La dimensione europea sta assumendo sempre più rilevanza per l’ecosistema dell’innovazione, a partire dai contenuti del Report sulla competitività europea di Mario Draghi(pubblicato ormai nel settembre 2024), che dedica grande attenzione alla necessità di rafforzare la capacità innovativa dell’Europa, toccando direttamente temi come startup, scaleup, deep tech e transizione digitale ed evidenziando la disomogeneità che caratterizza i Paesi dell’unione su questi ambiti.
L’Osservatorio Startup Thinking ha voluto dedicate un approfondimento a questa prospettiva grazie anche al contributo di autorevoli organizzazioni europee con le quali sono state discusse le best practice che offrono le soluzioni migliori, le prospettive per l’Unione Europea e le sfide da superare.
Indice degli argomenti
Innovazione in Europa: un ecosistema ancora disomogeneo
La prima sfida l’eterogeneità nelle regole a partire dalla definizione stessa di startup. In Italia, la definizione giuridica di startup innovativa è stata chiaramente stabilita dal 2012, anno del primo Startup Act e della creazione del Registro Ministeriale per le startup innovative. Ma in Europa non esiste un criterio universale: non ci sono standard sull’età, sul fatturato e sul livello di innovatività, i criteri variano da Paese a Paese e ogni Paese sta adottando azioni distinte e mirate.
“Epta è presente in oltre 100 Paesi, conta undici unità produttive in tutto il mondo, undici centri di R&D e un innovation center. Questo significa sviluppare innovazione vicino ai mercati di riferimento secondo precisi contesti regolatori e tecnici, ma anche poi affrontare il problema di come scalare globalmente queste soluzioni“, osserva Cecilia Visibelli, Global Director of Digital Transformation & Innovation, Epta Group.
“Abbiamo bisogno di un framework internazionale che armonizzi burocrazia e processi per accelerare l’innovazione, non bloccarla. Uno dei principali limiti all’innovazione globale è lo scarto temporale tra la velocità dell’innovazione, ad esempio delle startup, che ragionano in settimane, e i sistemi regolatori, che spesso operano su orizzonti di mesi o anni”.
Innovazione in Europa, best practice nazionali: Austria e Irlanda
Permangono poi criticità e frammentazioni del mercato dei capitali europei, che ostacolano gli investimenti privati e venture capital extra nazionali; non facilitano lo sviluppo di fondi per scaleup e tecnologie deep tech mantenendo la dipendenza dal finanziamento bancario tradizionale, ancora preponderante in Europa. Ulteriori debolezze sono la mancanza di una rete più integrata di ecosistemi startup, acceleratori, centri di ricerca e grandi imprese a livello europeo e l’incapacità di trattenere talenti imprenditoriali e tecnologici con conseguente fuga di cervelli europei. Là dove i Paesi agevolano l’accesso ai finanziamenti, si percepiscono evidenti sviluppi e scaling a livello cross-border e il mantenimento dei talenti a livello nazionale.
“L’ecosistema startup austriaco è cresciuto rapidamente negli ultimi anni e oggi conta almeno 3.700 startup.
Vienna concentra circa metà delle startup austriache, mentre settori come manufacturing, greentech e life science sono distribuiti su base regionale.
Il 74% delle startup austriache è attivo a livello internazionale e genera ricavi all’estero, anche grazie al supporto di ADVANTAGE AUSTRIA, l’organizzazione di promozione del commercio estero della Camera Federale dell’Economia Austriaca”, dice Martina Marcon, Innovation Manager, ADVANTAGE AUSTRIA.
“L’Irlanda è un Paese piccolo e isolato, per questo le imprese irlandesi pensano globalmente fin dall’inizio. Enterprise Ireland è l’agenzia per lo sviluppo imprenditoriale del governo irlandese.
Investiamo e sosteniamo lo sviluppo di aziende di proprietà irlandese nel loro percorso verso una maggiore scalabilità e la leadership globale nel loro settore. Ciò fornisce una piattaforma per una solida crescita economica e per la creazione e il mantenimento di posti di lavoro nelle comunità di tutto il Paese”, ricorda John Roche, Regional Manager, Enterprise Ireland.
