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Storie romane/1

Startup, quando la burocrazia affossa il bando

14 Gen 2014

Il Ministero dell’Università e della Ricerca decreta: vuoi accedere ai fondi? Aumenta il capitale. In qualche caso le società selezionate dovrebbero versare tanto quanto ricevuto di finanziamento. Una logica che poco ha a che fare con il sostegno all’innovazione nel Sud. E adesso si cerca una soluzione al pasticcio

Se non fosse una cosa seria, ci sarebbe da ridere. Perché ritrovarsi ancora, all’alba del 2014, davanti all’idiozia burocratica quando si parla di innovazione e di startup fa effetto. E conferma, che al di là di tutte le buone intenzioni di un manipolo di giovani dirigenti pubblici che da mesi si stanno impegnando per “rendere l’Italia un Paese più ospitale per le startup” (per ricordare uno slogan caro all’ex ministro Corrado Passera)  resiste ancora una nomenclatura ministeriale che ragiona come se il mondo fosse cambiato. Anzi, in questo caso, come la più conservatrice delle banche.

In sintesi: il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (sic!) ha chiesto con decreto alle startup selezionate per accedere ai vantaggi economici di un bando di ricapitalizzare, chiamandole a versare cifre in qualche caso equivalenti al finanziamento concesso. 

Ma andiamo con ordine. C’è un bando Start Up finanziato dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR), che ha lo scopo di “accrescere la capacità di produrre e utilizzare ricerca e innovazione di eccellenza in modo da assicurare uno sviluppo duraturo e sostenibile dei territori al fine di renderli maggiormente competitivi e attrattivi”. Pubblicato in marzo, era destinato alle micro, piccole e medie imprese di Calabria, Campania, Puglia e Sicilia (Regioni Convergenza) attive da meno di sei anni. In palio ci sono 30 milioni, divisi in 4 linee di intervento:  Big Data (8 milioni di euro); Cultura ad impatto aumentato (14 milioni di euro); Social Innovation (7 milioni di euro);  Contamination Lab (1 milione di euro per le università delle Regioni Convergenza). 

A maggio il bando si chiude, a luglio chi ha superato il primo step di valutazione riceve una richiesta di documenti (bilanci ecc) per un’istruttoria economico-finanziaria del progetto. Ma che senso ha cercare una correlazione fra fatturato e capitale netto in una startup? O chiedere i bilanci degli ultimi due anni? Il bello arriva dopo l’istruttoria affidata ad alcune banche convenzionate (e si vede). A novembre viene pubblicata la graduatoria di chi ha superato l’esame, ma non emerge ancora nulla. Subito dopo l’Epifania la gradita sopresa: chi ha “vinto” riceve un bel decreto di concessione delle agevolazioni previste dal bando a fronte delle garanzie di “solidità e affidabilità”. In altre parole bisogna versare completamente o aumentare il capitale sociale. Ci sono casi in cui per ottenre poco più di 100mila euro, bisogna tirarne fuori 60. 

Se questo è un modo per sostenere le startup e l’innovazione, c’è da piangere (o da ridere). Anche al Miur qualcuno deve essersi reso conto della, diciamo, contraddizione. E adesso si sta cercando una soluzione per far dimenticare la cattiva figura. E su twitter, dall’account PONREC (Programma Operativo Nazionale Ricerca e Competitività 2007-2013, una sigla che è tutto un programma…) si annuncia: “Attenzione!! Le vincitrici del bando a breve avranno a breve comunicazioni importanti relative alle condizioni bancarie”. Siamo curiosi di vedere se la toppa non sarà peggiore del buco. 

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