimento mediante raccomandata con ricevuta di ritorno. L’Agenzia delle Entrate ha reso disponibile anche un software per procedere alla registrazione della partita Iva. Aperta la partita Iva, si deve scegliere il codice Ateco relativo all’attività che è stata avviata.

I titolari di partita Iva devono poi aprire la loro posizione previdenziale all’Inps e all’Inail per l’assicurazione obbligatoria.

Fare impresa: come redigere il bilancio

Il bilancio d’esercizio è un documento amministrativo e contabile, obbligatorio per legge, che fotografa la situazione finanziaria e patrimoniale dell’impresa e indica una previsione sul trend per il futuro. Esso è composto da 3 documenti: conto economico (che riporta costi e ricavi), stato patrimoniale (che indica attività e passività) e nota integrativa, che spieghi in modo esaustivo le operazioni economiche e finanziarie indicate negli altri due documenti del bilancio. Per redigere il bilancio è però necessario prima fare un inventario di esercizio (per avere tutti gli elementi necessari), registrare le scritture relative a rate, ammortamenti eccetera e determinare il saldo dei conti. In sintesi, i principi secondo i quali si deve redigere il bilancio di esercizio sono quelli della prudenza nelle stime (e si devono riportare solo i risultati già ottenuti), della competenza economica (ovvero devono esservi inseriti i risultati già ottenuti), della correttezza, dell’uniformità (attivo e passivo devono essere valutati separatamente) e della costanza nell’utilizzo dei criteri di valutazione da un anno con l’altro.

Fare impresa: tipologie di attività che è possibile aprire in Italia

Il principale criterio di differenziazione che caratterizza le aziende riguarda la finalità di lucro, ossia vi sono quelle nate per conseguire profitto e le no profit, organismi che operano per l’utilità sociale e che, quindi, per definizione non distribuiscono utili ai proprietari. Vi sono diverse tipologie di attività del primo tipo, distinte a loro volta tra società di persone (Snc e Sas) e società di capitali (Srl e Spa). Vediamole tutte nel dettaglio.

Onlus

Onlus sta per organizzazione non lucrativa di utilità sociale e con ciò si intende enti di carattere privato che nel loro statuto o atto costitutivo dichiarino di svolgere attività di beneficenza, formazione o ricerca con finalità di solidarietà sociale; tali organizzazioni, come accennato, non distribuiscono utili e nel caso abbiano avanzi di gestione sono obbligate a re investirle in altre attività. Le Onlus godono di particolari agevolazioni fiscali.

Ditta individuale

Con ditta individuale si intende la forma giuridica più semplice e meno onerosa, la sua apertura comporta solo la richiesta di partita Iva. Si tratta di una tipologia di impresa in cui, per definizione, l’unico promotore e responsabile dell’impresa è l’imprenditore.

S.n.c.

S.n.c.: l’acronimo sta per Società in nome collettivo e riguarda una società (solitamente medio piccola) per la cui costituzione va preparato un atto scritto registrato per l’Ufficio delle imprese che contenga le generalità dei soci, l’indicazione dei soci amministratori, le prestazioni spettanti ai soci stessi, la durata della società e le modalità di distribuzione di utili e perdite. Tutti i soci sono illimitatamente e solidalmente responsabili per le obbligazioni sociali.

S.a.s.

La S.a.s è la Società in accomandita semplice, essa ha due tipologie di soci: accomandatari e accomandanti; i primi hanno più obblighi e responsabilità dei secondi. La maggiore responsabilità è però compensata dal fatto che possono rappresentare la società e far figurare i loro nomi nella ragione sociale.

S.r.l e S.r.l.s

La Società a responsabilità limitata (S.r.l.) è una società di capitali e risponde alle obbligazioni sociali con il proprio patrimonio, nei limiti delle quote versate da ciascun socio; il suo capitale minimo deve essere pari a 10mila euro. La società a responsabilità limitata semplificata fa riferimento alla S.r.l.s a 1 euro, ossia abbassa e tende ad annullare la soglia del capitale necessario.

Nell’atto costitutivo di una S.r.l devono essere date varie indicazioni quali le modalità di recesso o esclusione dei soci, i termini per l’approvazione del bilancio, le competenze di soci e amministratori eccetera.

S.p.a

La sigla S.p.a sta per Società per azioni, ovvero è una società di capitali dotata di autonomia patrimoniale e risponde cioè dei propri debiti con il suo patrimonio. I soci acquisiscono il loro diritto a essere soci in base all’acquisto di azioni. Ma essi non amministrano la società né visionano la documentazione dell’attività amministrativa, hanno però diritto a partecipare alla ripartizione degli utili (dividendi) e alla divisione del patrimonio in caso di liquidazione. D’altra parte, i soci non sono chiamati a rispondere con il loro patrimonio delle obbligazioni sociali.

Fare impresa: l’importanza di innovare

Avviare un’attività di successo: qualche suggerimento 

Una volta impostata la prima fase di avvio dell’attività imprenditoriale si procede al lavoro quotidiano durante il quale si possono presentare varie situazioni. Tra queste la necessità di attingere a risorse economiche esterne per promuovere ulteriormente il business e arricchire il proprio portafoglio di offerta, così come quella di tutelare la proprietà intellettuale o decidere di delocalizzare la produzione. Ecco qui di seguito qualche suggerimento utile.

