La Space Economy è stata a lungo raccontata come una frontiera affascinante ma lontana, un mondo per agenzie spaziali, grandi contractor, missioni governative, astronauti, lanciatori e investimenti difficili da capire per chi vive nel perimetro dell’economia reale. Questa narrazione non basta più, sostiene Raffaele Mauro, General Partner di Primo Space, primo fondo di venture capital focalizzato sulle tecnologie spaziali, profondo conoscitore dell’ecosistema italiano delle startup (è stato managing director di Endeavor) e da anni attento osservatore del settore non come un universo separato ma come un punto di convergenza tra deep tech, dati, industria e capitale.
Con Raffaele Mauro vediamo cosa sta cambiando il clima attorno alla space economy: : certo, resta un settore industriale ad alta intensità tecnologica, ma è diventato anche una infrastruttura abilitante per telecomunicazioni, osservazione della Terra, gestione del rischio climatico, reti energetiche, finanza, sicurezza, supply chain, manifattura avanzata.
Secondo il recente Osservatorio Space Economy del Politecnico di Milano (marzo 2026), nel 2025 il mercato italiano dei servizi di Osservazione della Terra ha raggiunto i 340 milioni di euro, in crescita del 17% sul 2024, mentre la filiera nazionale si conferma fortemente ibrida, con il 60% delle imprese che integra attività spaziali con altri settori come aviazione, metalmeccanica e automotive. Lo spazio viene ormai percepito come un terreno di diversificazione: il 55% delle aziende italiane lo considera un’area di potenziale interesse, anche se solo una quota limitata è già attiva. Ne emerge l’immagine di un ecosistema che, pur restando alla prova del post PNRR, sta spostando il proprio baricentro dalla sola infrastruttura alla capacità di generare applicazioni, servizi e valore per altri comparti produttivi
Anche in Italia non mancano, poi, i casi di startup di successo che hanno seguito questa evoluzione della space economy: da D-Orbit, protagonista della logistica orbitale, e Leaf Space, attiva nel ground segment, fino a Eoliann, che usa dati satellitari e machine learning per produrre indicatori di rischio climatico destinati a utilities, infrastrutture e finanza. Segnali diversi, ma tutti riconducibili a una stessa traiettoria: la space economy non è più soltanto “spazio”. È una delle infrastrutture del nuovo ciclo dell’innovazione.
Raffaele, partiamo dalla domanda di fondo: perché oggi la Space Economy è un tema che interessa anche chi non lavora direttamente nello e spazio?
Perché lo spazio va interpretato sempre meno come un settore chiuso e sempre più come una piattaforma tecnologica. Per anni lo abbiamo pensato come un comparto specialistico, quasi separato dal resto dell’economia: programmi pubblici, filiere molto ristrette, tempi lunghi, una forte mediazione istituzionale. Oggi non è più così, o almeno non è solo così. Una parte crescente del valore generato dallo spazio viene prodotta a valle, quando tecnologie, segnali e dati vengono trasformati in servizi utilizzabili da imprese e pubbliche amministrazioni.
Questo cambia radicalmente il modo in cui bisogna guardare alla space economy. Non è più soltanto l’insieme delle aziende che costruiscono satelliti, lanciatori o componenti. È anche il sistema di applicazioni che usa connettività satellitare, osservazione della Terra, geolocalizzazione, modelli previsivi, AI. Se una utility usa dati satellitari per capire come proteggere meglio le proprie reti dagli eventi climatici estremi, se una banca usa indicatori derivati dall’osservazione della Terra per misurare il rischio ambientale di un portafoglio, se una grande impresa manifatturiera integra tecnologie nate nello spazio nei propri processi, siamo già dentro la space economy. Solo che la stiamo guardando dal lato giusto: quello del valore che torna sulla Terra. Questa è la chiave che oggi rende il tema molto più rilevante per tutta l’innovazione.
Fino a pochi anni fa anche il venture capital guardava allo spazio con scarso interesse o persino diffidenza. Cosa è cambiato?
È successo che è cambiata la struttura economica del settore, e di conseguenza è cambiata la percezione del rischio. Fino a dieci anni fa la space economy veniva vista dagli investitori come un territorio quasi proibitivo: troppo capitale necessario, troppe complessità tecnologiche, tempi di ritorno troppo lunghi, dipendenza da programmi pubblici e da clienti istituzionali. Era difficile immaginare che un fondo di venture capital potesse entrare in modo significativo in un settore di questo tipo.
La svolta è arrivata soprattutto dagli Stati Uniti, quando si è capito che il costo di accesso allo spazio poteva ridursi in modo drastico e che attorno all’infrastruttura spaziale potevano nascere modelli di business privati, ripetibili e scalabili. Il calo dei costi di lancio, la miniaturizzazione, l’evoluzione dei satelliti, la disponibilità crescente di dati e la nascita di servizi downstream hanno aperto il settore anche a investitori non tradizionalmente legati all’aerospazio.
