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The Net Value, due exit in programma entro il 2016

07 Set 2015

Mario Mariani, fondatore dell’incubatore di Cagliari, anticipa a EconomyUp le trattative in corso su due società. “In Italia la cultura dell’open innovation non è sviluppata: in America le aziende che comprano startup sono invece all’ordine del giorno”

Mario Mariani
Due exit entro il prossimo anno, le prime per l’incubatore The Net Value. Mario Mariani, fondatore di quello che lui chiama Digital Media Nursery, anticipa la notizia ma non fa nomi: un po’ per privacy, un po’ perché in questi casi, si sa, la scaramanzia non è mai troppa. Ma a 48 anni (più di 15 passati seguendo lo sviluppo di startup legate a Internet e ai New Media, dopo aver partecipato alla creazione di Video On Line, poi acquisita da Telecom e divenuta Tin.it, e aver partecipato alla nascita di Tiscali, di cui è stato amministratore delegato per 11 anni) non nasconde emozione e soddisfazione: “Non sono ancora certe, ma dopo sei anni dalla creazione di questo asilo nido per le startup digitali nel cuore di Cagliari, due exit potrebbero essere un bel risultato” ci dice il veterano della web economy che, a un certo punto della sua carriera decide di ritirarsi in Sardegna per creare un incubatore di startup digitali. “Macché ritiro, io sono cagliaritano. È ovvio che abbia deciso di creare qualcosa nella mia città e per la mia terra” puntualizza subito. Ma, lo spirito patriottico, qui c’entra poco. E lui lo sa. “La Sardegna è un terreno fertile per le startup e con una buona cultura digitale: qui sono nati CRS 4, centro di ricerca che si occupava di Internet agli albori della Rete, e ancora la prima web radio e il primo giornale online. E non è un caso che proprio qui, oltre a Tiscali, ci siano centri di Amazon e di Sky con 1200 dipendenti” spiega.

C’è anche da dire che i fondi pubblici in Sardegna sono molti.
È una regione che da 25 anni continua a investire in innovazione: sono almeno centinaia di migliaia di euro gli investimenti donati dalla Regione a imprese e aspiranti imprenditori. Da qualche anno, inoltre, le startup innovative, con una procedura molto semplice, possono aspirare ai 50mila euro a fondo perduto messi in palio dalla Regione Sardegna. Un buon punto di partenza per chi riesce a fare centro.

E poi ci sono gli incubatori. Come è nato e come funziona The Net Value?
Dopo gli 11 anni trascorsi in Tiscali, a 40 anni suonati, ho deciso di abbandonare gli abiti da manager per indossare quelli da imprenditore. Durante i miei viaggi in Europa e in America per Tiscali, vedevo la realizzazione dei primi incubatori che aiutavano i progetti imprenditoriali validi a diventare realtà. Me ne sono innamorato.

Gli spazi di The Net Value
E ho deciso di replicare il modello in Italia. Sei anni fa è nato The Net Value: 500 metri quadri nel centro storico della città, divisi in zone. Nella parte di coworking stanno le startup acerbe, quelle che sono appena state costituite o che sono ancora in fase di costituzione; negli uffici al piano superiore, invece, si trovano le startup mature, quelle che hanno già avviato un business plan e hanno un progetto da avviare sul mercato. Su alcune di queste interveniamo con investimenti di alcune decine di migliaia di euro e proponiamo l’ingresso in società con quote di minoranza. L’incubatore, inoltre, offre servizi di business development, coaching, formazione e consulenza. Le startup rimangono all’interno dell’incubatore dai sei mesi ai tre anni: un arco temporale sufficiente per capire se un progetto muore o se ha le carte in regole per crescere. Tra le startup di The Net Vaue che hanno spiccato il volo ci sono Paperlit, società che aiuta gli editori ad andare sui dispositivi come smartphone e tablet, e Apps Builder, società che aiuta a creare e condividere app. Quando le startup crescono e diventano imprese, rimangono nell’incubatore finché il team è composto da 3, 5, 6 persone. Quando superano questo numero non c’è spazio per tutti e quindi è giusto trovare loro un’altra sede.

In Italia gli incubatori sono tantissimi ma poche le exit. Come si gestisce un incubatore?
Facendoci un mazzo pazzesco! Sia chiaro: non si diventa di certo ricchi facendo un incubatore. Ma c’è una grande soddisfazione nel vedere i ragazzi spiccare il volo. Anche quando un progetto fallisce, l’esperienza maturata all’interno di una startup e di un incubatore vale più di un MBA. Per questo non ci lamentiamo. In The Net Value conduciamo una vita che definirei “francescana”: i ragazzi incubati pagano un canone mensile di 200 euro per ammortizzare i costi di funzionamento e gestione. E poi puntiamo sugli investimenti alle startup, sperando che vadano a buon fine.

Quante startup sono incubate attualmente in The Net Value?
Oggi sono 14, tutte attive nell’ambito digital e new media, per un totale di 60 persone. In sei anni abbiamo incubato 70 imprese ed effettuato 10 investimenti, in media uno o due all’anno.

Quando decidete di investire? Come si riconosce una startup destinata al successo?
Le cose fondamentali sono due: il team e il business plan. Per fare l’imprenditore bisogna avere un certo carattere: avere la propensione al rischio, valutando anche la possibilità di

Gli spazi di The Net Value
dover buttare anni della propria vita senza concludere nulla. In secondo luogo, conta la resistenza e la capacità di rimanere lucidi nelle avversità: chi fa startup può passare in un attimo dalle stelle alle stalle, va avanti solo chi riesce ad alzarsi dopo le bastonate. Per quanto riguarda il business plan, invece, è importante puntare a un mercato internazionale; chi si limita al mercato regionale e nazionale è destinato al fallimento.

Quali sono gli errori tipici dello startupper?
Sottostimare le esigenze finanziarie e sovrastimare il successo di mercato: spesso il mercato ti porta al fallimento e i soldi finiscono presto. Ma, questo, gli startupper lo scoprono tardi e sulla propria pelle.

Oltre che fondatore di The Net Value, lei è partner di United Ventures. Come vede la situazione del venture capital in Italia?
Nel nostro Paese i fondi di venture capital sono pochi. Non solo: molti sono disposti a investire solo poche migliaia di euro nel capitale di rischio delle startup; pochi effettuano investimenti dai 400mila euro in su; solo United Ventures e pochi altri sono disposti a investire dall’uno ai cinque milioni di euro. Peccato che solo investimenti di questa portata possono rendere una startup competitiva a livello globale. Altrimenti siamo destinati a rimanere chiusi nella nostra nicchia. Bisogna far crescere e rinforzare il sistema con un maggior numero di fondi.

Che cosa blocca questa crescita?
In Italia la cultura dell’open innovation non è sviluppata: in America le aziende che comprano startup per sviluppare il processo innovativo sono all’ordine del giorno, in Italia no. Le nostre aziende preferiscono rimanere ancorate a un sistema tradizionale che non favorisce né la crescita né la competitività.

Che cosa pensa di Invitalia Venture?
Più fondi ci sono meglio è. Ma prima di esprimere un giudizio su Invitalia aspetto di vederlo funzionare.

Per approfondire il tema dell’open innovation, conoscerla e soprattutto capire come guidarla e trarne vantaggio, si può far riferimento all’iniziativa del Gruppo Digital360: una piattaforma che a 360° tocca tutti i temi dell’innovazione aperta

di Concetta Desando

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