Per la prima volta un fondatore di una neobank diventa European Banker of the Year. Nik Storonsky, co-founder e ceo di Revolut, ha ricevuto a Francoforte il riconoscimento per il 2025 assegnato dal Group of 20+1, la giuria di giornalisti finanziari europei collegata a dfv Euro Finance Group. Ed è un riconoscimento che segna l’ingresso delle banche nate digitali nella community dove per decenni sono stati celebrati i capi delle grandi banche europee, delle istituzioni finanziarie pubbliche e dei gruppi sistemici.
Il premio arriva mentre Revolut dichiara oltre 75 milioni di clienti in 40 mercati, una valutazione da 75 miliardi di dollari e un piano da 11,5 miliardi di euro per l’espansione internazionale nei prossimi cinque anni. Nel 2015 era partita dal cambio valuta e dai pagamenti internazionali. Nel 2026 parla da piattaforma bancaria globale, con licenze, depositi, credito, investimenti, servizi business e ambizioni negli Stati Uniti.
È questa, quindi, la notizia: le neobank o challenging bank non sono più soltanto un’interfaccia digitale migliore per fare pagamenti. Non sono più solo “sfidanti” minori in un mondo di grandi. Stanno diventando banche a tutti gli effetti.
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Perché cambia il racconto sulle neobank europee
L’European Banker of the Year esiste dal 1994 e ha sempre avuto un valore simbolico forte. Non misura solo i risultati di un manager. Segnala quale idea di banca, in un certo momento storico, viene considerata rappresentativa dell’Europa finanziaria.
La scelta di Storonsky introduce una discontinuità evidente. Nel 2024 il premio era andato a Carlo Messina, CEO di Intesa Sanpaolo. Nel 2023 a Sergio P. Ermotti, CEO di Ubs. Nel 2022 a Uwe Fröhlich e Cornelius Riese, co-ceo di Dz Bank. Prima ancora erano stati premiati Thomas Jorberg di Gls Gemeinschaftsbank, Günther Bräunig di KfW, Werner Hoyer della Banca europea per gli investimenti, Jean Pierre Mustier di UniCredit, Jean-Laurent Bonnafé di Bnp Paribas, Ralph Hamers di Ing e Ana Patricia Botín di Banco Santander.
La sequenza racconta bene il cambiamento. Fino a oggi il premio aveva riconosciuto la leadership di banche universali, gruppi cooperativi, banche pubbliche, istituzioni europee, modelli di finanza sostenibile. Con Storonsky entra in campo un’altra figura: il fondatore-imprenditore di una banca nata da una app.
Non è solo un passaggio generazionale. È un cambio di architettura. La nuova banca europea non nasce più soltanto dalla digitalizzazione degli incumbent. Può nascere anche da piattaforme costruite intorno all’uso quotidiano del cliente, alla scalabilità software e alla capacità di aggiungere servizi finanziari dentro un’unica esperienza digitale.
Revolut, da carta multivaluta a piattaforma finanziaria
Revolut nasce come startup fintech a Londra nel 2015 da Nik Storonsky e Vlad Yatsenko con un’intuizione semplice: rendere più economici e più facili i pagamenti e il cambio valuta per chi viaggia o lavora tra Paesi diversi. Era un problema concreto, molto europeo: monete, commissioni, trasferimenti, confini bancari. La soluzione era una carta collegata a una app.
Da lì l’azienda ha costruito una traiettoria molto diversa da quella di molte fintech della prima ondata. Non si è fermata alla nicchia iniziale. Ha allargato il prodotto a conti, risparmio, investimenti, trading, crypto, prestiti, servizi per imprese, assicurazioni, travel, gestione delle spese. Il risultato è una piattaforma finanziaria che punta a intercettare momenti diversi della relazione con il denaro.
