“Chi entra sa che deve arrivare munito di scopa, per pulire”. Ema e Alex lo dicono quasi ridendo, ma è la prima regola della casa che hanno sognato per un anno: una residenza per giovani founder, sul modello californiano delle hacker house, abitazioni condivisi in cui sviluppatori o aspiranti imprenditori vivono e lavorano fianco a fianco per un periodo definito.
Il primo luglio, a Milano, in zona Ortica, in zona Politecnico, sei ragazzi entrano in un appartamento con un laboratorio di elettronica al posto del salotto e una lavagna al posto della televisione. Portano con sé un’idea di startup ancora acerba e qualche primo segnale di trazione. È la prima coorte di Apeira, la prima hacker house d’Italia, il progetto che Emanuele Sacco, 24 anni, e Alexandro Nistiriuc, 21, hanno sognato per un anno prima di vederlo diventare reale.
“Per noi è veramente un sogno che si realizza”. I primi residenti della casa, oltre ai sei founder selezionati, sono proprio loro, Emanuele Sacco e Alexandro Nistruric, per gli amici semplicemente Ema e Ale.
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La storia che porta alla hacker house di Milano
Niente staff per le pulizie, niente servizio in camera. Si comincia da zero in Apeira, e il senso della regola è chiaro: qui bisogna sbattersi, abitudine che gli adulti di solito ritengono incompatibile con i giovani (forse perché non sono stati capci di trasmetterla?). Ecco, l’hacker house è che ci sono ragazzi che si sbattono e che hanno voglia di farlo, per irrequietezza, per ambizione, ma anche perché credono che il mondo si può cambiare. Nonostante tutto.
Quando c’è, questa qualità si manifesta presto.
Emanuele Sacco è nato a Milano da genitori del Sud Italia. Ha imparato a programmare a 12 anni per un motivo molto meno solenne della missione che oggi guida Apeira: voleva far giocare gli amici sui server di Minecraft. “Da lì poi dopo ho capito che però si potevano fare un sacco di cose bellissime, anche utili alle persone”, ricorda. Quella scoperta lo ha portato a costruire software per le scuole superiori, poi a donare computer durante il Covid, con l’iniziativa no profit PC for You a chi non poteva permettersi la didattica a distanza, e in seguito a sviluppare una piattaforma per fan club musicali arrivata a 150mila utenti. Oggi studia fisica alla Statale di Milano, mentre fa il co-fondatore di una hacker house.
Alexandro Nistiriuc è nato a Reggio Emilia da genitori moldavi. La sua passione è partita dalla matematica, con le competizioni a cui partecipava da ragazzino, e si è intrecciata presto con il commercio e la finanza: a 16 anni rivendeva online scarpe e vestiti, trasformando la propria camera in un piccolo magazzino. “Nello stesso periodo ho cominciato a coltivare la mia passione per la finanza e ho cominciato a investire in ETF”, racconta. “Ho detto: ah, cavolo, ma io posso risolvere dei problemi che effettivamente le persone sentono, e posso anche costruire un business, costruire un’infrastruttura che si regge e includere anche i miei amici.”
Il punto di svolta arriva grazie alla Fondazione Golinelli di Bologna, dove Nistiriuc trascorre un’estate intera lavorando a un progetto per l’inclusione scolastica degli studenti ipovedenti. È lì che incontra i primi imprenditori e i primi investitori della sua vita e che conosce Ema. “Ho iniziato a capire che effettivamente che cosa significa risolvere problemi e costruire startu e, mi sono iper appassionato”. Una persona ne porta un’altra e Nistiriuc entra in Aurora Fellows, la fellowship fondata da Jacopo Mele – che diventerà il terzo socio di Apeira, oggi alla guida del fondo Moonstone Venture Capital – dedicata a mettere in contatto giovani talenti con imprenditori affermati attraverso percorsi di shadowing.
