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Scenari economici

Di cosa parliamo quando parliamo di sharing economy: una prima sintesi



Dopo una lunga produzione di interventi sul tema, ecco la ricapitolazione di alcuni elementi chiave: le attività a scopo di lucro non sono condivisione; l’impatto di questo approccio è dirompente anche se non crea ricchezza; l’origine di questo modello è la crisi di crescita e un modo nuovo di pensare alla proprietà e all’accumulazione

di Fabio Sdogati

16 Giu 2016


“Le parole sono buone. Le parole sono cattive. Le parole offendono. Le parole chiedono scusa. Le parole bruciano. Le parole accarezzano. Le parole sono date, scambiate, offerte, vendute e inventate. Le parole sono assenti. Alcune parole ci succhiano, non ci mollano; sono come zecche: si annidano nei libri, nei giornali, nelle carte e nei cartelloni. Le parole consigliano, suggeriscono, insinuano, ordinano, impongono, segregano, eliminano. Sono melliflue o aspre. Il mondo gira sulle parole lubrificate con l’olio della pazienza. I cervelli sono pieni di parole che vivono in santa pace con le loro contrarie e nemiche. Per questo le persone fanno il contrario di quel che pensano, credendo di pensare quel che fanno. Ci sono molte parole“.
(Josè Saramago, Di questo e di altri mondi)

La domenica è, ovviamente, giorno in cui la produttività è altissima, e non solo per me. Domenica 12 giugno ricevo una nota in posta elettrica da un collega che, dopo aver letto il pezzo di settimana scorsa sulla mezzadria e le trebbiatrici, mi scrive:

“Quindi qual è la sintesi finale del tuo lavoro sulla sharing economy? Che molto (o quasi tutto?) di quanto viene sbandierato come “sharing economy” altro non è che una forma tradizionale di produzione in cui le nuove tecnologie sono usate per

►aumentare il tasso di utilizzo di risorse già esistenti e in genere sottoutilizzate (perché frammentate e sconnesse dal mondo della domanda)

►abilitare nuovi modelli di business in cui nuovi capitalisti mettono risorse proprie o (più spesso) altrui in cloud e le vendono in modalità as-a-service, on-demand e pay-per-use?”

Ha ragione il collega, sto pestando questo tema nel mortaio dal novembre 2015, ed è arrivato il momento di una prima sintesi.

  1. Seguendo Josè Saramago ho cominciato ponendo il problema del significato della parola sharing (o condivisione). Il che, dal punto di vista metodologico è un messaggio che dice: “Ma lo sapete di che cosa parlate?”. E ho scoperto che tanto la parola inglese quanto quella italiana fanno riferimento alla condivisione di diritti di proprietà su attività reali e/o finanziarie. Il che va bene, lo dice il vocabolario; il problema sta nel fatto che l’uso comune del termine non prevede questo dettaglio! Da cui il paradosso: un buonismo sdolcinato implicito nella parola, una pretesa di condivisione e solidarietà, un sentore di un modo di produzione, e di vita, che prefigura il sol dell’avvenire (o il regno dei cieli, a scelta).
  2. Sviluppai poi il tema guardandolo dal punto di vista della gig economy, e nonostante la connessione tra sharing e gig non mi fosse subito chiara, intuii che non è tutto oro quel che riluce: sarà anche vero che tu che non possiedi l’auto ti fai scarrozzare da me che la possiedo, ma alla fine del giretto la macchina mia era e mia rimane, mentre tu hai solo speso e non guadagnato nulla. Abbiamo condiviso la mia automobile? Balle, il vocabolario dice di no. E allora che cosa è, questo nostro rapporto economico, se non è condivisione? Secondo me è affitto (immagino che un avvocato direbbe ‘locazione’).
  3. Una coincidenza mi fa poi pensare a quando mio nonno, mezzadro, cioè uno che lavorava la terra altrui certamente non si comprò la propria trebbiatrice ma faceva ricorso a trebbiatrici altri mezzadri pure… condivideva? Bo? Eh no, perché alla fine della trebbiatura la terra rimaneva di proprietà di qualcun altro e la trebbiatrice di proprietà di qualcun altro ancora. Affitto, locazione, di questo si parla. E concludevo rimettendo le cose al loro posto:
    • ci sono i capitalisti, che posseggono i mezzi di produzione [la macchina  trebbiatrice], il cui destino è essere combinati con lavoro salariato;
    • c’è il lavoro salariato, che non possiede capitale, e quindi produce reddito per sé (salario) e per i capitalisti (profitto) operando i mezzi di produzione di proprietà del capitalista [i meccanici che fanno funzionare la trebbiatrice];
    • c’è il lavoro mezzadrile, il quale ovviamente non possiede capitale, né viene pagato un salario per attivarlo anche quando aiuta a farlo funzionare, per esempio alimentando di covoni la bocca della macchina trebbiatrice [mio nonno];
    • c’è il proprietario fondiario, il quale affitta la sua proprietà al coltivatore [sempre mio nonno].

Che cosa ho imparato dunque in questi ultimi mesi a proposito di economia della condivisione? Ho imparato che:

  1. Nessuno deve cercare di vendermi come sharing e condivisione attività erogate a scopo di lucro, che il lucro sia profitto (del capitalista) o la rendita (del proprietario di assets materiali affittati);
  2. Questo non equivale, ovviamente, a negare la forza dirompente che sull’assetto economico e sociale attuali hanno attività vecchie come il mondo ma rilanciate su una scala inimmaginabile senza le moderne tecnologie di rete;
  3. Ma occorre capire che questo modo di funzionare della società non è un modo di produrre ricchezza: esso è un modo per trasferire ricchezza da chi non ne possiede a chi ne possiede, dagli affittuari ai proprietari! Airbnb produce ricchezza per i propri azionisti, e rende possibile il trasferimento di reddito e ricchezza da chi non ne possiede a che ne possiede. Mi azzardo a dire che il valore economico del secondo effetto è mille volte quello  del primo;
  4. Questo modo di funzionare nasce sulla scala che stiamo vedendo da un lato grazie al potere abilitante della tecnologia, ma dall’altro nasce a seguito, nei paesi ad alto reddito pro capite, della caduta dei tassi di crescita economica, dell’eccesso di capacità produttiva inutilizzata e di appartamenti vuoti;
  5. E si tratta, di conseguenza, del cambiamento radicale nel modo in cui stiamo cominciando a vedere la proprietà e l’accumulazione. Ma su quest’ultimo punto tornerò per chiarirlo.

Fabio Sdogati

Fabio Sdogati è Ordinario di Economia Internazionale presso il Politecnico di Milano. Ha conseguito il Master of Science (1983) e il Ph. D. (Economics, 1986) presso la University of Wisconsin-Madison.…