Open innovation: in Italia la fa solo il 28% delle imprese, ma cresce l'interesse per le startup | Economyup
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NUOVA IMPRENDITORIA

Open innovation: in Italia la fa solo il 28% delle imprese, ma cresce l’interesse per le startup

30 Nov 2017

Meno di un’azienda su tre realizza iniziative di innovazione aperta, ma aumenta la consapevolezza dei suoi vantaggi e l’interesse per le giovani imprese (il 38% ha con loro collaborazioni già attive). Lo dice una ricerca degli Osservatori Digital Transformation Academy e Startup Intelligence del Polimi

Meno di un’impresa italiana su tre mette in pratica iniziative definite di open innovation, il paradigma in base al quale un’azienda ricerca spunti, idee e soluzioni innovative al proprio esterno, tuttavia stanno crescendo le collaborazioni di vario tipo con startup e non solo: sono alcuni risultati della ricerca degli Osservatori Digital Transformation Academy e Startup Intelligence del Politecnico di Milano, presentata questa mattina al Convegno “Corporate Entrepreneurship e Open Innovation: innovare con un occhio alle startup!”.

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La ricerca condotta dagli Osservatori, ricavata dalle risposte di oltre 270 tra Chief Innovation Officer e Chief Information Officer e interviste dirette, ha fotografato l’innovazione digitale nelle imprese italiane in termini di risorse impiegate e modalità di governance, studiando il livello di adozione di modelli di Open Innovation e il relativo grado di soddisfazione, investigando come stanno cambiando i ruoli tra startup e aziende incumbent.

L’innovazione digitale, si legge nel report, acquisisce un peso sempre più rilevante nelle strategie e nelle decisioni di spesa delle imprese italiane. Lo dimostra la costante crescita del budget ICT, che nel 2018 aumenterà nel 36% delle aziende, con un tasso stimato fra l’1,8% e l’1,9% e con investimenti concentrati su Big Data Analytics, Dematerializzazione e sistemi ERP. Nel 39% delle imprese è presente un budget per il digitale anche in altri Linee di Business. Ma il digitale sta trasformando anche l’ecosistema di interlocutori delle imprese italiane, che oggi ricercano modalità di collaborazione più agili, nuovi modelli e cultura: cresce l’interesse per l’Open Innovation e aumenta il ricorso a fonti di innovazione fino ad ora poco utilizzate come startup, centri di ricerca, università, clienti esterni e aziende non concorrenti. Il 55% delle imprese ha attivato azioni di sensibilizzazione per modelli di imprenditorialità interna, il 38% collabora già con startup.

Solo il 28% di aziende ha già avviato sistematici progetti di Open Innovation, una percentuale ancora limitata, ma chi lo fa ne è soddisfatto e adotta metodi sempre più completi e sistematici, mentre un altro 32% è intenzionato ad avviarli a breve.

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“I trend di crescita nell’innovazione digitale accelerano per il 2018 anche in Italia con budget in aumento nelle nostre imprese e la presenza di interessanti investimenti digitali anche nelle Line of Business – commenta Mariano Corso, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Digital Transformation Academy -. Gestire efficacemente l’innovazione digitale significa ripensare l’organizzazione nel suo complesso, dalle strutture ai processi fino ai meccanismi di coordinamento. Le imprese, nonostante si ritrovino spesso imbrigliate in inerzie organizzative e culturali, ostaggio di modelli operativi burocratici e lenti, si stanno impegnando in questa trasformazione, da un lato sperimentando organizzazioni interne collaborative, coinvolgenti e interdisciplinari, dall’altro aprendosi a un nuovo ecosistema di partner capaci di rispondere in modo flessibile e veloce al bisogno di innovazione. Tra questi partner spiccano startup, centri di ricerca, clienti guida e persino aziende non concorrenti”.

