Mifid 2: che cosa è e perché può creare nuovo valore

MERCATI FINANZIARI

Mifid 2: che cosa è e perché può creare nuovo valore



Le nuove linee guide introdotte nell’estate 2020 puntano a semplificare diversi aspetti relativi alla compliance della direttiva europea dedicata agli strumenti finanziari. Ecco come le banche, sviluppando un’adeguata cultura del dato, possono cavalcarle per generare nuovo valore

di Domenico Aliperto

23 Dic 2020


La Mifid (Markets in Financial Instruments Directive) non è “solo” la direttiva che disciplina la trasparenza degli strumenti e dei mercati finanziari. Soprattutto alla luce del suo ultimo, recente aggiornamento può essere anche, se attentamente studiata e correttamente utilizzata a vantaggio dell’organizzazione, un’opportunità per le banche e le altre imprese che operano nel settore di differenziare la propria offerta rispetto alla concorrenza.

Certo, occorrono metodi e strumenti analitici in grado di affrontare l’enorme mole di informazioni da raccogliere ed elaborare, e un nuovo approccio alla cultura del dato. Ma lungi dall’essere semplicemente un vincolo normativo a esclusivo appannaggio dei risparmiatori, il framework varato nel 2004 e ampliato nel 2014 con la Mifid II – proprio come nel caso di dispositivi di natura simile, a partire dal GDPR – costituisce l’occasione per generare nuovo valore facendo ordine nel patrimonio informativo dell’azienda e dell’ecosistema in cui è inserita.

Gli obblighi e le semplificazioni della Mifid 2

La scorsa estate, e precisamente il 5 giugno 2020, l’European Security & Market Authority (Esma) ha pubblicato le nuove Linee Guida relative ad alcuni aspetti dei requisiti citati nella Funzione Compliance della Mifid 2. Pur lasciando invariati gli obiettivi e i principi cardine della direttiva originale, gli obblighi sono stati ulteriormente rafforzati, estesi e dettagliati soprattutto per quanto riguarda i margini d’azione degli intermediari finanziari, cercando però di introdurre elementi di semplificazione per quanto riguarda la produzione e la condivisione dei dati.

La Mifid 1 aveva il lodevole scopo di aumentare la trasparenza nei confronti di chi acquista prodotti finanziari attraverso un’accurata classificazione degli strumenti e delle loro performance a carico degli intermediari, ma l’eccessiva quantità di dati, che nel caso specifico si è tradotta nella sovrapproduzione di report trimestrali estremamente dettagliati, ha causato un’impasse del sistema. Rallentamenti in alcuni casi così vistosi da rendere in pratica inapplicabile la stessa direttiva. Prima di inoltrarci nelle novità del 2020, conviene però ricordare brevemente, più nello specifico, le finalità della direttiva nel suo complesso.

Cosa comportano le nuove linee guida della Mifid

In un contesto socio-economico sempre più complesso e sfaccettato, all’interno del quale l’e-finance e il fintech hanno accelerato enormemente i flussi degli scambi a scapito, spesso, della possibilità di approfondirne l’impatto sui detentori dei portfolio, la Mifid punta in linea generale alla tutela degli investitori, con livelli di profondità degli strumenti differenziati a seconda del grado di esperienza finanziaria. Lo scopo è quello di garantire l’integrità dei mercati, rafforzando i meccanismi concorrenziali e abolendo l’obbligo di concentrazione degli scambi sui mercati regolamentati. Al tempo stesso, la direttiva cerca di migliorare l’efficienza dei mercati per ridurre il costo dei servizi offerti attraverso sistemi evoluti di governance degli istituti bancari, delle società di gestione del risparmio e delle imprese di intermediazione mobiliare e facendo leva su una gestione più efficace dei conflitti di interesse.

Fatta questa premessa, diventa più semplice affrontare il tema delle nuove linee guida. Cominciamo col definire i soggetti a cui vengono applicate. Si parla di imprese di investimento ed enti creditizi che vendono o promuovono presso i clienti prodotti relativi a depositi di organismi di investimento collettivo in valori mobiliari, nel momento in cui prestano il servizio di gestione su base discrezionale e individuale, di portafogli di investimenti, e naturalmente, nei casi analoghi, di gestori di fondi di investimento alternativi.