Da lì è cambiato tutto: lo spazio ha smesso di essere percepito come una scommessa quasi esotica ed è diventato, progressivamente, un dominio leggibile in termini di infrastruttura tecnologica. I numeri recenti di Seraphim (fondo di venture capital britannico leader del settore) con 12,4 miliardi di dollari investiti nello SpaceTech nel 2025, confermano che quel percorso non solo non si è interrotto, ma ha raggiunto una nuova maturità.
Che cosa sta succedendo in Europa. Tu hai parlato in qualche occasione di un “allineamento astrale”. L’immagine è pertinente ma cosa significa?
Negli ultimi anni si sono mossi insieme fattori che per molto tempo erano rimasti separati o troppo lenti. Il primo fattore è istituzionale. L’Europa ha cominciato a considerare più seriamente lo spazio commerciale come leva di competitività industriale. La “Vision for the European Space Economy” presentata dalla Commissione nel giugno 2025 è importante proprio per questo: non tratta lo spazio soltanto come politica industriale o programma pubblico, ma come ecosistema economico da rafforzare lungo tutta la catena del valore.
Il secondo fattore è finanziario. L’EIB ha lanciato Space TechEU all’interno del programma TechEU, con l’obiettivo di sostenere scaleup e innovazione ad alto rischio in un momento in cui l’Europa ha finalmente capito che non basta avere buona ricerca se poi non si riesce a trasformarla in imprese forti e capitalizzate. A questo si aggiunge il ruolo dell’European Investment Fund e di una serie di strumenti che stanno rendendo il mercato un po’ più strutturato, dal seed al growth.
Il terzo fattore è ecosistemico. ESA negli anni ha costruito una rete di incubazione e commercializzazione sempre più ampia: oggi parliamo di oltre 2mila startup incubate in 37 ESA BIC distribuiti in 23 Paesi. Questo significa più imprenditorialità, più deal flow, più occasioni di trasferimento tecnologico, più contatti tra ricerca, industria e capitale. È esattamente quel tipo di densità che serve per far crescere un mercato.
Lo spazio è, per sua natura, interdisciplinare. Che cosa significa concretamente?
Significa che il suo valore economico cresce proprio quando smette di essere letto in modo verticale. Dentro la space economy convergono hardware, software, telecomunicazioni, materiali, sensoristica, AI, cloud, dati ambientali, geolocalizzazione, sicurezza. Non è un settore che vive bene da solo: vive bene quando si ibrida con altri settori.
L’esempio più chiaro è l’osservazione della Terra. Presa da sola, potrebbe sembrare una capacità tecnica molto specialistica. Ma nel momento in cui quei dati vengono combinati con machine learning, modelli climatici, dati territoriali, sistemi informativi e software industriali, allora diventano strumenti operativi per banche, assicurazioni, utility, infrastrutture, agricoltura, pubblica amministrazione. A quel punto non stiamo più parlando soltanto di spazio: stiamo parlando di come un’infrastruttura spaziale genera valore in altri mercati.
Ed è proprio qui che la space economy smette di essere “solo” industria aerospaziale e diventa una piattaforma di innovazione. Questo vale anche per la connettività satellitare, che sempre più si intreccia con l’evoluzione dell’infrastruttura Internet, della geolocalizzazione e dei servizi digitali. Chi guarda lo spazio solo come filiera industriale rischia di vedere una parte del fenomeno, ma di perdere quella più importante.
C’è un caso che aiuta a spiegare bene questa natura interdisciplinare e questo effetto moltiplicatore della space economy?
Sì, ed è il caso di Eoliann, che secondo me spiega molto bene dove si genera oggi valore. Eoliann è una startup climate tech fondata a Torino nel 2022 che utilizza dati satellitari, dati geospaziali e modelli di machine learning per produrre indicatori di rischio climatico. Il suo mercato non è l’industria spaziale: sono le utilities, le infrastrutture, le banche, le assicurazioni, cioè tutti quei soggetti che hanno bisogno di capire meglio l’esposizione ad alluvioni, frane, incendi, ondate di calore, eventi estremi.
Il punto non è semplicemente che usa dati satellitari. Il punto è che li trasforma in una decisione migliore per chi gestisce un asset, una rete, un portafoglio, una infrastruttura critica. Ed è questa la lezione più utile per chi guarda all’innovazione: la space economy non genera valore solo nel “fare spazio”, ma anche nel rendere più intelligenti interi pezzi dell’economia terrestre. EconomyUp lo ha mostrato bene raccontando la relazione tra Terna ed Eoliann, dove i dati satellitari entrano in un problema molto concreto: come rendere più resilienti le reti elettriche di fronte agli eventi climatici. Qui lo spazio non è una nicchia. È una leva per la resilienza industriale.
Quali sono gli impatti della space economy sulla manifattura? Qual è la partita che si apre per una parte importante dell’economia italiana?
Il manifatturiero spesso tende a leggere lo spazio come un mercato piccolo e molto specialistico. In realtà dovrebbe guardarlo anche come una palestra avanzata di innovazione. Nel settore spaziale si sviluppano materiali, elettronica affidabile, sistemi di controllo, software mission-critical, componentistica avanzata, capacità di miniaturizzazione, tecnologie di simulazione, sensoristica. Molte di queste competenze e tecnologie poi si diffondono in altre filiere.