Il lavoro di InnovIT per l’internazionalizzazione delle startup
Nel nostro Paese permangono ancora limiti che le startup hanno ben chiari. La ricerca ha chiesto a un panel rappresentativo di startup italiane in quali aree si ritiene che l’azione istituzionale sia ancora insufficiente o possa essere migliorata. Le aree più sensibili dichiarate dalle startup sono la riduzione della burocrazia, l’accesso ai finanziamenti, le agevolazioni fiscali per gli investitori e il supporto nelle assunzioni. In questa logica si sta muovendo ormai da alcuni anni il nostro Ministero per degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.
“INNOVIT rappresenta un nuovo modello di supporto promosso dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI), in collaborazione con l’Agenzia ICE, a sostegno delle startup e delle PMI innovative italiane nei percorsi di internazionalizzazione. Il centro si affianca agli strumenti più tradizionali del Ministero, come la partecipazione a fiere dedicate all’innovazione e iniziative verticali settoriali, realizzati anch’essi grazie al contributo dell’Agenzia ICE. Nato a San Francisco, nel cuore della Silicon Valley, INNOVIT è stato concepito per essere replicabile anche in altri hub tecnologici strategici a livello globale. Il vero fattore distintivo della Silicon Valley non risiede esclusivamente nella tecnologia, ma nella contaminazione continua tra università, centri di ricerca, startup, grandi imprese e venture capital. È proprio questa integrazione virtuosa tra competenze, capitali e visione globale a generare innovazione su scala sistemica”, sottolinea Sergio Strozzi, Consigliere d’Ambasciata – Capo dell’Ufficio Innovazione Tecnologica e Start-up, Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.
Le iniziative UE: Startup and Scaleup Strategy, EIC e fondo Scaleup
‘Unione Europea non è comunque rimasta a guardare: tra il 2014 e il 2025 la ricerca dell’Osservatorio Startup Thinking ha identificato oltre 220 normative, direttive e comunicazioni a supporto delle startup, con azioni organizzate per cluster tematici e settoriali, tra cui detrazioni fiscali, finanziamenti pubblici e accesso al credito tramite equity o prestiti. In generale, queste iniziative stanno rispondendo alle esigenze espresse dalle startup e hanno prodotto risultati positivi.
Negli ultimi mesi il programma europeo si è reso ancora più ambizioso per sostenere e rinforzare l’ecosistema innovativo, anche sulla scia di quanto raccomandato da Mario Draghi. Innanzitutto, la creazione di una Commissione per le Startup, la Ricerca e l’Innovazione, capitanata da Ekaterina Zaharieva, che può portare a quel cambio di passo tanto auspicato. Tra le principali iniziative europee, segnaliamo la recente “EU Startup and Scaleup Strategy”, promossa dalla Commissione Europea per favorire la crescita e l’internazionalizzazione dell’ecosistema imprenditoriale, nonché il fondo Scaleup annunciato da Ursula Von Der Leyen proprio qui in Italia alla Tech Week di Torino; e ancora, il Consiglio Europeo per l’Innovazione (CEI), uno dei principali strumenti attraverso cui l’Unione Europea sostiene l’innovazione anche nelle tecnologie deep-tech, con un budget annuale di 1,4 miliardi di euro e un portafoglio di centinaia di aziende innovative.
L’ambizione è quella di un quadro normativo “28esimo Regime”, per armonizzare normative e burocrazia tra gli Stati membri dell’UE, aumentare le risorse e convergere verso soluzioni condivise che facilitino il flusso di innovazione, finanziamenti e scalabilità per le startup all’interno dell’Unione.
“Indipendentemente dal colore politico di chi è al Governo, i Paesi che crescono nell’innovazione sono quelli in cui le istituzioni hanno deciso davvero di puntarci. Il vero problema dell’approccio della politica all’ecosistema startup non è la mancanza di idee, ma il divario tra le parole e le azioni: ciò di cui gli innovatori hanno più bisogno è chiarezza. L’auspicio è la realizzazione di un vero e unificato ecosistema europeo, strada vincente per dare una spinta alla competitività e alla crescita in Europa e nei singoli Paesi”, Francesco Cerruti, Direttore Generale, Italian Tech Alliance.