A 18 anni Nistiriuc fonda la sua prima startup, Grant Next: un sistema che, tramite un chatbot basato su intelligenza artificiale generativa, permetteva a piccole e medie imprese di trovare in 60 secondi i bandi pubblici a cui potevano accedere. “Avevamo fatto ai tempi il nostro primo RAG, quindi il nostro primo chatbot per aiutarti nella candidatura”, ricorda. “Poi da lì in realtà ho fatto tutti gli errori che potevo fare, però mi sono veramente appassionato su tutto quello che è costruire un’infrastruttura per le persone che vogliono fare startup”
Hacker house, dalla Silicon Valley a Milano
Ovviamente Ema e Ale hanno visitato e vissuto le hacker house della Silicon Valley. E c’è un dettaglio, nella storia di Nistiriuc, che racconta meglio di altri lo spirito e la determinazione che c’è dietro il loro progetto: l’incontro quasi casuale con Paolo Marenco, tra i fondatori del Silicon Valley Study Tour, conosciuto attraverso dei webinar che permettevano a ragazzi delle superiori di confrontarsi con ricercatori di Harvard e del MIT e con imprenditori, in sessioni ristrette di dieci o undici persone. Marenco nota l’intraprendenza di Nistiriuc, lo chiama, gli chiede cosa stia facendo. “Sto lavorando a Grant Next, una startup per i bandi”. “Perché non sei ancora andato in Silicon Valley?”, chiede Marenco. “È un po’ difficile”, obietta lui: soldi, scuola, la maturità da finire. “No, tu devi andare. Finisci la maturità e vai” e gli dà una lista di aziende vicino a Reggio Emilia, dove all’epoca Nistiriuc viveva, con un’istruzione precisa: andare a raccontare cosa stesse facendo e vedere se qualcuno fosse disposto a finanziarlo.
Lui lo fa e gli va bene subito. La prima azienda che contatta, a Modena, accetta e inventa un ruolo, “tech scouter”: in cambio del finanziamento del il viaggio, 3mila euro, lui farà networking per loro in California, cercando possibili partner e clienti. Una delle tappe del viaggio è Mind the Bridge, dove vede come funziona l’ecosistema della Silicon Valley rispetto a quello italiano. È in quel viaggio che Nistiriuc vive per un periodo in una vera hacker house californiana: “È stata un’esperienza straordinaria, che mi è rimasta dentro”. Tornato in Italia, il problema diventa pratico: come replicare quel modello in un Paese dove il mercato immobiliare rende complicato anche solo affittare uno spazio condiviso. “Day one real estate italiano complicato. Allora dobbiamo partire da qualcosa di un po’ più semplice”.
La preparazione dell’hacker house al Crepuscolo
Da quella domanda nasce, prima della hacker house, un hacker space più piccolo e informale: una stanza che si attiva una volta alla settimana negli uffici di Jacopo Mele, in centro a Milano, per riunire i giovani che vogliono costruire qualcosa – hardware, software, o semplicemente un’idea da discutere ad alta voce. Le serate si chiamano “crepuscolo”, perché iniziavano al tramonto, quando Mele apriva l’ufficio dalle sette di sera in poi.
Il format si sdoppia presto in due ambienti distinti, gli stessi che oggi Apeira riproduce su scala più grande: “Avevamo due stanze, abbiamo tuttora due stanze”, spiega Sacco. “Una stanza dedicata al focus, dove si sta in pseudo-religioso silenzio a lavorare e una stanza dedicata al caos, dove si chiacchiera, si fa brainstorming.” Nistiriuc la definisce “un incrocio tra un hacker space di San Francisco, quindi un posto dove la gente viene a spaccare cose, a costruire qualcosa di nuovo, e un caffè parigino.”
La crescita di “crepuscolo” è avvenuta senza una sola scelta convenzionale: niente gruppo WhatsApp, niente server Discord. “Io ed Ema non abbiamo mai voluto creareun gruppo digitale”, racconta Nistiriuc. “Abbiamo sempre detto: se volete rivedervi, la stessa ora, prossima settimana ci rivediamo, e potete portare uno o due amici.” Un passaparola selettivo, fondato sulla fiducia reciproca più che sulla dimensione: “Senza mai costruire un gruppo digitale, abbiamo avuto la fortuna di arrivare a più di 500 persone in pochi mesi. Era un po’ un club che nessuno conosceva, ma chi effettivamente doveva conoscerlo l’ha conosciuto.”
Ema rivendica la stessa logica di selezione naturale dietro la crescita degli incontri: “Cercavamo di mantenere uno spazio che fosse puro, come se fosse l’estensione del nostro salotto di casa. L’idea è quella di uno spazio dove tu sai che puoi serenamente chiacchierare con altre persone senza paura di essere giudicato, senza il classico schema del bigliettino da visita, senza gente che viene in maniera totalmente transazionale”
Apeira, un nome dalla filosofia greca
Anche il nome racconta qualcosa del progetto. Deriva dall’apeiron di Anassimandro, il filosofo presocratico per cui l’apeiron – l’indefinito, l’illimitato – era il principio primo da cui tutto ha origine. “È stata una ricerca lunga, capire come dovevamo chiamare questo progetto che per noi è un po’ il nostro tesoro in questo momento”, spiega Ema. “Dopo tanta riflessione abbiamo trovato l’apeiron di Anassimandro, che per lui era il principio, l’infinito, e abbiamo deciso di fare una cosa che probabilmente i classicisti criticheranno: l’abbiamo un po’ impropriamente messo al pluare ed è diventato Apeira, quindi gli infiniti. Per noi Apeira è l’unione di tante persone che sognano di fare qualcosa di grande dall’Italia, l’unione di tutti i nostri infiniti, le infinite possibilità che abbiamo”
Una filosofia riassunto nello slogan “the principle of the boundless”, che campeggia nel sito e che potremmo malamente tradurre “il principio del senza confine”. Loro lo spiegano meglio: “Alla fine, nella vita, se vuoi fare qualcosa, lo puoi fare. Ma ti devi sbattere per farlo”. Appunto.
