IL COSTO DI FARE IMPRESA

L’infarto dell’anima: Francesco racconta il burnout, il disturbo bipolare e perché ha fondato “Imprenditori Anonimi”



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La storia di Francesco Inguscio porta dentro il costo invisibile del fare impresa: burnout, disturbo bipolare, stigma maschile, solitudine decisionale e bisogno di aiuto. Imprenditori Anonimi nasce per dare ai founder un luogo in cui riconoscersi senza filtri

Pubblicato il 11 giu 2026



Francesco Inguscio
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Francesco Inguscio lo chiama così, l’infarto dell’anima. È la frase che gli è uscita quando mi ha descritto cosa significhi, alla fine di un percorso da founder, non riuscire più ad alzarsi dal letto e non in senso figurato, “proprio fisicamente”. Tre parole pesanti che hanno cambiato il tono della nostra chiacchierata..

Francesco è classe 1981, quarantacinque anni, Padovano d’adozione. Ha fatto due anni in Silicon Valley con una borsa Fulbright, ha dato una mano a far nascere quello che poi sarebbe diventato Luiss Enlabs (oggi Zest), e l’11 febbraio 2011, data palindroma, anniversario della nascita di Edison, ha fondato Rainmakers. Nel curriculum di Francesco ci sono trentadue startup sviluppate o accompagnate in quindici anni. Alcune sono andate bene, alcune hanno fatto exit, altre sono andate male. Tutte gli hanno insegnato qualcosa.

Il motivo per cui voglio parlarvi di Francesco non è il suo track record. È che dietro a quel track record, a un certo punto, c’è stato un crollo. E da quel crollo Francesco è uscito guardando da vicino un tema che il nostro ecosistema discute ancora a fatica: la salute mentale di chi fa impresa.

“Il 30% degli imprenditori soffre di depressione, contro il 15% delle persone normali. Uno su tre. Sulle dipendenze siamo al triplo, sull’ADHD al triplo, sul disturbo bipolare a dieci volte la popolazione generale.” Francesco mi cita questi numeri a metà conversazione, e dice di averli verificati durante l’intervista stessa. Il pattern che descrivono è coerente con quello che si vede sul campo.

Su quest’ultimo dato, SUL disturbo bipolare, Francesco non parla in astratto. Parla di sé.

Salute mentale degli imprenditori, da Chi Odia Paga al burnout

Nel 2018 Francesco fonda una startup innovativa a vocazione sociale che chiama Chi Odia Paga. Era il periodo in cui troppi ragazzi si toglievano la vita per dinamiche nate online. E in cui, mi ha detto, “si parlava nell’intorno del bisogno di fare qualcosa, ma nessuno proponeva soluzioni concrete o proposte di legge a tutela delle vittime.” E questo ha attivato il suo animo imprenditoriale, anche perché il tema lo aveva toccato personalmente.

Figlio di emigranti pugliesi cresciuto in Veneto, “venivo chiamato Terun”: la prima discriminazione, ancora offline, l’aveva incontrata a scuola. Da lì gli era rimasta una lezione che mi riassume ridendo: “Anche se sei maschio, bianco, etero, cristiano, prima o poi tocca anche a te”, La sua tesi era semplice e un po’ dura: “Se non vale l’istruzione, deve valere lo spauracchio della punizione.” Chi Odia Paga era questo: un servizio che permetteva alle vittime di denunciare gratuitamente diffamazione, revenge porn, cyberbullismo e cyberstalking, identificava l’autore, lo denunciava civilmente (e a volte anche penalmente), e chiedeva risarcimento per la vittima.

Il business model era costruito sull’ipotesi che la giustizia italiana fosse rapida ed efficace, ma si è scontrato con la realtà. “Il tempo per avere giustizia era troppo lungo, gli importi dei risarcimenti troppo bassi.” Il fondo Impact che li aveva finanziati ha deciso di non fare follow-on e li ha lasciati a secco. Francesco non ha voluto pivotare verso un target più “polposo” ovvero VIP, personaggi pubblici, perché, in quel modo, avrebbe perso l’intento originario di proteggere la coda lunghissima di vittime anonime online. E così ha sostenuto Chi Odia Paga con la propria finanza personale, finché ha potuto.

Quando i soldi non sono più bastati, ha cominciato a ridurre il team. Uno alla volta ha accompagnato i ragazzi e le ragazze verso altri datori di lavoro,”facendo outplacement, per dare un destino positivo a chi aveva creduto nel progetto”, e i compiti che restavano se li è caricati addosso. Non c’erano più persone a cui delegarli, e il servizio non si poteva fermare. È a quel punto che ha smesso di dormire. “Dormivo poche ore, e lavoravo tutto il resto del tempo. Le mie energie a un certo punto non si sono più autorigenerate e a un certo punto, sapendo che avrei dovuto chiudere il progetto non avevo più motivi per alzarmi al mattino. Il mio ikigai era venuto meno”.

