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Scenari economici

Di cosa parliamo quando parliamo di sharing economy: una prima sintesi

16 Giu 2016

Dopo una lunga produzione di interventi sul tema, ecco la ricapitolazione di alcuni elementi chiave: le attività a scopo di lucro non sono condivisione; l’impatto di questo approccio è dirompente anche se non crea ricchezza; l’origine di questo modello è la crisi di crescita e un modo nuovo di pensare alla proprietà e all’accumulazione

“Le parole sono buone. Le parole sono cattive. Le parole offendono. Le parole chiedono scusa. Le parole bruciano. Le parole accarezzano. Le parole sono date, scambiate, offerte, vendute e inventate. Le parole sono assenti. Alcune parole ci succhiano, non ci mollano; sono come zecche: si annidano nei libri, nei giornali, nelle carte e nei cartelloni. Le parole consigliano, suggeriscono, insinuano, ordinano, impongono, segregano, eliminano. Sono melliflue o aspre. Il mondo gira sulle parole lubrificate con l’olio della pazienza. I cervelli sono pieni di parole che vivono in santa pace con le loro contrarie e nemiche. Per questo le persone fanno il contrario di quel che pensano, credendo di pensare quel che fanno. Ci sono molte parole“.
(Josè Saramago, Di questo e di altri mondi)

La domenica è, ovviamente, giorno in cui la produttività è altissima, e non solo per me. Domenica 12 giugno ricevo una nota in posta elettrica da un collega che, dopo aver letto il pezzo di settimana scorsa sulla mezzadria e le trebbiatrici, mi scrive:

“Quindi qual è la sintesi finale del tuo lavoro sulla sharing economy? Che molto (o quasi tutto?) di quanto viene sbandierato come “sharing economy” altro non è che una forma tradizionale di produzione in cui le nuove tecnologie sono usate per

►aumentare il tasso di utilizzo di risorse già esistenti e in genere sottoutilizzate (perché frammentate e sconnesse dal mondo della domanda)

►abilitare nuovi modelli di business in cui nuovi capitalisti mettono risorse proprie o (più spesso) altrui in cloud e le vendono in modalità as-a-service, on-demand e pay-per-use?”

Ha ragione il collega, sto pestando questo tema nel mortaio dal novembre 2015, ed è arrivato il momento di una prima sintesi.

  1. Seguendo Josè Saramago ho cominciato ponendo il problema del significato della parola sharing (o condivisione). Il che, dal punto di vista metodologico è un messaggio che dice: “Ma lo sapete di che cosa parlate?”. E ho scoperto che tanto la parola inglese quanto quella italiana fanno riferimento alla condivisione di diritti di proprietà su attività reali e/o finanziarie. Il che va bene, lo dice il vocabolario; il problema sta nel fatto che l’uso comune del termine non prevede questo dettaglio! Da cui il paradosso: un buonismo sdolcinato implicito nella parola, una pretesa di condivisione e solidarietà, un sentore di un modo di produzione, e di vita, che prefigura il sol dell’avvenire (o il regno dei cieli, a scelta).
  2. Sviluppai poi il tema guardandolo dal punto di vista della gig economy, e nonostante la connessione tra sharing e gig non mi fosse subito chiara, intuii che non è tutto oro quel che riluce: sarà anche vero che tu che non possiedi l’auto ti fai scarrozzare da me che la possiedo, ma alla fine del giretto la macchina mia era e mia rimane, mentre tu hai solo speso e non guadagnato nulla. Abbiamo condiviso la mia automobile? Balle, il vocabolario dice di no. E allora che cosa è, questo nostro rapporto economico, se non è condivisione? Secondo me è affitto (immagino che un avvocato direbbe ‘locazione’).
  3. Una coincidenza mi fa poi pensare a quando mio nonno, mezzadro, cioè uno che lavorava la terra altrui certamente non si comprò la propria trebbiatrice ma faceva ricorso a trebbiatrici altri mezzadri pure… condivideva? Bo? Eh no, perché alla fine della trebbiatura la terra rimaneva di proprietà di qualcun altro e la trebbiatrice di proprietà di qualcun altro ancora. Affitto, locazione, di questo si parla. E concludevo rimettendo le cose al loro posto:
    • ci sono i capitalisti, che posseggono i mezzi di produzione [la macchina  trebbiatrice], il cui destino è essere combinati con lavoro salariato;
    • c’è il lavoro salariato, che non possiede capitale, e quindi produce reddito per sé (salario) e per i capitalisti (profitto) operando i mezzi di produzione di proprietà del capitalista [i meccanici che fanno funzionare la trebbiatrice];
    • c’è il lavoro mezzadrile, il quale ovviamente non possiede capitale, né viene pagato un salario per attivarlo anche quando aiuta a farlo funzionare, per esempio alimentando di covoni la bocca della macchina trebbiatrice [mio nonno];
    • c’è il proprietario fondiario, il quale affitta la sua proprietà al coltivatore [sempre mio nonno].

Che cosa ho imparato dunque in questi ultimi mesi a proposito di economia della condivisione? Ho imparato che:

  1. Nessuno deve cercare di vendermi come sharing e condivisione attività erogate a scopo di lucro, che il lucro sia profitto (del capitalista) o la rendita (del proprietario di assets materiali affittati);
  2. Questo non equivale, ovviamente, a negare la forza dirompente che sull’assetto economico e sociale attuali hanno attività vecchie come il mondo ma rilanciate su una scala inimmaginabile senza le moderne tecnologie di rete;
  3. Ma occorre capire che questo modo di funzionare della società non è un modo di produrre ricchezza: esso è un modo per trasferire ricchezza da chi non ne possiede a chi ne possiede, dagli affittuari ai proprietari! Airbnb produce ricchezza per i propri azionisti, e rende possibile il trasferimento di reddito e ricchezza da chi non ne possiede a che ne possiede. Mi azzardo a dire che il valore economico del secondo effetto è mille volte quello  del primo;
  4. Questo modo di funzionare nasce sulla scala che stiamo vedendo da un lato grazie al potere abilitante della tecnologia, ma dall’altro nasce a seguito, nei paesi ad alto reddito pro capite, della caduta dei tassi di crescita economica, dell’eccesso di capacità produttiva inutilizzata e di appartamenti vuoti;
  5. E si tratta, di conseguenza, del cambiamento radicale nel modo in cui stiamo cominciando a vedere la proprietà e l’accumulazione. Ma su quest’ultimo punto tornerò per chiarirlo.

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