Nel commercio italiano i pagamenti digitali hanno ormai superato la fase dell’adozione iniziale e sono entrati in quella del consolidamento. Secondo l’Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano, nel 2025 il transato complessivo ha raggiunto 518 miliardi di euro, in crescita del 7% rispetto al 2024, mentre il 45% dei consumi è passato da strumenti elettronici. Nei punti vendita fisici, i pagamenti con carta hanno toccato 406 miliardi di euro, di cui 47 miliardi generati da visitatori stranieri, mentre il parcoPos in Italia è salito a 3,6 milioni di terminali. Gli SmartPos valgono ora il 19% del totale e i SoftwarePos hanno raggiunto quota 165 mila.
A cambiare non sono solo i volumi, ma anche i comportamenti. I pagamenti contactless con carta, smartphone e wearable hanno raggiunto 323 miliardi di euro, in aumento dell’11%, mentre gli innovative payments hanno toccato 84,9 miliardi, con una crescita del 45% sull’anno precedente. L’Osservatorio stima inoltre che 14 milioni di italiani abbiano pagato con smartphone o dispositivi indossabili nell’ultimo anno, contro i quasi 10 milioni del 2024. Per gli esercenti questo significa una cosa molto concreta: il pagamento non è più soltanto il momento finale della vendita, ma un passaggio che incide su velocità in cassa, riconciliazione, qualità del servizio e lettura dei dati.
La spinta, però, non arriva soltanto dalle abitudini dei clienti. Arriva anche dall’organizzazione interna dei punti vendita, dai margini sempre più stretti e dal nuovo quadro normativo che nel 2026 impone il collegamento tra strumenti di pagamento elettronico e sistemi di certificazione dei corrispettivi. L’Agenzia delle Entrate ha chiarito tempi e modalità di questo passaggio per iPos in uso da gennaio 2026. In parallelo, resta la specificità italiana: la Banca d’Italia ricorda che nei negozi fisici sei pagamenti su dieci avvengono ancora in contanti. È dentro questa transizione, fatta di accelerazione digitale ma anche di forte attenzione alla concretezza operativa, che si inserisce la proposta di Dojo.
Dojo, marchio con cui Paymentsense opera nel mercato dei pagamenti, indica una base di oltre 150 mila clienti tra Regno Unito ed Europa e si presenta come una piattaforma centrata su velocità di transazione, continuità del servizio, integrazione con i sistemi di cassa e accesso ai dati in tempo reale. Antonio Di Berardino, General Manager Italia (nella foto sotto), ne inquadra il ruolo in uno scenario molto concreto: “Per anni molte attività hanno lavorato con strumenti separati, affidabilità discontinua e incassi che non seguivano il ritmo effettivo del negozio – spiega -. Da qui l’idea di far dialogare pagamenti, banca e cassa dentro un unico ecosistema, senza chiedere all’esercente di apportare cambiamenti significativi alla sua infrastruttura di gestione”.

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L’integrazione come prima esigenza di negozi e pubblici esercizi
Oggi il mercato offre molte soluzioni, ma la differenza la fa chi riesce davvero a inserirsi nell’operatività quotidiana di un esercente che magari gestisce terminali diversi, più software di cassa e più punti vendita. “La prima priorità è l’integrazione”, osserva Di Berardino, perché è lì che si misura la distanza fra una tecnologia aggiunta al banco e una tecnologia che semplifica davvero il lavoro.
La seconda priorità di negozi e pubblici esercizi riguarda quelli che il General Manager di Dojo definisce “costi operativi invisibili”. Sono le ore spese a riconciliare gli incassi, a cercare una transazione, a coordinare più fornitori o a correggere procedure manuali che creano attrito e margini di errore. Non sono sempre costi immediatamente visibili in bilancio, ma pesano ogni giorno sulla produttività. Per questo, spiega, “il valore di una piattaforma di pagamento non si esaurisce nella commissione o nel canone: va misurato nel tempo che restituisce all’attività”.
Poi c’è la fluidità in cassa. Nelle fasi di punta, soprattutto negli ambiti retail e hospitality, la tecnologia deve sparire e lasciare spazio al servizio. “In quei momenti non serve una soluzione ricca di funzioni, ma una soluzione che funzioni sempre”, dice Di Berardino. Il riferimento non è solo alla rapidità della transazione, ma anche alla semplicità d’uso e alla possibilità di contare su un supporto reale quando qualcosa si inceppa.
Nel 2026 il Pos cambia ruolo
Per Dojo il 2026 segna un passaggio importante. Da una parte c’è la nuova cornice fiscale che lega Pos e corrispettivi telematici. Dall’altra c’è una trasformazione più ampia: il Pos non è più soltanto un terminale che chiude la vendita, ma un punto di accesso ai processi del negozio. Di Berardino legge così il cambio di passo in atto: “Vedremo il Pos trasformarsi da semplice terminale a vero cuore digitale del negozio”.
Questo significa, anzitutto, abilitare modalità di incasso più flessibili. Il pagamento può avvenire al tavolo, al bancone, dove il cliente conclude davvero l’esperienza, senza costringere il personale a spostamenti inutili. Ma il punto, aggiunge, è soprattutto l’uso del dato: “La payment intelligence diventa decisiva quando offre insight immediati, non report a posteriori”. Per un merchant vuol dire capire meglio i flussi, leggere i momenti di picco, intervenire sull’organizzazione e migliorare il servizio mentre l’attività è in corso.