Recependo le comunicazioni e le osservazioni ex post arrivate da questi e altri operatori di mercato, l’Esma ha quindi provato a comprendere i punti deboli delle precedenti versioni della Mifid, affinando alcune componenti in modo che la direttiva risultasse più efficace, sul piano pratico, nel proteggere i consumatori: i report possono infatti essere dettagliatissimi, ma se per eccesso di complessità non consentono di capire in modo tempestivo quanto costa acquistare e mantenere uno strumento finanziario risultano del tutto inutili, oltre che onerosi da redigere.

In che modo le banche possono cavalcare la Mifid 2

Le nuove linee guida istituiscono quindi un migliore inquadramento dei requisiti per la conduzione da parte della funzione Compliance del Risk Assessment, prevedendo una ridefinizione della frequenza e degli elementi da considerare per l’identificazione dei rischi di conformità e i requisiti in caso di esternalizzazione di tutti o parte dei compiti della funzione Compliance, aggiungendo ulteriori presidi per garantire la continuità della funzione stessa.

Si è quindi affermata la necessità di garantire l’autonomia e l’indipendenza delle figure del responsabile Compliance e, nel momento in cui non siano coincidenti, del responsabile unico sulla Salvaguardia dei beni dei clienti. L’aggiornamento prevede inoltre la redazione di un’apposita sezione all’interno del Report periodico di Compliance – un capitolo da dedicare alle disposizioni di Product Governance adottate sugli strumenti finanziari prodotti o distribuiti dall’intermediario – e impone la presenza di conoscenze, competenze e prerogative specifiche all’interno del team dedicato alla Compliance.

Questa ulteriore evoluzione della Mifid rappresenta una spinta propulsiva per le banche che vogliono sfruttare il potenziale sprigionato dal patrimonio informativo. Imparando a gestire correttamente i dati, gli istituti hanno oggi più che mai la possibilità di classificare in modo accurato i prodotti che mettono a disposizione dei clienti e ritagliare così proposizioni differenzianti, elaborando servizi a valore aggiunto per l’esatta rendicontazione delle performance di ciascuno strumento. Condicio sine qua non per mettere in piedi un’offerta del genere è poter fare affidamento su soluzioni in grado non solo recepire di recepire tutti gli input che arrivano da Esma e dagli info provider, ma anche di adeguarsi facilmente ai cambiamenti di tracciato dei vari flussi informativi ricevuti. In prospettiva, saranno il Machine learning e il Natural Language Processing le tecnologie protagoniste di questa trasformazione.

Disporre di software per l’acquisizione di informazioni destrutturate che sfruttano il riconoscimento del testo sarà essenziale per semplificare le attività di classificazione, presentazione e reportistica relative a ciascun prodotto finanziario. Mentre l’abilità di attingere a fonti informative alternative a quelle degli information provider – a partire per esempio dai documenti ufficiali – e di correlare i dati a disposizione con i nuovi input consentirà di effettuare, in caso di necessità, ulteriori controlli. Gli istituti di credito disporranno così di tassonomie sempre più accurate e in costante aggiornamento, che potranno mettere al servizio dei propri clienti. Come? Per esempio, intercettando trend di mercato che incontrano le nuove aspettative dei consumatori, a partire dal tema della finanza sostenibile. Cavalcare le nuove linee guida della Mifid per affinare il patrimonio informativo in tal senso è indispensabile per classificare, tra gli altri, gli investimenti a ridotta emissione di anidride carbonica. Mettendo in condivisione con i dati anagrafici dei clienti con il massimo livello possibile di dettaglio sugli strumenti finanziari, le banche possono così immettere sul mercato offerte peculiari, caratterizzate per esempio dalla garanzia di un bollino verde. Naturalmente, sono diverse le declinazioni che si potrebbero immaginare. Ma a prescindere dagli ambiti in cui ci si intenda specializzare, occorre prima di ogni altra cosa sviluppare una vera e propria cultura del dato.

Domenico Aliperto

Domenico Aliperto vive a Milano, dove si è laureato in Relazioni Pubbliche all’università IULM e dove segue da giornalista i temi dell’economia digitale e dell’innovazione tecnologica. Viaggia, scrive e all'occorrenza…