Come ottenere i finanziamenti

Le aziende possono optare per la richiesta di finanziamento classico presso le banche, che, in particolare, grazie a specifiche convenzioni con lo stato, offrono ai nuovi imprenditori tassi agevolati. Naturalmente non si tratta di finanziamenti a fondo perduto ed è quindi fondamentale prestare attenzione ai tassi di interesse, paragonando più offerte, prima di scegliere a quale banca rivolgersi.

Esistono poi finanziamenti statali, essi possono vantare tassi particolarmente vantaggiosi ma possono essere anche a fondo perduto. A questo proposito i fondi possono essere, appunto statali, ma anche messi a disposizione dall’Unione europea così come dalle Regioni. Essi hanno condizioni diverse, che variano da caso a caso.

Per i fondi europei, per esempio, solitamente è possibile avere un contributo a fondo perduto del 50% (per cose materiali quali arredo, attrezzature e macchinari) e un finanziamento agevolato a bassi tasti per la restante parte della somma.

In Italia la maggior parte dei fondi fanno capo a Invitalia (agenzia gestita dal Ministero dell’Economia): per accedervi è necessario individuare il bando, inoltrare la domanda, attendere l’esito e, nel caso, l’erogazione del finanziamento.

Ovviamente, in tutti i casi è necessario leggere attentamente i bandi per capire quali sono le finalità per cui vengono messi a disposizione i finanziamenti, le modalità e i soggetti che possono beneficiarne. Nei bandi è anche descritto come presentare le domande e i tempi.

Come depositare un brevetto?

Depositare un brevetto non è una pratica semplice e conviene far intervenire un esperto in materia che aiuti a depositare la domanda, operazione per la quale è necessario prima raggruppare una serie di documenti. Occorre infatti predisporre la descrizione tecnica di quanto si vuole brevettare (con disegni tecnici, specifiche innovative eccetera) con il dettaglio relativo a tutti i risultati che l’invenzione consente di ottenere.

Come registrare un marchio

Registrare un marchio d’impresa vuole dire rendere riconoscibili la provenienza di un prodotto o servizio da una certa azienda e accrescere fama e reputazione di quest’ultima, creando fiducia attorno a essa. I requisiti di validità del marchio riguardano il fatto che esso sia nuovo (non devono esisterne di simili), lecito (non offendere altri o il senso del buon costume) a avere capacità distintiva (ossia di identificare immediatamente ciò per cui è stato creato).

Esistono più tipi di marchi,.

Per ottenere il marchio italiano si deve inoltrare la domanda di registrazione esclusivamente per via telematica; la prima volta viene effettuata la cosiddetta domanda di primo deposito, successivamente alla scadenza dei 10 anni si chiede il rinnovo.

Il marchio europeo permette con un’unica domanda di avere il marchio registrato in tutto il territorio dell’Unione Europea; la domanda è da presentare presso l’Ufficio dell’Unione Europea per la Proprietà Intellettuale (Euipo) che ha sede in Spagna, ad Alicante. Anche in questo caso è possibile scaricare da Web i moduli da compilare.

Con il termine marchio internazionale si indica quel marchio che viene depositato con un’unica domanda in più Stati esteri che hanno aderito all’Accordo di Madrid (che prevede che sia possibile ottenere un marchio internazionale sulla base di un marchio registrato nel Paese di origine) e/o al Protocollo di Madrid che ritiene sufficiente ottenerlo sulla base di una domanda. Questa procedura è gestita dalla Wipo – World intellectual property organisation, anch’esso ha una durata di 10 anni.

Infine per tutelare un marchio in un determinato stato estero (marchio estero) è necessario rivolgersi all’ufficio nazionale di quello stato.

Delocalizzazione della produzione: vantaggi e svantaggi

Produzione all’estero per abbassare costi? Ecco qualche suggerimento utile per capire in se e perché trasferire la produzione di beni e servizi in altri Paesi.

Disponibilità di materie prime a basso costo, possibilità di stringere alleanze con potenziali concorrenti, facilità di integrazione nel processo produttivo, agevolazioni finanziarie, riduzione dei costi di trasporto o addirittura prossimità dei mercati di sbocco e dei clienti target, agevolazioni fiscali (e in alcuni casi anche minori costi del lavoro) sono alcuni dei vantaggi che spingono le aziende alla delocalizzazione della produzione.

D’altra parte, prima di delocalizzare bisogna considerare il rischio Paese di ogni singola nazione, l’aumento dei costi della logistica (incluso il rischio di perdere prodotti lungo i trasferimenti), la maggior difficoltà di controllo della qualità anche riconducibile al passaggio di know how più o meno riuscito.

 

Cristina Mazzani

Giornalista dal 1996, si è sempre occupata di tematiche tecnologiche, scrivendo per riviste dedicate al mondo B2B e al canale di distribuzione Ict. In alcuni periodi ha affiancato a questa…

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