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Scenari

Le cause (e gli effetti) delle montagne russe di Facebook&Co.

22 Apr 2014

La politica monetaria Usa è la prima responsabile dell’andamento negativo dei titoli hi-tech in Borsa. Ma più che di una bolla si tratta di una caduta selettiva. Che si fa sentire sulle politiche retributive dei giganti digitali e rischia di ridurre le risorse a disposizione per le startup

 In una sua canzone famosa degli anni ’70 Lucio Battisti parlava di “discese ardite” e di “risalite”. Sono parole che mi sono tornate spesso alla mente in occasione degli andamenti di Borsa di certi titoli o famiglie di titoli: nell’ultimo mese delle “discese ardite” dei titoli hi-tech (Internet, social network, cloud computing e biotech), dopo le impressionanti “salite” del periodo precedente.

Le domande che tutti si pongono normalmente in questi casi sono: a che cosa è dovuta la dinamica “stile montagne russe”?  Si tratta di una “bolla” che sta scoppiando o di un semplice riaggiustamento legato a una valutazione più attenta del valore reale delle imprese coinvolte? Nel secondo caso, la caduta si fermerà una volta raggiunti i valori ritenuti corretti o ci saranno delle sovraelongazioni negative prima di giungere a un assestamento? La caduta sarà abbastanza uniforme o avrà carattere di forte selettività?

È la politica monetaria statunitense la prima responsabile delle “montagne russe”. Il fenomeno è ormai noto e si ripete nel tempo. Quando l’economia è debole e la disoccupazione elevata, la Fed (banca centrale statunitense) accresce in misura rilevante la moneta in circolazione – fa una politica cioè di QE-Quantitative Easing – sperando che l’abbondanza di moneta incentivi i consumi e gli investimenti reali. Ottiene almeno in parte gli effetti desiderati (come il recente ridecollo dell’economia statunitense dimostra), ma con uno scotto rilevante da pagare: la parte prevalente della moneta immessa nel sistema non va all’economia reale ma alla finanza, rialzando i valori dei titoli in generale e generando “bolle” qua e là, come la famosa bolla Internet di fine secolo e l’altrettanto famosa bolla subprime di qualche anno dopo. I problemi maggiori nascono quando la Fed, ritenuti raggiunti i suoi obiettivi, restringe i “cordoni della borsa” o addirittura inverte la sua politica (riducendo o cambiando di segno l’erogazione di moneta e/o elevando i tassi di interesse) per combattere l’inflazione che può affiancarsi alla ripresa. La crisi subprime fu attivata da una inversione della politica monetaria della Fed e i movimenti in atto nell’hi-tech sono in larga parte da attribuire alle preoccupazioni originate nel mondo finanziario dalla fine annunciata del QE: preoccupazioni che avevano già avuto come altra conseguenza il ritiro di masse notevoli di capitali dai Paesi cosiddetti emergenti e il ritorno all’acquisto di buoni del tesoro dei Paesi UE cosiddetti periferici (con il conseguente ridimensionamento dello spread anche per l’Italia). 

Ci saranno sovraelongazioni negative? Non è per nulla improbabile che questo accada. Le “montagne russe” sono accentuate dai comportamenti di chi opera in Borsa: che continua a comprare, anche una volta superato il valore ritenuto corretto, fino a quando ritiene che gli altri continueranno a comprare e che conseguentemente si rialzerà ulteriormente la quotazione; ma che continua viceversa a vendere fino a quando ritiene che gli altri continueranno a vendere e che si ridurrà ulteriormente la quotazione.

È una bolla che sta scoppiando o una caduta selettiva? Ritengo, escludendo dai miei discorsi il mondo biotech che non conosco a sufficienza, che sia valida la seconda ipotesi. Ci sono imprese – nel mondo Internet, nei social network,  nel cloud computing e in ambiti a essi prossimi – che hanno un business model che garantisce loro (già ora e/o in prospettiva) profittabilità e crescita. Ci sono imprese viceversa, come accaduto per WhatsApp, che valgono per  il loro (impressionante nel caso specifico) numero di utenti, ma che non hanno idea alcuna su come potranno farne una fonte di ricavo: e non tutte possono sperare di trovare acquirenti generosi come Facebook per WhatsApp o Microsoft per Skype. È molto probabile, e spesso è accaduto nel passato, che una volta finito il clima di eccitazione il mercato finanziario torni a essere giustamente selettivo.

Meno soldi e meno stimoli per le startup. “Non tutte le bolle vengono per nuocere”, era il senso di un provocatorio pensiero controcorrente di Gianfelice Rocca (presidente del Gruppo e di Assolombarda) di qualche giorno fa: l’atmosfera di entusiasmo che si vive in certi momenti stimola la nascita di startup e la messa in cantiere di grossi investimenti infrastrutturali. Il rientro nella normalità, positivo da molti punti di vista, renderebbe le cose più difficili da altri: verrebbero rimandati a tempi migliori gli IPO di molte imprese pronte a entrare in Borsa, e non solo di quelle con business model inconsistenti, con ricadute sulla loro crescita (sempre che i soldi raccolti dalla quotazione non servissero solamente a premiare i fondatori e i fondi di venture capital); sarebbero disponibili meno soldi per questi ultimi, perché minori diventerebbero le prospettive di plusvalenze; ci sarebbero di conseguenza meno soldi per le startup e meno stimoli a crearne di nuove.     

Meno stock-option e più cash nelle remunerazioni. Un problema meno visibile – ma non per questo di impatto minore (in particolare per le startup della Silicon Valley) – potrebbe riguardare l’ampio ricorso che le imprese hi-tech, soprattutto quelle con prospettive elevate di crescita, fanno delle stock-option per accaparrarsi le risorse umane di maggior valore (i cosiddetti talenti): strappandole alle imprese consolidate, e per questo con minori prospettive di crescita del valore, senza intaccare le ridotte risorse finanziarie di cui dispongono. Questo meccanismo, che ha costretto ad esempio Google negli anni recenti ad accrescere la componente cash delle remunerazioni per non perdere gli elementi migliori, si potrebbe inceppare se il mercato borsistico rimanesse stagnante o continuasse a calare: riducendo o addirittura invertendo di segno il flusso dei talenti dalle grandi imprese a quelle in crescita e conferendo alle prime (come osservava sul Financial Times Richard Waters qualche giorno fa) un vantaggio strategico rilevante.

Il test Alibaba. Alibaba, l’Amazon cinese (anche se rilevanti differenze nel business model e nella governance) che domina con una quota dell’80 per cento l’e-commerce del Paese, potrà rappresentare – con la sua attesa quotazione a New York – un test importante sugli umori del mercato borsistico. Importante perché grandi sono le aspettative, sia in relazione ai 15 miliardi che Alibaba vorrebbe “portare a casa” sia alla capitalizzazione implicita che potrebbe superare i 100 miliardi: più o meno gli stessi numeri che caratterizzarono il clamoroso IPO di Facebook a maggio 2012. 

Umberto Bertelè è docente di Strategia e Sistemi di pianificazione al Politecnico di Milano. Ha appena pubblicato “Strategia” (Egea), libro in cui raccoglie la sua esperienza accademica e quella sul campo (ha partecipato e siede nei consigli di amministrazione di importanti società).

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