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Startup, non falliscono perché mancano i soldi e la domanda di innovazione

22 Dic 2015

Sono troppe? Non è vero. Sono troppo piccole? È indubbio. Il presidente di Italia Startup riflette su quantità e qualità delle nuove imprese italiane dopo la Relazione del Mise. E conclude che se il tasso di fallimento è basso è perché i tempi di verifica dei progetti sono troppo lunghi

Marco Bicocchi Pichi, presidente di Italia Startup
Mercoledì 16 dicembre a Roma, al Ministero dello Sviluppo Economico sono stato all’evento di presentazione della “Relazione Annuale del Ministro al Parlamento sullo stato d’attuazione e l’impatto della normativa a sostegno delle startup e delle PMI innovative”. I dati della relazione sono stati illustrati di fronte ad una numerosa rappresentanza di attori dell’ecosistema Italiano. Ho voluto intervenire come Presidente di Italia Startup sottolineando alcune criticità. Ho concentrato la mia attenzione su quantità, qualità e tasso di fallimento delle startup innovative iscritte al Registro Imprese, la fonte primaria statistica delle analisi.

► Il primo punto di discussione riguarda la quantità, ovvero le circa 5.000 iscritte al Registro sono tante? Alcuni osservatori in Italia sembrano suggerirlo, ma mi chiedo con quale criterio visto che le fonti internazionali – va ammesso in alcuni casi con metodologie dubbie e definizioni da approfondire e confronti poco omogenei –  comunque non inseriscono nessuna città Italiana tra le prime in Europa, indicano per la sola città di Londra la nascita di 15.000 tech startup /anno mentre Jean-François Gallouin, Direttore Generale di Paris Région Lab, parla di oltre 3.000 Startup solo a Parigi e di 4.000 posti di lavoro creati, 50 milioni di Euro d’investimento in capitale di rischio raccolti e di 450 milioni di Euro di Fatturato sempre a Parigi nel 2014. Questi numeri suggeriscono che il numero di startup che nasce in Italia ogni anno è ancora modesto e insufficiente. Una ricerca utile non può esimersi dal confronto internazionale e se va ammesso che la confusione che si fa tra nuove imprese e startup non aiuta, va cercato un metodo per confrontare gli ecosistemi e le misure a sostegno del loro sviluppo.

►Il secondo punto di attenzione riguarda la qualità delle startup iscritte al Registro. La discussione qui non riguarda la qualità dei business model o l’effettivo contenuto innovativo delle imprese ma si vuole concentrare sulla dimensione e fatturato delle stesse. Delle oltre 5.000 imprese startup innovative iscritte solo 67 hanno lo status di SpA mentre sono il 63% quelle con capitale sociale inferiore ad  €10.000. La classe di fatturato <€100 Mila contiene il 68% delle imprese startup e solo il 6% di esse ha fatturato >€500 Mila (Bilanci riferiti all’anno 2014). La crescita è insufficiente e ritengo che le cause vadano ricercate primariamente nella scarsa disponibilità di capitali di rischio che unita alla scarsa propensione all’adozione di innovazione da parte di privati ed imprese in Italia congiura a rendere poco praticabile sia la strada della crescita sul mercato interno che attraverso l’internazionalizzazione. Se le startup restano microimprese esse non sono startup ma, e solo in alcuni casi, idee di startup. Sul punto occorre anche che si agisca al fine di avere un’adesione puntuale alle previsioni della Legge in merito ai requisiti di pubblicità delle informazioni previste per le startup (incompletezza della informazioni fornite alla Camera di Commercio / assenza del sito aziendale e delle informazioni qualificanti) ed incoraggiamo anche a promuovere una verifica ex-post dei requisiti dichiarati dagli amministratori al fine di non creare i presupposti di futuri contenziosi fiscali e civili. Un meccanismo di “ravvedimento” che permetta di sanare le anomalie (anche con la cancellazione volontaria dal registro) sarebbe auspicabile fosse introdotto rapidamente. La trasparenza ed affidabilità del dato è un valore primario per il mercato assai più di mantenere un numero più elevato ed in tal senso ben venga l’iniziativa Italy Frontiers. La scarsa dimensione ed il poco dinamismo di crescita è l’indicatore essenziale della necessità di agire sulla leva fiscale per mobilizzare investimenti privati sul modello inglese del SEIS ed EIS che è stato fondamentale per stimolare la crescita dell’ecosistema britannico.