Come funziona la hacker house di Milano
La sede che apre il primo luglio si trova a Ortica, quartiere a est del Politecnico di Milano, raggiungibile a piedi dall’ateneo. Per questo primo ciclo, Apeira mette a disposizione due appartamenti: uno da sei camere, destinato a ospitare i founder residenti, l’altro riservato agli ospiti che passeranno dalla casa per workshop, lezioni e incontri. All’interno della residenza principale ci sarà un laboratorio di elettronica: “stiamo spostando un po’ tutto quello che avevo io in camera mia, Alex in camera sua”, racconta Sacco. Un oscilloscopio, un generatore di funzioni, componenti Arduino e un robot umanoide ottenuto da uno sponsor. “Ci saranno poi salotti comuni pensati per il lavoro condiviso, lavagne, piante. Insomma, la vibe è quella”.
Il profilo dei candidati è preciso: ragazzi con un’idea già abbastanza definita, ai primissimi passi della propria startup, con qualche segnale iniziale di trazione sul mercato e la volontà di accelerare. Ogni settimana, la casa ospita una lezione tenuta da un venture capitalist o da un founder italiano o internazionale, e organizza un demo day interno in cui ciascun residente racconta cosa ha realizzato durante la settimana e cosa farà nella successiva. “È quella leggera peer pressure sana che ti porta a dire: ho dichiarato a tutti che devo fare questa cosa, quindi la farò”, spiega Sacco.
Il percorso si chiude con un investor day rivolto a investitori italiani e non solo: grazie alla partnership con The Residency, Apeira porterà alla casa anche investitori americani. La prima coorte dura due mesi; dalla seconda, la durata salirà a tre. “Non puoi stare di meno, non puoi stare di più”, precisa Nistiriuc, che aggiunge come i residenti arriveranno sia dall’Italia sia dall’estero.
La selezione, già completata per il primo gruppo, segue un processo in due fasi pensato per essere rapido ma severo. “È richiesto prima di compilare un form dove facciamo domande molto pratiche, quindi cerchiamo di scremare principalmente le persone, perché all’inizio è molto più importante trovare le persone giuste”, spiega Sacco. Segue un colloquio costruito come un vero e proprio stress test: “Il discorso è capire se chi portiamo in casa abbiano un forte senso di agency, quindi effettivamente vivano un po’ per quello che stanno facendo, se sappiano stare in una situazione di stress”. Non c’è un limite d’età formale, ma la linea del progetto è chiara: “Cerchiamo di portare persone più giovani possibile, perché è un’opportunità che più sei giovane, più te la puoi godere.” L’età media della prima coorte è 22-23 anni.
Come starà in piedi Apeira? “Noi non chiediamo equity a nessuno, perché dobbiamo riuscire a creare meno attrito possibile ai founder”, spiega Nistiriuc, che in Apeira si occupa proprio della parte finanziaria. I residenti pagano un affitto calmierato, reso possibile dal coinvolgimento di uno sviluppatore immobiliare come sponsor del progetto, oltre a un piccolo contributo organizzativo. Per chi non può permetterselo, Apeira mette a disposizione borse di studio totali o parziali grazie agli sponsor che hanno iniziato a sostenere l’iniziativa, incluso un grant dedicato a studenti delle scuole superiori. “Il nostro obiettivo è riuscire a costruire coorti dove tutti i residenti non paghino niente, proprio per riuscire ad attirare i migliori founder”.

Un road show come le antiche compagnie di ventura
Prima di aprire le porte di Ortica, Apeira ha attraversato l’Italia. Tra il primo e la metà di giugno 2026, un Ford Tourneo Custom allestito come un vascello – bandiere, vele stilizzate, l’iconografia delle antiche compagnie di ventura mercantili – ha percorso sei città in diciotto giorni: Catania, Napoli, Roma, Bologna, Torino, Milano. Non un caso che il riferimento visivo sia proprio quello dei finanziatori marittimi del Rinascimento: il termine “venture capital” nasce storicamente dal sostegno economico alle spedizioni commerciali che sfidavano l’ignoto e Apeira ha voluto ricreare quella metafora alla lettera.