Secondo l’Annual Report 2025 di Revolut Group Holdings, approvato il 12 marzo 2026, a fine 2025 il gruppo aveva 69,1 milioni di clienti, di cui 68,3 milioni retail e oltre 750mila business. I ricavi sono saliti a 4,5 miliardi di sterline, con una crescita del 46% rispetto all’anno precedente, mentre l’utile ante imposte ha raggiunto 1,7 miliardi di sterline, in aumento del 57%.
Sono numeri che spostano Revolut fuori dalla categoria della promessa fintech. La società continua a crescere rapidamente, ma ha già superato la fase in cui l’unico indicatore da guardare era il numero di utenti. Il punto è la monetizzazione: quanti prodotti usa il cliente, quanta raccolta resta sulla piattaforma, quanto valore viene generato dai servizi business, quanto credito può essere distribuito senza compromettere il profilo di rischio.
Nik Storonsky, da trader a banchiere
Il profilo di Storonsky aiuta a capire perché Revolut è cresciuta con questa velocità. Non viene dal mondo delle filiali, del retail banking tradizionale o della consulenza. Viene dal trading.
Nato in Russia, con una formazione quantitativa in fisica applicata, matematica ed economia, Storonsky ha lavorato come trader sui derivati azionari dei mercati emergenti in Lehman Brothers e Credit Suisse. Nella biografia corporate di Revolut si legge che ha trattato oltre 2 miliardi di dollari tra opzioni, swap e strumenti valutari. È un dettaglio importante: Revolut nasce dall’incrocio tra competenza finanziaria, ossessione per l’esecuzione e mentalità da prodotto digitale.
Nel 2015 Storonsky fonda Revolut con Vlad Yatsenko, sviluppatore con esperienze in banche d’investimento come Ubs e Deutsche Bank. La combinazione è quella tipica delle fintech migliori della prima generazione europea: conoscenza del funzionamento interno della finanza tradizionale e volontà di ricostruire l’esperienza del cliente partendo dal software.
Il suo stile manageriale è stato spesso descritto come duro, molto orientato alla performance e alla velocità. È uno degli elementi che hanno alimentato la crescita della società e anche una parte delle critiche sul piano della cultura aziendale. Ma il riconoscimento ricevuto a Francoforte segnala un passaggio diverso: Storonsky non viene più osservato soltanto come founder aggressivo di una fintech. Viene riconosciuto come banchiere europeo.
C’è anche una dimensione geopolitica nel suo profilo. Storonsky ha rinunciato alla cittadinanza russa nel 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina. È un dato da maneggiare senza enfasi, ma non è marginale per un imprenditore che guida una società finanziaria regolata e globale. Nella banca, più ancora che nella tecnologia, la fiducia non riguarda solo il prodotto. Riguarda governance, reputazione, controlli, giurisdizioni, capitale umano.
Le neobank europee sono ancora piccole, ma non più marginali
Il premio a Storonsky non significa che le neobank abbiano già sostituito la banca tradizionale. I numeri di sistema dicono il contrario. La Bce nel Financial Stability Review di maggio 2025 identificava circa 60 banche digital-only nell’area euro a fine 2024. La loro quota sugli asset totali è passata dal 3,1% del 2019 al 3,9% del 2024.
La loro quota, quindi, resta limitata. Ma la crescita è sufficiente per interessare supervisori, regolatori e banche incumbent. La stessa Bce segnala alcune caratteristiche ricorrenti: forte dipendenza dai depositi retail, ampia componente cross-border, modelli di business spesso meno diversificati, elevati buffer di liquidità e redditività mediamente inferiore rispetto alle banche tradizionali.
Il briefing “Neobanks: Relevance, benefits and challenges for the Banking Union”, pubblicato dal Parlamento europeo nel febbraio 2026, aggiunge un punto essenziale: il termine neobank viene usato spesso in modo largo. Alcuni operatori hanno una vera licenza bancaria, altri lavorano con autorizzazioni più limitate o tramite partnership con banche licenziate. Questa eterogeneità complica la vigilanza e può creare problemi di accountability e protezione dei consumatori.