Per un Paese come l’Italia questo è particolarmente interessante perché abbiamo una base manifatturiera diffusa, competenze industriali forti, capacità di lavorare bene nella precisione, nella componentistica, nei sistemi complessi. La space economy può diventare un moltiplicatore proprio perché non richiede a tutte le imprese di diventare “aziende spaziali”, ma offre la possibilità di entrare in un circuito di innovazione ad alta intensità tecnologica che poi ricade anche su altri mercati. È un terreno su cui il deep tech italiano può trovare una delle sue traiettorie più promettenti.
In Italia quali segnali indicano che qualcosa si sta muovendo davvero?
I segnali ci sono e sono sempre più leggibili. Te ne indico solo tre. Il primo è D-Orbit, che rappresenta uno dei casi più solidi di crescita di una impresa italiana nella logistica orbitale e nei servizi in-orbit. Prima i 100 milioni raccolti nel 2023, poi l’operazione da 110 milioni del 2026: sono passaggi che mostrano come il mercato cominci a riconoscere nel settore non solo una promessa, ma anche una capacità industriale concreta.
Il secondo è Leaf Space, che lavora sul ground segment e che è interessante proprio perché fa capire che la space economy non coincide solo con ciò che vola. Le infrastrutture a terra, la gestione dei collegamenti, la trasmissione e l’utilizzo dei dati sono parte decisiva della catena del valore. EconomyUp ha raccontato il suo aumento di capitale da 20 milioni e il prestito da 15 milioni della BEI: anche questo è un segnale importante di maturazione.
Il terzo è il crescente interesse di grandi imprese e corporate per tecnologie e startup space-enabled. Quando soggetti come Terna Forward investono in realtà che stanno all’incrocio tra monitoraggio, AI, droni e spazio, significa che lo spazio sta entrando davvero nelle strategie di innovazione industriale. Non come esercizio di immagine, ma come leva per risolvere problemi operativi, di efficienza e di resilienza.
Quanto pesa in questo nuovo scenario della space economy la dimensione geopolitica?
Pesa moltissimo. Lo spazio è contemporaneamente mercato, infrastruttura critica e terreno di competizione strategica. La Commissione europea, nella sua Vision 2025, parla apertamente di autonomia, competitività, rafforzamento delle supply chain e coordinamento europeo. Questo ci dice che la space economy non può più essere letta separatamente dai temi della sovranità tecnologica e della sicurezza economica.
Ma la dimensione geopolitica non deve essere letta solo in termini difensivi. Può essere anche un acceleratore positivo, se spinge l’Europa a superare la frammentazione e a investire meglio su startup, scale-up e filiere industriali. Nessun Paese europeo, da solo, ha la massa critica per competere in tutti i segmenti con Stati Uniti e Cina. L’Europa, però, ce l’ha, se riesce a muoversi come ecosistema. E qui torna il tema dell’“allineamento astrale”: capitale, politiche industriali, programmi istituzionali e capacità imprenditoriale devono finalmente stare nello stesso quadro.
Qual è allora la sfida decisiva per l’Europa e per l’Italia nei prossimi anni?
La sfida è trasformare buone tecnologie e buone startup in una catena di crescita continua. L’Europa non manca di ricerca, né di competenze, né di casi interessanti. Il problema storico è sempre stato un altro: accompagnare le imprese dal laboratorio al mercato, dal seed allo scale-up, dalla sperimentazione alla leadership industriale. È lì che si gioca la partita vera.
Per l’Italia, in particolare, ci sono due livelli. Il primo è rafforzare i campioni che già esistono e creare le condizioni perché non restino eccezioni isolate. Il secondo è forse ancora più importante: aiutare il resto del sistema produttivo a capire che lo spazio non è una conversazione per addetti ai lavori. Se un gruppo energetico usa dati satellitari per migliorare la gestione delle reti, se una banca li usa per comprendere meglio il rischio climatico, se un’impresa manifatturiera integra componenti o competenze sviluppate in quel mondo, siamo già nel pieno di una trasformazione industriale. Solo che spesso non la chiamiamo ancora con il suo nome. (
In chiusura, qual è la consapevolezza che imprese e investitori devono fare propria?
Tutte le aziende e gli investitori devono rendersi conto che la Space Economy non è un settore di nicchia da osservare con curiosità, ma una nuova infrastruttura dell’innovazione da capire in fretta. Il punto non è quanti attori lavorano direttamente nello spazio. Il punto è quanti settori saranno trasformati da dati, segnali, connettività e tecnologie abilitate dallo spazio. E la risposta è: molti più di quanti immaginiamo. Energia, finanza, telecomunicazioni, agritech, climate tech, logistica, manifattura, infrastrutture. È per questo che la space economy può diventare un motore per tutta l’innovazione. Non perché tutto diventerà “spazio”, ma perché una quota crescente dell’innovazione passerà, in un modo o nell’altro, dallo spazio.


