I numeri del tour raccontano una mobilitazione che è andata oltre le aspettative iniziali: oltre 800 giovani talenti incontrati dal vivo nelle sei tappe e un hackathon itinerante con 50mila euro di montepremi, costruito insieme a partner come Codex by OpenAI, ElevenLabs, Scaleway e l’università La Sapienza di Roma. Ad accompagnare le tappe, un programma di lezioni e fireside chat con ospiti che hanno attraversato generazioni diverse dell’imprenditoria italiana: Sabrina Maniscalco, CEO della startup quantistica Algorithmiq; Jacopo Mele di Moonstone Venture Capital, terzo socio di Apeira; Luca Foresti, fisico della Normale di Pisa e ora founder e CEO di Niulinx; Alberto Sangiovanni-Vincentelli, professore a Berkeley e co-fondatore di due aziende di progettazione elettronica oggi valutate complessivamente circa 200 miliardi di dollari, arrivato apposta dagli Stati Uniti per parlare ai ragazzi italiani; e Valentina Jerusalmi, General Manager di Bending Spoons con la responsabilità, tra le altre cose, di AOL.
Il viaggio ha avuto Bending Spoons come main sponsor, affiancata da Exein, azienda specializzata in cybersicurezza per dispositivi connessi, e dalla Tech Europe Foundation come sponsor, da Ford come mobility partner, e da Rai News, Gazzetta Motori e Urban Vision come media partner. “Per noi era importante andare a fare le cose offline, andare a casa dei ragazzi a Catania, a Napoli, a Roma”, racconta Nistiriuc.
Sacco e Nistiriuc tengono a ricordare che il tour non è stato un’impresa solitaria, ma il lavoro di una squadra, “i nostri compagni di squadra che sono venuti con no: Riccardo Putignano, Edoardo Girardin, Matteo Brambilla e Gabriele Greco hanno fatto parte dell’equipaggio che ha vissuto sul vascello a ruote i 18 giorni di viaggio.
Il tour si è chiuso nella sede milanese di Bending Spoons, con un incontro guidato proprio da Valentina Jerusalmi, intorno al racconto dell’acquisizione di AOL – lo storico portale e provider di posta elettronica americano rilevato da Bending Spoons all’inizio del 2026.
Bending Spoons, la prova che si può fare
Bending Spoons non è stato solo lo sponsor principale del tour: è il punto di riferimento dichiarato dell’intero progetto. “Diciamo che è uno degli esempi del fatto che, in Italia, senza doversene andare da un’altra parte, ce la possiamo fare. Per noi è un po’ il faro e la motivazione”, dice Sacco.
È lo stesso messaggio che Sacco e Nistiriuc hanno provato a portare nelle città toccate dal tour, parlando direttamente con studenti e aspiranti founder che, secondo i dati più recenti, in Italia faticano spesso a crederci fino in fondo: nel 2025 oltre la metà degli italiani ritiene di possedere le competenze per avviare un’impresa, ma una quota altrettanto ampia ammette di avere paura di fallire nel tentativo. È esattamente il divario che Apeira vuole colmare, mettendo in contatto chi ce l’ha già fatta con chi sta provando a farcela ora: “Abbiamo coinvolto chi ce l’ha già fatta e può supportare chi ce la vuole fare: esattamente la modalità di San Francisco, dove chi diventa grande supporta l’ecosistema.”
Tra le storie raccontate durante il tour, c’è anche quella di Cubbit, la scaleup italiana di storage distribuito di cui Sacco è stato stagista prima di lanciarsi in Apeira, e in cui lo stesso Jacopo Mele, terzo socio del progetto, ha investito attraverso Moonstone Venture Capital. Un dettaglio che racconta quanto il network che sta dietro Apeira sia, in fondo, una rete di persone che si conoscono, si sono aiutate a vicenda, e ora provano a restituire quello che hanno ricevuto.
Dal primo luglio, con i primi sei founder nell’appartamento dell’Ortica, quella rete avrà per la prima volta un punto di riferimento fisico, sarà una realtà di mattoni e strumenti digitali. Non più una stanza che si attiva una volta a settimana al crepuscolo, ma un indirizzo, un laboratorio, un tetto sotto cui vivere mentre si prova a costruire qualcosa che, dopo due mesi, dovrà reggersi sulle proprie gambe davanti a una platea di investitori. “Ci vediamo in Apeira”, salutano Ema e Ale.



















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