Burnout degli imprenditori: quattro mesi su un divano a Padova

Quando ha sentito arrivare la botta, perché si sente arrivare, mi ha detto, Francesco non è rimasto a Milano. È salito su un treno ed è tornato a Padova, da sua madre e suo padre. “Sono rimasto praticamente spento, orizzontale su un divano e su un letto, per quattro o cinque mesi.”

Suo fratello, lo ha aiutato a chiudere le pendenze su Chi Odia Paga. Rainmakers, la sua società principale, nel frattempo si era svuotata perché Francesco aveva dedicato a Chi Odia Paga tutta la propria energia: quindi al collasso personale si è sommato un effetto sull’azienda principale e quindi sulle sue finanze.

Quello che lo ha tenuto in piedi, mi ha raccontato, sono state le persone a lui vicine. “Ho cercato nel tempo di dimostrare che le cose le faccio col cuore e non col portafoglio. “All’interno del nostro piccolo mondo dell’innovazione ho riscontrato un grande supporto, grande preoccupazione quando non c’ero, grande sostegno quando sono rientrato.” Mi parla in particolare della chat JJ, la community privata dell’ecosistema startupparo italiano che ha fondato.

La cura è arrivata in due tempi. Prima i farmaci, per uscire dal “KO tecnico”. Poi le lunghe camminate, che ancora oggi sono un suo pezzo di disciplina quotidiana. “La bacchetta magica non esiste, le pillole da sole non bastano. Uno si deve poi ritrovare in mezzo alla strada in cui si è perso, e trovare di nuovo le motivazioni”.

Disturbo bipolare e salute mentale di chi fa impresa

Scavando dentro quello che gli era successo, Francesco ha scoperto una cosa che non sapeva. “Lo stress che avevo accumulato mi aveva slatentizzato, si dice tecnicamente, un disturbo bipolare. All’inizio non sapevo cosa fosse. Poi mi sono dovuto rendere conto, di persona, di cosa volesse dire.” Vuol dire, per stare alle parole sue, non avere più il controllo del proprio umore. Energizzarsi senza motivo, andare up e poi precipitare. “Dal disturbo bipolare non si guarisce. Ma si impara a gestirlo.”

Il burnout, in altre parole, ha funzionato da grimaldello. Ha aperto una porta che, magari, sarebbe restata chiusa a tempo indeterminato.

Per normalizzare quello che oggi è uno stigma, Francesco mi ha dato qualche numero. “Tra le persone normali soffre di disturbo bipolare circa l’1%. Tra gli imprenditori, secondo i dati che ho visto, intorno all’11%. Dieci volte tanto.”

Molti nomi importanti sono (stati) bipolari: Virginia Woolf, Vincent Van Gogh, Caravaggio, Honoré de Balzac, Mark Twain, Winston Churchill, Michelangelo, Beethoven, Nietzsche, Napoleone Bonaparte. E più vicini a noi, attori e artisti che si sono dichiarati: Jim Carrey, Ben Stiller, Robin Williams, Sinéad O’Connor, Tim Burton, Lady Gaga, Sting, Kurt Cobain, Jimi Hendrix. “È qualcosa che attraversa il tempo e le società.”

A me piace il modo in cui Francesco ha fatto pace con questa sua peculiarità: ha riconosciuto un tratto che, gestito con consapevolezza, è diventato parte della sua impronta personale nel mondo.

Lo stigma maschile nella salute mentale degli imprenditori

Una delle parti nelle quali mi sono riconosciuto è stata quando Francesco ha parlato del peso aggiuntivo che porta l’essere maschio. “Questo tema è peggiorato dall’essere uomini. Come uomo ho avuto molta più difficoltà a dire che ho delle fragilità, al fatto che è normale essere fragili, perché lo stigma per un uomo è maggiore, perché ci insegnano a non avere debolezze.”

Mi dice: “Dire oggettivamente ‘guarda, ho dei problemi di salute mentale, esattamente come si possono avere problemi di salute fisica’ è molto più difficile. Mi sono sentito giudicato e per certi versi isolato.” La frase che secondo lui circola ancora silenziosamente nelle aziende, anche quelle più innovative, è quella che ha imparato a riconoscere: “Dal terapeuta ci vanno solo i matti.”

E invece, “frequentando di più gli imprenditori, soprattutto quelli che hanno successo e che tengono botta, ho visto che molti di loro vanno da uno psicoterapeuta. Per restare in bolla, per avere un feedback, come si ha un personal trainer per il corpo.”

Dopo il burnout, una nuova quotidianità da imprenditore

La parte di Francesco che oggi gli permette di stare in piedi è il senso che ha riguadagnato. Mi ha citato una frase di Pablo Picasso: “Il significato della vita è trovare il tuo dono. Lo scopo della tua vita è donarlo.”