Revolut si colloca nella parte più avanzata di questa evoluzione. È già banca europea tramite Revolut Bank Uab, autorizzata in Lituania e regolata dalla Bank of Lithuania e dalla Bce. Nel Regno Unito, a marzo 2026, la Prudential Regulation Authority ha rimosso le restrizioni della fase di mobilitazione, consentendo il lancio di Revolut Bank UK Ltd. La società ha anche presentato domanda per una licenza bancaria in Francia e, nel marzo 2026, per un national bank charter negli Stati Uniti.
La direzione è chiara: diventare banca nei mercati chiave, ridurre la dipendenza da partner esterni, ampliare il portafoglio prodotti e competere sulla relazione primaria con il cliente.
La competizione con le banche tradizionali
Le banche tradizionali conservano vantaggi enormi: capitale, fiducia storica, capacità di credito, presenza nei territori, relazioni con imprese e famiglie, conoscenza regolatoria. Ma le neobank hanno attaccato un punto molto sensibile: la frequenza d’uso.
Chi apre ogni giorno un’app per pagare, dividere spese, cambiare valuta, investire piccoli importi, ricevere notifiche, gestire abbonamenti o controllare il budget sta costruendo una relazione bancaria diversa. Non necessariamente più profonda all’inizio, ma più continua. Nel tempo, questa continuità può diventare fiducia. E la fiducia può diventare raccolta, credito, investimenti, servizi a pagamento.
McKinsey, nel Global Banking Annual Review 2026, parla di “breakout” delle neobank e cita Revolut tra gli esempi più rilevanti, insieme a Nubank, Wise e altri operatori: alcune piattaforme digitali stanno raggiungendo scala e redditività con strutture molto più leggere rispetto agli incumbent.
L’Europa deve metabolizzare il cambiamento. Per anni il Vecchio Continente ha discusso di fintech come laboratorio, come ecosistema di startup, come innovazione a margine del sistema bancario. Revolut mostra un passaggio più ambizioso: una fintech europea può diventare una banca globale, attirare capitale, ottenere licenze in più giurisdizioni e costruire un brand finanziario internazionale.
La domanda riguarda anche l’Italia. Il sistema bancario italiano ha dimostrato solidità, capacità di consolidamento e forte redditività negli ultimi anni. Ma sul terreno delle piattaforme digitali scalabili non ha ancora espresso un campione paragonabile a Revolut. Il premio a Storonsky è quindi anche un segnale competitivo: la banca del futuro non sarà definita solo dal patrimonio, dagli sportelli o dalla dimensione nazionale. Sarà definita dalla capacità di presidiare l’interfaccia finanziaria del cliente.
La discontinuità e la nuova sfida di Revolut
La geografia del sistema bancario europeo è fatto da grandi gruppi nazionali, banche universali, istituzioni pubbliche, credito cooperativo, finanza sostenibile. Storonsky arriva da un’altra traiettoria. Non eredita una banca, né la riceve in gestione. La costruisce partendo da un bisogno specifico, il cambio valuta, e poi allarga il perimetro fino a trasformarla in una piattaforma finanziaria multi-prodotto.
Il Premio a Storonsky come banchiere europeo dell’anno non celebra solo la crescita di Revolut. Certifica che l’innovazione bancaria, quando raggiunge scala, redditività e licenze, smette di essere periferica. Diventa sistema.
Per le neobank europee comincia una fase più difficile. Crescere da app è diverso che crescere da banca regolata. Servono controlli, capitale, gestione del rischio, qualità del credito, protezione dei consumatori, governance, resilienza operativa. La velocità resta un vantaggio solo se non compromette la fiducia.
Storonsky ha costruito Revolut sfidando molte convenzioni della banca tradizionale. Il premio di Francoforte dice che quella sfida è ormai riconosciuta anche dall’industria che voleva cambiare. La prossima prova sarà più severa: dimostrare che una neobank può essere globale senza perdere la disciplina di una banca.

