IL BUDGET ICT 2018

Il budget ICT nelle previsioni per il 2018 aumenta nel 36% delle imprese italiane, con un tasso di crescita compreso fra l’1,8% e l’1,9% (l’anno scorso la previsione oscillava fra +0,5% e +0,6%). In particolare, il 22% delle aziende prevede un aumento fino al 10%, il 14% oltre il 10%, il 52% delle imprese lascerà invariate le risorse, mentre soltanto il 12% prevede riduzioni. Sono le grandi imprese a trainare gli investimenti, con una crescita media del budget del 2,4%. La crescente importanza degli investimenti in innovazione digitale è dimostrata dal fatto che in quasi quattro imprese su dieci (il 39%) esiste un budget dedicato anche in altre direzioni aziendali (prevalentemente Marketing e Digital e Business Development). Il budget è inferiore a quello della Direzione ICT nel 29% dei casi, mentre è comparabile o superiore nel 10% del campione. Il principale ambito di investimento ICT delle imprese italiane, con il 43% delle preferenze, è costituito dai sistemi di Big Data Analytics e Business Intelligence. Al secondo posto Digitalizzazione e Dematerializzazione, prioritari per il 35%, poi il consolidamento delle applicazioni, lo sviluppo e il rinnovamento dei sistemi ERP, indicato dal 29% di imprese. Al quarto posto cresce l’importanza degli investimenti in Sistemi di Security e Compliance, che con il 28% quasi raddoppia le preferenze rispetto allo scorso anno. Seguono a distanza l’Industria 4.0 (23%), lo sviluppo e il rinnovamento dei sistemi CRM (21%), le soluzioni di eCommerce (20%), quelle di mobile web e social marketing (17%), mobile business (12), sistemi cloud e Internet of Things (11%), Smart Working (10%), machine learning e intelligenza artificiale (7%) e blockchain (1%).

LA GESTIONE DELL’INNOVAZIONE DIGITALE

La gestione dell’innovazione digitale è ancora un processo faticoso per le imprese e le cause sono principalmente interne. La principale sfida organizzativa è rappresentata, per il 39%, dallo sviluppo di strutture, ruoli e meccanismi di coordinamento per la gestione dei processi di innovazione digitale che coinvolga le diverse Direzioni aziendali. Seguono la necessità di reperire, valutare e sviluppare competenze digitali (33%), il bisogno di coinvolgere i dipendenti nei processi di innovazione (29%), la definizione di nuove forme di collaborazione per l’innovazione con i fornitori tradizionali (27%) e la scarsa consapevolezza nei confronti della cultura imprenditoriale, che solo il 14% delle imprese identifica come sfida prioritaria. Anche se pochi manager indicano lo sviluppo di una cultura imprenditoriale in azienda come una priorità, il 55% dei casi ha già avviato azioni per favorire l’attitudine imprenditoriale nel proprio staff, segno evidente della ricerca urgente, a volte inconsapevole, di un cambiamento di cultura aziendale. Le azioni più praticate sono la formazione (40% delle imprese), gli innovation lab interni (28%), i contest e hackathon interni (14%), la mentorship di startup di dipendenti o il supporto a startup di propri dipendenti (praticate rispettivamente soltanto dal 7% e dal 4%). In risposta a queste sfide organizzative, le imprese cercano di strutturare e definire meglio ruoli e processi. Meno imprese rispetto al passato ricorrono a team dedicati a ogni specifico progetto di innovazione (36%) o caratterizzati da attività non strutturate (22%). Nel 7% dei casi è presente un comitato innovazione interfunzionale che si riunisce periodicamente. In forte crescita – nel 35% di imprese rispetto al 19% dello scorso anno – invece è la presenza di una Direzione innovazione o di un ruolo dedicato all’innovazione: può essere costituita da un’unità o un ruolo inclusi nella Direzione ICT (31% dei casi), un’unità dedicata che include la Direzione ICT (17%), un’unità dipendente da una funzione non ICT (15%), un’unità di primo livello dedicata e indipendente (31%) o anche una cellula trasversale presente in tutte le funzioni con coordinamento centrale (6%). Nelle imprese sta crescendo la cultura dell’innovazione e la consapevolezza della necessità di rivedere l’organizzazione in termini di ruoli, competenze e processi per migliorare la capacità di cogliere opportunità di innovazione, assorbire conoscenza dall’esterno e aumentare la partecipazione del top management alle diverse direzioni aziendali. Dalla ricerca emerge come oggi non esista un modello organizzativo dominante per la gestione dell’innovazione, ma a uno stadio maturo è fondamentale soprattutto la capacità di interiorizzare la nuova cultura di imprenditorialità a tutti i livelli.