Sotto a quella frase, Francesco ha riformulato il suo essere imprenditore. Non solo per fare profitto, ma come strumento per “realizzare le cose, trasformare i sogni in realtà”. Mi ha detto: “L’imprenditore, per come lo penso io, dovrebbe essere un imprenditore non estrattivo. Se togli la ‘im’ di “impatto” davanti a imprenditore, resta solo il prenditore.”

Sul piano della vita di tutti i giorni, il cambiamento è stato concreto. “Mi sono iscritto in palestra, cosa che non facevo da tempo. Faccio quindicimila passi al giorno. A Milano mi sposto a piedi più che in metropolitana. Mi sono comprato una piccola palestra portatile per casa. Sto alleggerendo il mio carico lavorativo e riempiendolo di altre cose meaningful per me come persona, più che per me come imprenditore.” Teatro, concerti, musei, amicizie, libri. “Cose che prima vedevo come perdite di tempo, perché tutto ciò che non era orientato al business non aveva senso. Oggi sono ciò che mi riempie.”

È una frase che, da founder, ho sentito risuonare. È esattamente il riflesso che molti di noi devono lavorare per disinnescare.

Imprenditori Anonimi e il peer support tra founder

Francesco, da buon imprenditore ha trasformato questo suo crollo in un progetto che sta facendo partire in queste settimane (dal letame nascono i fiori diceva De Andre). Si chiama Imprenditori Anonimi, e il riferimento al modello degli Alcolisti Anonimi è voluto. “L’imprenditoria, alla lunga, ti porta alla follia. Come diceva Steve Jobs, stay hungry, stay foolish, ma davvero stay foolish. La parte di essere folle, ogni tanto, va regolata, perché ti porta a fare scelte che oggettivamente non sono per il tuo bene come persona. Io l’ho visto esaurendomi, esaurendo le mie energie fisiche e mentali per stare dietro al mio sogno imprenditoriale.”

Il primo ritrovo e il gruppo WhatsApp

Il primo ritrovo, mi ha raccontato, è stato a inizio giugno. Una decina di persone. “Ciascuno ha condiviso senza filtri i propri problemi: chi attacchi d’ansia, chi di depressione, chi disturbo bipolare. E poi le soluzioni a cui ciascuno era arrivato per gestirsi.” C’è un gruppo WhatsApp, ci si vede di persona, ci si mette la faccia. “L’unico requisito per entrare è avere un cellulare con WhatsApp.” Il primo passo è il riconoscimento: sapere di avere un problema, e voler chiedere e accettare aiuto.

La solitudine dei founder davanti alle decisioni

Perché, come Francesco mi ha detto verso la fine, “l’imprenditore è solo per davvero. Puoi essere insieme a tante altre persone, ma quando arriva la decisione, e arriva quello che provi, lo sai solo tu. Magari ti trovi un terapeuta, hai un compagno o una compagna, ti confronti, ma non possono capire fino in fondo, perché non hanno vissuto le stesse esperienze.” È esattamente per questo che servono spazi tra pari. Persone che hanno avuto trecento dipendenti e che hanno avuto un attacco di panico in bagno tra una riunione e l’altra. Persone che hanno scoperto, come Francesco, che il proprio burnout era anche altro. Persone che hanno semplicemente bisogno di sentire qualcuno dire “capisco perché non hai dormito stanotte”, senza spiegazioni.

Il tassello mancante in questa serie sul costo del fare impresa

Se ti riconosci anche solo in un pezzo di questa storia, un infarto dell’anima, un’energia che non si rigenera più, l’impressione di essere l’unico là sotto a sentirti così, allora scrivi a me o a Francesco.

Nei pezzi precedenti di questa serie che sto scrivendo sul costo invisibile del fare impresa, di come il contesto plasma chi guida, di quanto le relazioni paghino l’asimmetria della pressione che noi founder ci portiamo addosso. La storia di Francesco aggiunge un tassello che mancava: ci si può schiantare davvero, fisicamente, fino al divano dei genitori. E si può anche tornare in piedi, facendo dei passi, chiedendo aiuto e non restando soli.


Francesco Inguscio è founder e CEO di Rainmakers e ha co-fondato 32 startup in 15 anni. Lo trovi su LinkedIn. I dati sulla salute mentale degli imprenditori citati nell’articolo sono ripresi dalla letteratura scientifica internazionale sul tema (in particolare gli studi di Michael Freeman, University of California San Francisco, sui founder e la salute mentale) e andrebbero verificati nelle fonti originali prima di citazioni puntuali. Imprenditori Anonimi è un gruppo informale di peer support: per partecipare, basta contattare Francesco direttamente.

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