Martedì scorso mi sono svegliato con una notifica inattesa: Dealroom mi aveva inserito tra i “30 of the most influential people shaping Europe’s deep tech ecosystem”. Una di quelle notizie che ti sorprendono più di quanto ti gratifichino. Soprattutto quando scorri la lista e trovi nomi come Yann LeCun, Arthur Mensch, Taavet Hinrikus, Peter Steinberger, Torsten Reil. Persone che, ciascuna a modo proprio, stanno contribuendo a ridefinire il mondo in cui viviamo.
Con molti dei 30 – e con tanti altri che non compaiono in questa lista ma meriterebbero di esserci – condivido da oltre un decennio un pezzo di strada: il tentativo, a volte faticoso, di fare dell’Europa un vero motore di innovazione.
Qualcosa si è mosso. Per la prima volta abbiamo un Commissario europeo dedicato alle startup. Ma molto resta da fare, e in fretta. Il dibattito di questi giorni sul cosiddetto 28° regime lo dimostra bene: siamo ancora a metà del guado, con un bicchiere che è difficile dire se sia mezzo pieno o mezzo vuoto.
Poi arriva venerdì.
E, paradossalmente, il regalo lo ricevo io nel giorno del compleanno di Riccardo Luna. Accetta il mio invito di venire a Varese, all’Università dell’Insubria, a incontrare i miei studenti di Management. Logistica complicata, agenda piena, eppure c’è.
Condivide riflessioni, speranze, preoccupazioni – quelle che ha raccontato anche nel suo ultimo libro, Qualcosa è andato storto (del libro e di altro abbiamo parlato con Riccardo e Giovanni Iozzia in questo episodio di Innovation Weekly) Ma il momento più prezioso, come spesso accade, non è sul palco. È in quell’ora in macchina, tra un aggiornamento e l’altro, a parlare – inevitabilmente – di futuro.
Perché Riccardo, sotto sotto, è sempre lo stesso dei tempi del Tour dei Mille e di Cambiamotutto. E forse è per questo che, lunedì sera, con Gianluca Dettori avevamo deciso di rivederci a cena. Nessuna agenda, nessun obiettivo. Solo allineamento, amicizia, e – guarda caso – ancora futuro.
Ma più di tutto, questa settimana mi hanno colpito due messaggi.
Il primo, su Instagram:
“Ci sono momenti in cui si smette di sognare. Poi leggi una bella notizia come quella di oggi che la vede protagonista, e ti ricordi che ci sono vite che meritano solo di essere raccontate.”
Il secondo, un post su LinkedIn di Chiara Antonucci. Racconta di un viaggio nel 2016, partito quasi per caso verso San Francisco e della sua partecipazione ad un evento di Mind the Bridge. Poi cambi di piani con il ritorno in Italia: università, lavoro, consulenza.
“Ma quel fuoco dell’innovazione non si è mai spento. Nel 2022 sono tornata dove probabilmente dovevo stare da sempre: le startup. È nata Abit.
Poi, qualche mese fa, succede una cosa che mi fa sorridere. Vedo un evento alle OGR Torino: OGR Bridging Growth, con Mind the Bridge. Mi fermo un attimo. Mind the Bridge. Gli stessi che, quasi per caso, mi avevano fatto entrare in quel mondo a San Francisco nel 2016.
Dieci anni dopo. Di nuovo a parlare di ecosistema, open innovation e crescita. Di nuovo con Marco e Alberto. A volte la vita fa giri lunghissimi per poi riportarti esattamente davanti allo stesso ponte.
Grazie Mind the Bridge.”
Ci ho pensato a lungo per cercare un fil rouge tra tutte le cose che sono successe questa strana settimana.
Facciamo tante cose. Alcune giuste, altre meno. Ma il problema vero è che non esiste un metro immediato per misurarle. Perché spesso quello che in realtà facciamo è seminare. E i semi non sbocciano subito. A volte germogliano anni dopo, in percorsi che nemmeno immaginiamo, come nel caso di Chiara. Altre volte accendono qualcosa che forse vedremo più avanti, o forse no, come per Stefania.
Quello che però resta – e che questa settimana mi ha ricordato con forza – sono le relazioni.
Se quello che facciamo è guidato da entusiasmo e passione, alla fine lascia tracce. Nelle persone, nei percorsi, nei ritorni inattesi. E in amicizie come quelle con Riccardo o Gianluca, che attraversano il tempo senza bisogno di spiegazioni.
Forse è questo, alla fine, il modo più onesto per misurare quello che facciamo. Non dai risultati immediati. Ma dai ponti che, senza accorgercene, continuiamo a costruire.

















