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Acquisti delle PA europee: perché dovrebbero comprare solo digitale Made in UE



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Le pubbliche amministrazioni europee acquistano in prevalenza soluzioni estere. Optando per quelle Made in UE, potrebbero diventare il “primo cliente” delle scaleup locali. E il budget per la digitalizzazione alimenterebbe l’ecosistema. Gli esempi di Francia e Germania

Pubblicato il 30 giu 2026

Silvia Pugi

vicesegretario CEC European Managers



Procurement digitale in Europa
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Punti chiave

  • Le PA europee acquistano tech estera, alimentando startup USA, dipendenza dagli hyperscaler e rischi giuridico‑geopolitici (es. CLOUD Act e blocco Anthropic).
  • Reazioni: Francia e Germania premiano fornitori nazionali (es. ChapsVision, Mistral); l’UE introduce quote e requisiti di sicurezza con IAA e CADA.
  • Dilemma e proposte: il Buy European penalizza performance (GPU, SW) ma favorisce industria UE; soluzioni: gare per innovazione, quote locali, interoperabilità open source e consorzi pan‑europei.
Riassunto generato con AI


La spesa delle pubbliche amministrazioni europee rappresenta una formidabile leva di politica industriale a disposizione dell’Unione.

La maggioranza degli acquisti in ambito digitale delle PA europee si rivolge a soluzioni sviluppate all’estero, mentre riorientarle verso fornitori Made in EU avrebbe un impatto importante sulla crescita delle nostre imprese più innovative.

L’implementazione di una dottrina “Buy European” impone tuttavia costi a breve termine e sconta un oggettivo divario di performance.

Il contesto: stiamo finanziando la ricerca fuori dall’Europa

Ogni anno, le Pubbliche Amministrazioni europee spendono circa il 14% del PIL del continente in appalti (circa 2.000 miliardi di euro). Nel settore tecnologico (Cloud, Cybersecurity, Software), una quota sproporzionata di queste risorse finisce nelle casse dei grandi hyperscaler americani, e sul fronte hardware (pannelli solari, batteri) verso fornitori asiatici.

Questo è purtroppo il risultato del ritardo di innovazione dei Paesi europei, che, come indicato già dal Rapporto Draghi, avrebbero bisogno di investire un totale di 800 miliardi di euro all’anno (pari a circa il 5% del PIL europeo) per raggiungere il livello tecnologico degli USA.

Stiamo di fatto sostenendo l’innovazione delle aziende USA, mentre le startup europee faticano a trovare mercato “in casa”.

E ci stiamo perdendo l’effetto moltiplicatore degli acquisti della PA sul Venture Capital: un contratto pluriennale con una PA vale più di un round di finanziamento. Dimostra traction, riduce il rischio per gli investitori e permette alle aziende di scalare. Se la PA compra, il VC investe con più fiducia.

A questo si aggiunge che affidare infrastrutture digitali critiche (sanità, difesa, energia, pagamenti) a provider soggetti a leggi extra-UE espone l’Europa a rischi geopolitici e di privacy che non pensavamo di avere.

L’approccio americano al Public Procument

Gli USA hanno un approccio al procurement pubblico, dal quale potremmo imparare.

Disposizioni come lo SBIR Small Business Innovation Research obbligano le agenzie governative a riservare quote di spesa alle PMI innovative, ottenendo un duplice risultato: ammodernamento della Pubblica Amministrazione e sostegno all’innovazione.

Palantir e SpaceX sono nate e cresciute anche grazie a commesse pubbliche, non solo con il Venture Capital.

Enti come il Dipartimento della Difesa o la CIA agiscono da clienti primari tramite l’assegnazione di contratti pluriennali. Questo meccanismo certifica la validità tecnologica in ambienti complessi e abbassa il profilo di rischio per i fondi di Venture Capital, abilitando finanziamenti massicci nei round di crescita (Serie B e successivi).

