A che cosa serve una presenza in Silicon Valley? 5 risposte dalle aziende

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A che cosa serve avere una presenza in Silicon Valley? 5 risposte dalle aziende



Dopo Enel altre aziende hanno aperto avamposti in Silicon Valley. Fare innovazione a San Francisco è più semplice del previsto ma bisogna portare lì chi fa business e non chi fa tecnologia. E poi è sempre più fondamentale capire i trend. Prima e non dopo

di Alberto Onetti

12 Lug 2022


Perché avere una presenza in Silicon Valley? Per lo stesso motivo per cui si beve una birra in un pub e non da soli a casa. La birra può essere la stessa, ma l’atmosfera e soprattutto il livello di interazione che si sviluppa sono profondamente diversi e fanno la differenza.

Questa è la sintesi (alcool a parte) della discussione avuta all’Acea Innovation Day venerdì 8 luglio con i responsabili delle aziende italiane che hanno avviato un Innovation Antenna in Silicon Valley.

La notizia (per chi se la fosse persa) è che l’Italia ha oggi (non era così solo un paio di anni fa) una presenza importante nella Bay Area. Al Mind the Bridge Innovation Center di SOMA – acronimo che sta per South of Market (Street), la via che partendo dall’Embarcadero taglia in due la città di San Francisco – ad Enel si sono affiancate diverse aziende (Eni, Terna e di recente Pelliconi, Acea e Italgas) e istituzioni (ANIA, in assoluto la prima associazione di categoria ad avere avviato un sensore nella Bay Area, e la Regione Sardegna).

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La domanda che abbiamo fatto loro è a cosa serva avere una Innovation Antenna o Outpost in Silicon Valley?

Vi riassumo un po’ degli stimoli più interessanti emersi dal dibattito (potete rivedere l’intero panel brillantemente coordinato dalla bravissima Alessandra Spinelli de Il Messagero qui, a partire da 4h:55m).

1. Fare innovazione in Silicon Valley è meno complicato di quello che si pensi

È vero. Ci sono centinaia di aziende di tutto il mondo a caccia di innovazione (oltre 300 delle Fortune 500) e quindi è difficile attirare attenzione. Però se si lavora bene e con metodo, i risultati arrivano.

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“Fare collaborazioni in Silicon Valley è fattibile. Abbiamo avviato più progetti (POC) di quanto avevamo inizialmente previsto”, ha segnalato Giacomo Benedetto Silvestri, Group Head of Digital Eni. E su questo fronte una azienda come Enel che è presente dal 2017 con un proprio Innovation Hub (coordinato fino a luglio da Fabio Tentori) mette a terra regolarmente decine di piloti ogni anno.

2. Rivoluzione: non solo tecnologica, ma soprattutto di business model.

La Silicon Valley è la fucina mondiale dell’innovazione che sta ridisegnando (o smontando) tutti i mercati e tutti i settori. Paradossalmente l’esposizione alla Silicon Valley è più importante per chi fa strategia e business. “In Silicon Valley bisogna portare non chi fa tecnologia ma chi fa business”, inclusi gli amministratori delegati, ha ricordato Ivan Vigolo, Chief Innovation & Information Officer Acea.

3. Lo scouting va fatto in modo attivo, sul campo.

“L’innovazione non si trova nel portale fornitori”, ha puntualizzato Marco Pietrucci, Head of Innovation Terna. Questo richiede un processo di scouting strutturato, che è molto diverso dalle tradizionali modalità di procurement che le grandi aziende utilizzano.

4. Fondamentale capire i trend. Prima e non dopo.

Il futuro è adesso. E in Silicon Valley se ne può avere una preview. Questo è il motivo per cui aziende e associazioni hanno un’antenna nella Bay Area, per cogliere in anticipo dove stanno andando mercati (per esempio quello del beverage e delle chiusure per Pelliconi) o aree in rapida emersione (come mental health, nel caso di ANIA).

5. Il settore pubblico può risparmiare soldi ed evitare di fare danni.

Massimo Temussi, Direttore del Centro Regionale di Programmazione Regione Sardegna, ha spiegato come per il settore pubblico capire in anticipo cosa sta succedendo possa evitare di perdersi qualche passaggio e buttare via soldi in iniziative che sono già vecchie prima di partire.

Idem per i regolatori per cui la conoscenza dei trend e delle tecnologie è fondamentale per evitare di creare ostacoli o barriere normative che possono compromettere lo sviluppo e adozione di innovazione.

 

Alberto Onetti

Chairman (di Mind the Bridge), Professore (di Entrepreneurship all’Università dell’Insubria) e imprenditore seriale (Funambol la mia ultima avventura). Geneticamente curioso e affascinato dalle cose complicate.