In conclusione, l’Italia e l’Unione Europea offrono un’ampia gamma di strumenti a supporto delle startup e delle PMI innovative, dai regimi fiscali alle misure amministrative, dalle iniziative di finanziamento dedicate alle strategie di attrazione internazionale. Sebbene le differenze nazionali permangano, la tendenza è chiara: l’innovazione è al centro delle politiche di sviluppo economico e sociale, con un impatto significativo sul nostro tessuto produttivo e sulle prospettive di crescita.
FAQ: Startup
Che cos’è una startup?
Una startup è un’impresa di nuova costituzione che cerca di sviluppare un modello di business scalabile e ripetibile, solitamente nel settore tecnologico o innovativo. Si caratterizza per un’elevata dose di innovazione e per la configurazione orientata alla crescita rapida. Le startup operano in condizioni di incertezza e si basano spesso su finanziamenti esterni come venture capital per supportare il loro sviluppo. Il costo iniziale per la costituzione è contenuto, ma nei primi anni i costi di ricerca, sviluppo e commercializzazione possono essere elevati a fronte di ricavi insufficienti, rendendo necessaria la ricerca di investitori. Il tasso di fallimento è piuttosto alto (circa il 95% entro 4 anni), ma queste realtà sono fondamentali per l’ecosistema innovativo e possono contribuire a migliorare la vita delle persone attraverso l’innovazione.
Quali sono le principali differenze tra startup e imprese tradizionali?
Le startup differiscono dalle imprese tradizionali principalmente per il loro approccio al rischio e al fallimento. Mentre per le aziende tradizionali il fallimento è un’eventualità da minimizzare, per le startup è considerato la normalità, l’esito più ricorrente. Le startup sono definite dal tipo di investitore che le finanzia: il venture capitalist, che accetta un rischio altissimo in cambio di potenziali rendimenti elevati. Inoltre, le startup mirano a una crescita rapida e scalabile, con modelli di business che possono aumentare il volume d’affari in modo esponenziale senza un impiego proporzionale di risorse. Questo le rende un’asset class completamente diversa, difficilmente inquadrabile con gli schemi economici e giuridici tradizionali.
Quali sono le startup italiane più promettenti nel 2025?
Tra le startup italiane più promettenti nel 2025 troviamo realtà innovative in diversi settori. Nel campo dell’intelligenza artificiale spiccano AI.TECH, che sviluppa soluzioni per l’analisi dell’impronta energetica, e AndromedAI, specializzata nell’ottimizzazione di cataloghi e-commerce. Nel settore healthtech emergono Serenis, piattaforma per la salute mentale che ha chiuso un round da 12 milioni, e AmaliaCare per l’assistenza agli anziani. Nel settore automotive, Maxi Mobility sta rivoluzionando la mobilità elettrica per taxi e flotte urbane. Altre startup di rilievo includono Lexroom (AI per il settore legale), TextYess (conversazioni digitali per e-commerce), Pack (HR tech con AI), e J4ENERGY (piattaforma per l’ottimizzazione energetica). Queste realtà rappresentano l’eccellenza dell’innovazione italiana, con modelli di business scalabili e tecnologie all’avanguardia.
Come funziona il finanziamento delle startup in Italia?
Il finanziamento delle startup in Italia avviene attraverso diversi round di investimento che accompagnano le diverse fasi di sviluppo dell’impresa. Si parte dal pre-seed, fase iniziale in cui si raccolgono capitali per sviluppare l’idea e validare il progetto, seguito dal seed round che supporta la fase iniziale. La serie A accelera lo sviluppo del prodotto, mentre la serie B permette l’espansione e la serie C finanzia la crescita internazionale. Ogni round comporta un aumento del capitale e un rischio crescente per gli investitori. In Italia, i finanziamenti provengono principalmente da fondi di venture capital, business angel, corporate venture capital, e programmi di accelerazione come quelli della Rete Nazionale Acceleratori di CDP Venture Capital. Esistono anche strumenti come l’equity crowdfunding e finanziamenti pubblici come Smart&Start Italia.