IL CRESCENTE RICORSO ALL’OPEN INNOVATION

Insieme agli investimenti ICT cresce l’interesse verso l’Open Innovation: le aziende ricercano modalità di collaborazione più agili e veloci, nuovi modelli operativi e culturali che attingono da interlocutori come startup, centri di ricerca, clienti guida e persino aziende non concorrenti. Le principali fonti di innovazione negli ultimi tre anni sono ancora piuttosto “tradizionali”. Se guardiamo alle indicazioni per il prossimo triennio la situazione si ribalta, con quasi tutte le fonti “tradizionali” di innovazione in discesa, come vendor e sourcer di tecnologie (27%, -9% sul triennio precedente), le società di consulenza (26%, -7%) e le linee di business (33%, -2%), mentre aumentano in modo deciso le fonti di innovazione finora poco utilizzate, come le startup (che passano dal 9% al 26%), i centri di ricerca, le università e i clienti esterni (tutti registrano un incremento del 6%), oltre alle aziende non concorrenti (che passano dal 9% al 12%). Tuttavia, nonostante la crescente attenzione, in Italia il numero di imprese che adotta consapevolmente e in modo sistematico progetti di Open Innovation è ancora limitato, pari al 28%, di cui solo il 7% da più di tre anni. Ma chi lo fa ne è soddisfatto, non abbandona l’iniziativa e la struttura con metodi sempre più completi e sistematici. A questo dato si aggiunge un 32% di aziende che non ha ancora adottato progetti di innovazione aperta ma è intenzionato a farlo a breve, mentre il 20% non conosce il fenomeno e un altro 20% non è interessato a sviluppare questa tipologia di iniziative. Fra le imprese che adottano iniziative di Open Innovation, il 23% pratica la cosiddetta Inbound Open Innovation (o Outside-in), il modello di innovazione aperta che incorpora stimoli esterni di innovazione all’interno dei processi. Il 73% di queste imprese sviluppa collaborazioni con università e centri di ricerca, il 56% svolge azioni di startup Intelligence, il 49% realizza Call4Ideas e contest esterni, il 34% compie azioni di partner scouting su fornitori tradizionali o conduce hackathon, datathon e appathon, mentre soltanto il 14% fa crowdsourcing. Meno seguita invece la pratica di Inbound innovation secondo leve strategico-finanziarie come i corporate incubator e accelerator (20%), le acquisizioni (19%) e l’istituzione di Corporate Venture Capital per entrare nell’equity di iniziative imprenditoriali (12%). Molto meno diffuse sono le azioni di Outbound Innovation (o Inside-out), il modello che esternalizza stimoli di innovazione interna, avviate soltanto dal 9% di chi pratica l’Open Innovation. Il 22% di queste imprese sviluppa joint venture con altre realtà imprenditoriali, il 12% modelli di business a piattaforma, l’8% pratica il licensing dei propri prodotti. Seguono attività di donazione (3%), spin-off e vendita di brevetti (entrambi al 3%). “Qualunque sia la strategia adottata, emerge come l’approccio all’Open Innovation, in principio correttamente informale e sperimentale, possa successivamente correre il rischio di risultare estemporaneo e non realmente in grado di far evolvere l’approccio all’innovazione dell’impresa – dice Stefano Mainetti, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Startup Intelligence e CEO di PoliHub -. Risulta quindi fondamentale stabilire una strategia di medio/lungo termine, con la definizione di ruoli e processi e gli indispensabili indicatori di performance. In questo percorso, a fianco delle imprese, giocano un ruolo rilevante le Università. Opportunamente stimolate dalla tradizionale attivazione di progetti d’innovazione e ricerca applicata, commissionati dalle aziende sulla base di potenziali opportunità concrete di business, oggi con più attenzione rispetto al passato, possono generare startup e spin-off. Questo genere di iniziative risulta spesso in grado di favorire processi di innovazione discontinua per le imprese, potendo far leva sui percorsi di trasferimento tecnologico (e della connessa proprietà intellettuale) messi a punto dagli Atenei a partire dalla ricerca di base. In quest’ambito, gli incubatori universitari costituiscono un importante ambiente appositamente realizzato per ospitare la fase iniziale del ciclo di vita di queste iniziative di business congiunte fra imprese e Università”.