Il software usato come arma

Il vendor lock-in su fornitori extra-europei costituisce una vulnerabilità diretta per la sicurezza nazionale. Normative extraterritoriali come il CLOUD Act statunitense, che impone ai provider USA di fornire i dati archiviati alle proprie agenzie di intelligence indipendentemente dalla localizzazione geografica dei server, vanificano de facto la sovranità giuridica europea sulle informazioni critiche.

Un caso limite della fragilità di questa architettura si è verificato a giugno 2026. A seguito di una direttiva governativa statunitense motivata da specifiche preoccupazioni di cybersicurezza, Anthropic ha dovuto disabilitare istantaneamente l’accesso ai modelli IA Fable 5 e Mythos 5 per tutti gli utenti fuori dagli USA. Reti ospedaliere, pubbliche amministrazioni e agenzie di intelligence in Europa sono state scollegate dalle infrastrutture cognitive integrate nei loro processi.

I modelli di intelligenza artificiale di frontiera operano oggi come asset strategici parificati agli armamenti; l’adozione di piattaforme soggette a giurisdizioni estere subordina l’infrastruttura civile e statale alla politica estera di Washington.

Acquisti “made in UE” delle PA: le prime reazioni in Francia e Germania

La reazione istituzionale al progressivo utilizzo della tecnologia come arma geopolitica ha scatenato un vero terremoto nelle amministrazioni pubbliche e spinto alle prime revisioni architetturali.

Pochi giorni dopo il blocco dei modelli statunitensi, il governo francese ha rescisso anticipatamente il contratto decennale della propria intelligence (DGSI) con Palantir Technologies.

Nonostante un marcato divario dimensionale e tecnico (Palantir fattura 4,5 miliardi di dollari, la subentrante francese ChapsVision circa 200 milioni), Parigi ha scelto di internalizzare gli enormi costi operativi di una complessa migrazione verso la piattaforma nazionale ArgonOS di ChapsVision per sterilizzare il rischio di back-door.

Una revisione speculare ha coinvolto l’intelligence interna tedesca (BfV), dove l’Ufficio federale per la tutela della Costituzione ha acquisito il software europeo Chapsvision di analisi dati per la lotta al terrorismo e al controspionaggio. La motivazione ufficiale è che questa decisione di ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti, nell’interesse della sovranità digitale è parte della strategia di sicurezza nazionale.

Parallelamente, attraverso il piano France 2030, l’Eliseo ha stanziato 655 milioni di euro per rendere disponibile l’assistente IA della francese Mistral a un milione di dipendenti pubblici. La manovra assicura alla scale-up un volume di utilizzo reale ineguagliabile e un flusso di cassa costante, posizionando la macchina statale come primario investitore e argine contro i capitali dei colossi d’oltremare.

Il governo francese ha anche in programma un chatbot per il sito dell’assistenza sanitaria Ameli e una piattaforma unificata dei dati pubblici, sempre appoggiandosi a fornitori nazionali.

La regolamentazione Europea

Il legislatore comunitario sta ora istituzionalizzando queste prassi.

La revisione in corso delle Direttive Appalti elimina il primato del prezzo per introdurre il parametro del Best Price-Quality Ratio accoppiato a stringenti requisiti di sicurezza economica.

L’Industrial Accelerator Act (IAA) fissa quote di contenuto locale e applica rigidamente il principio di reciprocità (posso comprare solo da chi mi vende), creando la base giuridica per escludere vendor statunitensi o cinesi dagli appalti critici.

Sull’infrastruttura, il Cloud and AI Development Act (CADA) ha introdotto una classificazione su quattro livelli: i primi due tollerano fornitori esteri con data center in territorio UE; il Livello 3 esige la proprietà societaria europea; il Livello 4 (per difesa e asset di rilevanza nazionale) impone la totale assenza di interferenze legali estere e il controllo completo sulla supply chain hardware e software.

L’architettura ibrida Italiana

L’Italia ha affrontato il nodo sviluppando un’architettura ibrida governata dal Polo Strategico Nazionale (PSN) e supervisionata dall’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN).