► Il terzo punto riguarda il tasso di fallimento. Il numero comunicato di sole 59 startup cessate in tre anni od in altre parole “fallite” ha suscitato molta attenzione e discussione. A mio parere la questione non è come è stato detto “culturale” e c’entra poco il tentativo di rimanere in vita per evitare lo “stigma del fallimento”. La questione centrale riguarda il “fail fast” ovvero la velocità nel verificare se un business model è vincente e scalabile oppure no. Quando si parla di “fallimenti” nel mondo delle startup occorre pensare ad “esperimenti con esito negativo” non a “fallimento o bancarotta”. La definizione di Startup come “organizzazione temporanea strutturata per cercare un modello di business ripetibile e scalabile” è di Steve Blank. Per quanto tempo devano essere “temporanee” dipende tanto dalla velocità con la quale le startup riescono a condurre gli esperimenti alla ricerca di un modello di business ripetibile e scalabile. Se la velocità è minima, la “temporaneità” si prolunga. Il basso tasso di “fallimento” è un segno della lentezza del sistema che è causata dalla mancanza di risorse per investimenti e dalla scarsa propensione ad adottare l’innovazione del mercato Italiano. Si aggiungano pagamenti di fatture a 120 GG fine mese data fattura e si capirà bene come ai nostri “ricercatori di business model ripetibili e scalabili” alias startupper sia difficile arrivare velocemente alla conclusione.      

La fotografia dell’ecosistema Italiano delle startup restituisce l’immagine di una grande volontà di fare impresa che si scontra con la disponibilità di risorse insufficienti di capitale di rischio ed un sistema Italia che ho paragonato nella metafora ad un terreno scivoloso e fangoso sul quale si avanza con fatica piuttosto che ad una autostrada dove si corre veloci e si verifica rapidamente se un’idea ed un team sono in grado di avere un futuro o meno. I provvedimenti attuati hanno permesso di avviare un processo positivo ma molto ancora resta da fare. Imprenditori e detentori di grandi patrimoni sono chiamati ad assumersi le proprie responsabilità ed a mostrare leadership. 

La competizione delle startup fonte di innovazione e crescita richiede che si mobilitino gli investimenti privati ed in un Italia con grandi risorse private e scarsa fiducia occorre utilizzare le leve dell’incentivo fiscale perché va ricordato lo Stato è l’azionista di riferimento di ogni startup che arriva all’exit, la capital gain tax infatti garantisce che il “banco vince sempre”. La crescita richiede che si agisca su tutte le dimensioni della quantità, qualità e rapidità di “fallimento” delle startup. Il governo è chiamato a togliere ogni alibi all’investimento in attività produttive, e deve pragmaticamente agire considerando le azioni di arbitraggio normativo con le quali in Europa vengono attratti imprenditori e capitali. Occorre agire per dar vento alle vele della nostra imbarcazione. I match race si vincono togliendo i “terzaroli” fiscali e gonfiando le vele dell’investimento in capitale di rischio. “C’è capitale disponibile che non viene speso, non viene immesso nel circuito dell’economia reale, ma viene messo da parte, immobilizzato per mesi se non per anni” e produce rendita finanziaria ma non crescita del paese. Non pensiamo comunque che sia il governo con la bacchetta magica a dover risolvere tutti i problemi, la chiamata all’azione è soprattutto da rivolgersi agli investitori.

di Marco Bicocchi Pichi *

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