La direzione, secondo il manager, porta verso un ecosistema dove interoperabilità e collaborazione contano più della somma dei singoli strumenti. In un mercato che si complica, dice, “la risposta passa da piattaforme, software house e operatori capaci di dialogare tra loro e di condividere dati in modo sicuro”. In questo senso, il pagamento smette di essere una funzione isolata e diventa parte della macchina operativa del business.
I KPI che contano davvero per un merchant
Quando si parla di valore per l’esercente, Dojo pone l’accento su indicatori molto concreti. Il primo è la continuità del servizio. In un punto vendita, pochi minuti di interruzione significano incassi persi e tensione operativa. Altrettanto centrale è poi la velocità con cui il merchant può contare sui fondi, perché il cash flow incide sulla gestione del magazzino, sulle persone, sugli investimenti e sulla serenità con cui si guida un’attività.
C’è poi un terzo indicatore che Dojo considera decisivo: la retention. “Quando un merchant decide di affidare a uno stesso provider una quota crescente del proprio transato, fino a sceglierlo come partner principale o unico, è il segnale più concreto del valore percepito”, spiega. Non dunque una misura astratta, ma il riflesso di un’esperienza che regge nel tempo sul piano operativo.
Questo approccio si ritrova anche nel modo in cui l’azienda racconta i propri strumenti. Dojo insiste sull’accesso alle transazioni in tempo reale, sulla visibilità dei trasferimenti e sulla possibilità di ricevere gli incassi il giorno lavorativo successivo: elementi che, non a caso, parlano meno di promessa tecnologica e più di controllo quotidiano.
Sicurezza e compliance senza scaricare complessità sul punto vendita
Sul fronte sicurezza, il punto di partenza è chiaro:i presidi devono essere solidi, ma non possono appesantire il lavoro di chi è in negozio. La Banca d’Italia segnala che nel primo semestre 2025 il tasso di frode sui pagamenti digitali in Italia è rimasto contenuto, pari a 3 euro ogni 100 mila euro transati. È un dato rassicurante, ma non riduce l’importanza di costruire sistemi affidabili, soprattutto mentre cresce il peso dei canali digitali e la compliance entra sempre di più nella quotidianità degli esercenti.
Di Berardino distingue due livelli. Il primo riguarda la protezione della transazione: controlli antifrode continui, compliance con gli standard PCI e crittografia end-to-end lungo tutto il flusso. Il secondo livello “è meno visibile – chiarisce -, ma altrettanto importante”. Riguarda il collegamento tra Pos e sistema di cassa. “Se quell’integrazione non è solida, il problema non resta confinato sul piano tecnico. Si traduce in riconciliazioni più lente, in maggiore difficoltà nel rintracciare una transazione in caso di contestazione e in un carico amministrativo più pesante”.
“Un’integrazione affidabile aiuta a ridurre drasticamente le tempistiche di riconciliazione serale”, spiega il General Manager. In un passaggio come quello che il mercato italiano sta vivendo, con l’obbligo di collegamento tra strumenti di pagamento e corrispettivi telematici, questo aspetto diventa ancora più sensibile. La compliance, in altre parole, funziona davvero solo quando non costringe il punto vendita a farsi carico di complessità aggiuntiva.
Quando il pagamento migliora anche il servizio
Per raccontare un caso d’uso concreto, Di Berardino cita l’esperienza dell’Antica Salumeria Il Casale di Napoli. La criticità era tipica delle attività ad alto flusso: nei momenti di punta il pagamento rallentava, le code si allungavano e la qualità del servizio rischiava di risentirne. In questo contesto, racconta, “l’introduzione di Pos con doppia connettività Wi-Fi e 4G ha contribuito ad aumentare velocità e continuità operativa”.
Il risultato, nella lettura di Dojo, è stato un lavoro quotidiano più fluido: pagamenti più rapidi, meno attese e più tempo per la relazione con il cliente. Ma c’è anche un altro aspetto che il manager mette in evidenza. “Grazie alla portabilità del dispositivo e alla gestione sicura dei pagamenti, l’attività ha potuto ampliare l’offerta includendo anche le consegne a domicilio”. Il pagamento, in questo caso, ha superato il suo ruolo: da semplice fase della vendita a fattore che aiuta a sostenere il modello di servizio.

Innovare i pagamenti senza progetti lunghi e complessi
“Bisogna smettere di pensare ai pagamenti come a un tema solo di costo – spiega in conclusione Di Berardino – e iniziare a considerarli un progetto di efficienza misurabile”. Il modo più rapido, fa notare ancora, è “puntare su soluzioni cloud-native e davvero integrabili, capaci di innestarsi sul setup esistente e di portare risultati visibili su continuità operativa, riconciliazione e gestione degli incassi”.
Dentro questo ragionamento c’è anche il vero ruolo delle nuove frontiere tecnologiche. “AI e automazione – osserva il General Manager – sono utili quando riducono passaggi manuali e aumentano la qualità degli insight. Ma nel mondo dei pagamenti resta decisiva la parte umana: un merchant può apprezzare la rapidità, il dato in tempo reale o la semplicità di un flusso digitale, ma continua a misurare il valore anche sulla possibilità di trovare un supporto competente quando serve”.
È dunque qui che, nella visione di Dojo, si gioca la modernizzazione dei pagamenti in Italia. Non su una promessa generica di innovazione, ma sulla capacità di togliere attrito ai processi, far dialogare strumenti diversi e restituire tempo a chi sta dietro al banco o in sala. In un mercato in cui il digitale cresce, ma la concretezza quotidiana resta il primo banco di prova, il Pos tende così a diventare meno un terminale e più un’infrastruttura operativa.



























