“Noi in Italia abbiamo un superpotere. Cresciamo in un posto dove non va niente. Fin da bambini dobbiamo trovare delle soluzioni ai problemi… scriviamo algoritmi mentali per risolvere problemi. Ecco perché gli ingegneri del software italiani sono i migliori al mondo.”
La frase viene dal recente TEDx a Cortina di Fabrizio Capobianco, il mio “gemello” (puoi vederlo qui). Vale una riflessione, perché inquadra benissimo il genio italico. E quel genio va ben oltre il software.

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Il problem solving che alimenta le startup italiane
Il ragionamento del Capo (così l’ho sempre chiamato, nomen omen; io ero “One”, da qui la nostra sempiterna sfida) è semplice.
Se cresci in un contesto dove le cose funzionano, impari a usarle. Se cresci in un contesto dove non funzionano, impari a farle funzionare comunque. Quindi aggiri l’ostacolo, combini risorse che non erano pensate per stare insieme e trovi la scorciatoia che nessuno aveva previsto.
È, in pratica, la definizione di problem solving. Ma è anche e soprattutto la definizione di startup: un’organizzazione che cerca una soluzione con poche risorse, poco tempo e molta incertezza.
Ecco perché gli italiani sono così bravi a scrivere codice. E sono bravi anche in molto altro. Lo stesso schema mentale si ritrova nell’imprenditore manifatturiero che compete sui mercati globali senza la scala dei concorrenti tedeschi o americani, e nel ricercatore che fa scienza di livello mondiale con budget che altrove farebbero sorridere.
L’ottimismo che apre strade tra le difficoltà
C’è poi un secondo ingrediente, meno tecnico e forse più importante: la capacità di intravedere un raggio di luce tra le macerie, di estrarre ottimismo dai problemi e di tracciare una strada dove gli altri vedono solo buio. Questo è il Capo “at the best”. D’altronde, “il futuro è uno stato della mente”.
Funambol e la strada delle startup italiane verso la Silicon Valley
Ho avuto il privilegio di condividere quasi tutto il suo percorso. Ci siamo conosciuti al Collegio Borromeo di Pavia, e insieme abbiamo fondato un paio di aziende, tra cui Funambol, la prima startup italiana a raccogliere capitali dai venture capital della Silicon Valley. A quei tempi era un’idea che molti consideravano semplicemente impossibile, perché non c’erano precedenti. C’era un problema nel nostro ecosistema – che era ancora agli albori – siamo andati in un altro, dove si giocava la Champions League.

Il prezzo di un ecosistema italiano affidato a pochi campioni
C’è però un costo. Un paese che non funziona allena il talento e affina il genio, ma schiaccia gran parte di chi ci vive. Il risultato sono pochi campioni che emergono: l’ultimo della serie è Gianni Cuozzo di Exein, e prima di lui – solo per limitarci a casi recenti – sono venuti Luca Ferrari di Bending Spoons e Andrea Carcano e Moreno Carullo di Nozomi Networks. Qualcuno riesce ad arrampicarsi sulla punta, ma la base della piramide dell’innovazione, invece, rimane stretta e scivolosa.
La base fragile della piramide dell’innovazione
Perché un ecosistema che funziona solo grazie ai supereroi non è un ecosistema, come abbiamo anche discusso con Giovanni Iozzia e Michele Boldrin questa settimana a Innovation Weekly (qui il link alla puntata per chi volesse risentirla). È una collezione di eccezioni. E’ un paese che aspetta di essere salvato.
Startup e talenti italiani crescono fuori dall’Italia
E chi ha il superpotere tende ad esercitarlo altrove. “C’è un’Italia fuori dall’Italia”, ha ricordato Raffaele Cattaneo(sottosegretario alla Presidenza con delega alle Relazioni Internazionali ed Europee di Regione Lombardia) alla cerimonia delle “Voci lombarde nel mondo” un paio di settimana fa (tra i premiati c’era anche il nostro Capo).
I numeri della nuova emigrazione italiana
I numeri sono importanti (qui il link al video dell’intervento di Raffaele). Negli ultimi anni sono emigrati 1,6 milioni di italiani e ne sono rientrati circa 800 mila, quindi il saldo è negativo per 800 mila persone. E il fenomeno sta tornando a crescere. Gli italiani iscritti all’AIRE sono 6,4 milioni: circa uno su dieci vive stabilmente all’estero. La Lombardia da sola conta 690 mila residenti all’estero, il 7% dei lombardi, e nel 2025 ne sono partiti altri 23 mila, più che da qualsiasi altra regione.
Giovani qualificati e nuovi percorsi all’estero
Non è più la vecchia emigrazione. Oggi partono i supereroi in erba: giovani, laureati, ricercatori, professionisti e imprenditori. Cambiano le destinazioni, le motivazioni e le forme della mobilità. È una nuova emigrazione, di altissima qualità.
Dalla fuga dei talenti a una rete globale per l’innovazione italiana
Possiamo leggerla come una perdita, ed è giusto farlo. Ma – raggio di luce tra le macerie à la Capobianco – l’Italia che perde persone potrebbe anche diventare l’Italia che guadagna connessioni, a una condizione: considerare questi italiani ambasciatori del paese nel mondo e costruire una strategia per coinvolgerli, invece di limitarci a contarli.
Il futuro liquido secondo Fabrizio Capobianco
Il suo talk si intitola “The future is liquid” e dura nove minuti. Consiglio di ascoltarlo, soprattutto a chi pensa che dall’Italia non si possa fare.






























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