Qual è il ruolo degli acceleratori nel supporto alle startup?
Gli acceleratori di startup svolgono un ruolo fondamentale nel velocizzare la crescita delle giovani imprese innovative che hanno già un’idea di prodotto e un business model definito. Offrono programmi strutturati, generalmente della durata di 3-6 mesi, durante i quali forniscono mentorship, networking, accesso a investitori e talvolta finanziamenti seed in cambio di quote di equity. A differenza degli incubatori, che supportano le idee imprenditoriali sin dalle fasi iniziali, gli acceleratori si concentrano maggiormente sullo sviluppo economico e sulla scalabilità di business già avviati. In Italia, la Rete Nazionale Acceleratori di CDP Venture Capital gestisce un network di acceleratori verticali dedicati a diversi settori strategici, affiancati da realtà come Cariplo Factory, H-Farm, Luiss Enlabs e Plug & Play, che offrono programmi specializzati per supportare la crescita delle startup nei rispettivi mercati.
Cosa sono gli startup studio e come funzionano?
Uno startup studio, o venture builder, è una macchina per creare imprese che parte da un processo strutturato: analizza mercati, tendenze emergenti e bisogni latenti per sviluppare soluzioni digitali scalabili. A differenza del modello tradizionale basato sul founder visionario, lo startup studio progetta e costruisce startup da zero, selezionando progetti ad alto potenziale e pianificandoli nei minimi dettagli. Fornisce un’impalcatura solida che include validazione del bisogno, sviluppo del business model, implementazione operativa, reclutamento del team e strategia di go-to-market. Questo approccio industriale all’innovazione produce startup più robuste, con maggiore capacità di crescita e velocità di ingresso sul mercato. In Italia, tra i principali startup studio troviamo Mamazen, Startup Bakery, Vento, Nana Bianca e FoolFarm, ciascuno con approcci e specializzazioni diverse.
Quali sono le sfide principali che affrontano le startup italiane?
Le startup italiane affrontano diverse sfide significative nel loro percorso di crescita. La prima è l’accesso ai capitali: nonostante la crescita del venture capital italiano, i finanziamenti restano inferiori rispetto ad altri paesi europei, limitando la capacità di scalare rapidamente. Un’altra sfida è la burocrazia e il quadro normativo complesso, che rallenta la costituzione e lo sviluppo delle imprese innovative. La difficoltà nel trovare talenti specializzati, soprattutto in ambito tech, rappresenta un ulteriore ostacolo, aggravato dalla fuga di cervelli verso l’estero. Le startup italiane devono anche affrontare un mercato interno relativamente piccolo che spesso le costringe a internazionalizzarsi precocemente, processo che richiede risorse e competenze specifiche. Infine, la cultura imprenditoriale italiana è tradizionalmente avversa al rischio, con una minore propensione all’investimento in progetti innovativi ma rischiosi.
Come funziona il Corporate Venture Capital in Italia?
Il Corporate Venture Capital (CVC) in Italia sta crescendo come strumento strategico per le grandi aziende che vogliono innovare attraverso l’investimento in startup. A differenza dei fondi di venture capital tradizionali, il CVC non dovrebbe concentrarsi principalmente sul ritorno finanziario, ma funzionare come un sensore strategico sul futuro del business, capace di fornire insight alle funzioni che guidano l’azienda. L’obiettivo primario è comprendere in anticipo dove sta andando l’innovazione nel proprio settore, accelerare lo sviluppo di nuove linee di prodotto e, solo in terza battuta, generare rendimenti finanziari. In Italia, diverse grandi aziende hanno lanciato veicoli di CVC, spesso spinti dall’urgenza di fare open innovation, ma non sempre con un disegno strategico di lungo periodo. Il rischio è creare portafogli formalmente di successo ma debolmente integrati nel percorso industriale dell’azienda.


