Invece di creare da zero un ecosistema cloud autarchico col rischio di rimanere tecnologicamente arretrati, l’Italia (soprattutto tramite il partenariato pubblico-privato del PSN) ha scelto di importare l’eccellenza dello strato applicativo (servizi managed, Kubernetes, intelligenza artificiale) offerto dai grandi player globali, confinandolo però all’interno di un recinto fisico, crittografico e legale controllato dallo Stato italiano.

Il patrimonio informativo pubblico è segmentato:

  • i dati “Ordinari” risiedono su cloud pubblici internazionali per ragioni di efficienza di scala;
  • i dati “Critici” richiedono cloud criptati con le chiavi di decifratura depositate in Italia;
  • i dati “Strategici” sono confinati su infrastrutture private o ibride isolate, dove la gestione sistemistica, gli accessi logici e l’amministrazione sono in carico esclusivo a personale di cittadinanza italiana.

Penalità di performance

L’applicazione rigorosa di una dottrina Buy European sconta una penalità di performance.

Le proposte europee sono inferiori a quele estere sia lato SW che HW.

Lato SW, gli Hyperscaler USA (OpenAI, Anthropic, Google) dominano sulle metriche di picco grazie a investimenti massicci nello sviluppo di modelli generalisti: l’unica azienda europea che gli si avvicina è Mistal, ma comunque ha performance inferieri.

Lato HW, l’EU è indietro sull’infrastruttura fisica indispensabile per l’IA, il compute. Attualmente, gli Stati Uniti detengono il 75% dei cluster GPU globali e la Cina ha raggiunto il 15% blindando il proprio mercato interno, mentre l’Europa opera con quote inferiori al 10%.

Nonostante l’Europa possieda monopoli insostituibili a monte della filiera dei semiconduttori (l’azienda olandese ASML è l’unica produttrice di macchinari per la litografia EUV), la disarticolazione industriale a valle impedisce lo sviluppo di acceleratori IA competitivi. Di conseguenza, persino gli sviluppatori software continentali più avanzati, come Mistral, sono costretti ad affittare capacità di calcolo sulle infrastrutture cloud di Microsoft o Amazon.

Vincolare per legge la PA all’impiego esclusivo di tecnologie europee in questo momento implica un rallentamento nei processi di modernizzazione e un declassamento nei servizi erogati. Oltre a implicare un costo di transizione dagli attuali fornitori esteri verso quelli europei.

Questo collo di bottiglia strutturale potrebbe essere gestito pplicando il “Modello Airbus” all’infrastruttura digitale: aggregare la domanda dei 27 Stati membri per finanziare consorzi hardware su scala continentale (sfruttando meccanismi come gli IPCEI).

Proposte e politica industriale

La genesi di player tecnologici europei significativi sarà difficile se i governi continuano a gestire gli appalti isolati dal contesto della politica industriale, ma solo puntando ad ottimizzare le soluzioni per la Pubblica Amministrazione.

Il costo dell’autarchia tecnologica determina inefficienze e oneri aggiuntivi nel breve termini, ma porta benefici sullo sviluppo dell’industrie innovative nazionali. Il procurement pubblico richiede un riposizionamento: da voce di spesa corrente a investimento infrastrutturale.

Alcune proposte per cambiare le regole d’ingaggio (Codice degli Appalti e direttive UE):

  • Riserva per l’innovazione: introdurre quote obbligatorie negli appalti pubblici destinate a tecnologie sviluppate e residenti in UE (o da consorzi a guida europea).
  • Procurement of Innovation: smettere di scrivere bandi basati su requisiti che solo i giganti legacy possono soddisfare (es. fatturati pregressi mostruosi) e iniziare a fare gare basate sulla “risoluzione di problemi”, aprendo la porta a soluzioni innovative di player emergenti.
  • Interoperabilità vs Lock-in: privilegiare soluzioni open source, almeno open weight, o basate su standard aperti europei per evitare il vendor lock-in con le Big Tech.

La Pubblica Amministrazione potrebbe diventare il “primo cliente” delle scale-up europee, trasformando il budget per la digitalizzazione in benzina per il nostro ecosistema dell’innovazione, esattamente come fanno Stati Uniti e Cina. Comprare europeo è un investimento sul futuro.

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