IL RUOLO DELLE STARTUP

Solo il 38% delle imprese oggi ha collaborazioni già attive con startup, di cui il 7% da più di tre anni: un numero modesto ma in crescita di otto punti rispetto allo scorso anno e che sale fino al 63% se si considerano le grandissime imprese (mentre si riduce al 21% se si guarda alle aziende di medie dimensioni). Il 23% intende avviare una collaborazione a breve, l’11% non sa se la propria azienda collabori con startup e ben il 27% non è interessato. Soltanto l’1% ha cooperato con startup in passato e ha deciso di abbandonare questa pratica. Fra le imprese che non hanno ancora lavorato insieme a una startup, l’80% indica come principale ostacolo alla cooperazione la mancanza di risorse e di condizioni che permettano di aprirsi a questa fonte di innovazione, una su due (51%) anche la scarsa strutturazione e preparazione delle funzioni aziendali. Solo l’8% la riconduce allo scarso orientamento B2b delle startup. Le startup possono collaborare con le imprese secondo differenti modalità. Nella maggior parte dei casi, le imprese le utilizzano come fornitori a cui richiedere un prodotto o un servizio una tantum (54%), ma già un buon 37% ha intrapreso partnership in ricerca e sviluppo con startup per la co-creazione di prodotti o servizi. Fra le altre modalità di collaborazione, ci sono le forniture di lungo periodo e le partnership commerciali legate ai nuovi modelli di business (entrambe nel 19% dei casi). Oppure le startup possono essere partner per la co-creazione di innovazione nel modello di business (13%), le imprese possono partecipare all’equity di startup, co-investendo risorse e/o diversificando il proprio business, mentre l’11% acquisisce la startup incorporandola nel proprio assetto proprietario. “Oggi per innovare efficacemente nelle imprese è necessario tenere un ‘occhio alle startup’ – dice Alessandra Luksch, Direttore degli Osservatori Digital Transformation Academy e Startup Intelligence -. Da un lato perché queste possono generare, anche in Italia, eccellenti opportunità di innovazione, dall’altro perché possono attivare collaborazioni e sinergie per guidare le imprese tradizionali a uno sviluppo efficace dell’innovazione. Sviluppare la Corporate Entrepreneurship, ricorrere all’Open Innovation, collaborare con le startup sono le prossime sfide per migliorare i risultati di business e favorire lo sviluppo del sistema economico, in un circolo virtuoso che metta insieme la crescita dell’ecosistema startup, con l’aumento dell’occupazione e l’educazione dei lavoratori verso un nuovo approccio al lavoro ispirato all’imprenditorialità e all’innovazione”.

La ricerca e le attività 2017-2018 dell’Osservatorio Startup Intelligence, realizzato in collaborazione con PoliHub, sono sostenute da: ACI, Agos, Amadori, BNL BNP Paribas Leasing Solutions, Danieli, E.ON, Edison, Enel, Eni, Esprinet, Esselunga, Falck Renewables, FCA, Ferrero, Ferrovie dello Stato Italiane, Gruppo Hera, Inail, Janssen-Johnson&Johnson, Lavazza, Leonardo, Lombardia Informatica, Mastercard, Pelliconi, Pirelli, Poste Italiane, Prysmian Group, Rai Way, Siram, Sisal, Unicoop Firenze, Vivigas.

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