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Il VC in Italia dalla “preistoria” alla specializzazione: il racconto di Mezzotero (The Techshop)



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Aurelio Mezzotero ripercorre la sua storia di investitore e fondatore di di The Techshop come parte di un movimento collettivo del VC italiano. Metodologie e strategie

Pubblicato il 1 apr 2026



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Aurelio Mezzotero, Managing Partner di The Techshop
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Punti chiave

  • Il venture capital italiano si sta maturando; Aurelio Mezzotero di The Techshop spiega come leggere le decisioni degli investitori e colmare il divario tra aspettative e realtà.
  • Il modello di Techshop Capital: fondo seed da €53M, ticket €500k-1M, portafoglio di 23 aziende, focus sul digitale B2B e su software, AI, marketplace e digital platforms, anche in fase pre-revenue.
  • Due diligence basata su solida architettura tecnologica (tech stack) e resilienza del team; nessun investimento in solo founder, processi più lenti per l’entità del ticket e per la vigilanza della Banca d’Italia.
Riassunto generato con AI

Il panorama del venture capital in Italia attraversa una fase di maturazione che impone ai fondatori di startup una conoscenza sempre più granulare dei processi decisionali degli investitori. Durante l’incontro Fundraising Gym, svoltosi il 26 marzo 2026 e organizzato da Talent Garden in collaborazione con TikTok, Aurelio Mezzotero, Managing Partner di The Techshop, ha condiviso una visione privilegiata su cosa accada realmente “dall’altro lato del tavolo” durante una raccolta di capitali.

The Techshop

Techshop Capital è un fondo di venture capital europeo focalizzato su startup early-stage nel settore tecnologico, con un forte orientamento al prodotto e alla scalabilità. Investe principalmente in ambiti come software, AI, marketplace e digital platforms, supportando founder nella fase di crescita iniziale.
Il modello combina capitale e competenze operative, affiancando le startup nello sviluppo strategico e commerciale. Techshop Capital punta su team ad alto potenziale in Europa, con una visione internazionale fin dalle prime fasi.
L’obiettivo è costruire aziende tecnologiche solide e globali, accompagnandole lungo il percorso verso round successivi e scaleup.

L’analisi di Mezzotero parte dalla necessità per i founder di saper leggere la mente dell’investitore, specialmente in un mercato dove le aspettative di rapidità spesso si scontrano con la complessità burocratica e analitica delle istituzioni finanziarie.

L’evoluzione del venture capital in Italia: dalle origini “preistoriche” alla specializzazione

Il percorso professionale di Aurelio Mezzotero offre uno spaccato significativo sull’evoluzione del venture capital in Italia negli ultimi quindici anni. Mezzotero ha iniziato la sua carriera nel private equity, per poi proporre la creazione di una pratica di venture capital all’interno di un grande gruppo bancario come Intesa Sanpaolo. Ricordando quel periodo, Mezzotero lo definisce come una sorta di “era preistorica”, in cui l’industria non era ancora strutturata e le competenze specifiche scarseggiavano.

In quel contesto, Mezzotero racconta: “Ho comprato su Amazon il manuale del venture capital di Harvard, e così abbiamo costruito un piccolo fondo, un fondo da 50 milioni di euro che si chiamava Atlante Ventures”. Nonostante l’assenza di una strategia settoriale focalizzata, la scarsità di offerta di capitali di rischio dell’epoca permise al fondo di ottenere risultati positivi con diverse exit. Tuttavia, la consapevolezza che una grande corporate non fosse l’ambiente ideale per questo business ha portato Mezzotero verso la libera professione e, nel 2021, alla co-fondazione di The Techshop insieme al partner Gianluca D’Agostino.

La struttura di un fondo seed: il modello The Techshop

La nascita di The Techshop nel 2021 risponde a quella che Mezzotero descrive come un “allineamento di pianeti” che ha reso il mestiere del venture capitalist sia divertente che profittevole. Il nome stesso della società riflette una filosofia operativa precisa: non un semplice erogatore di fondi, ma un luogo dove i fondatori possono attingere a risorse concrete. “Volevamo trasmettere l’idea che siamo un negozio. Cerchiamo di essere come un luogo dove i nostri investitori, i nostri fondatori, le persone che stanno costruendo qualcosa possono trovare risorse” spiega Mezzotero.

L’operatività del fondo, avviata nel 2022, si concentra su parametri definiti:

  • Un fondo da 53 milioni di euro dedicato esclusivamente alla fase seed.
  • Investimenti medi, definiti “primo assegno”, compresi tra 500.000 e 1 milione di euro.
  • Un portafoglio attuale di 23 aziende, con un periodo di investimento concluso con un anno di anticipo rispetto alle previsioni.

L’attenzione del fondo è rivolta prevalentemente al settore del digitale B2B, con partecipazioni in realtà come Smartness, Healthy, Qomodo e Short Circle. La capacità di investire anche in fase pre-revenue dimostra l’approccio tipico del venture capital in Italia che mira a sostenere l’innovazione fin dai suoi primi passi tecnologici.

Il mito della velocità nel fundraising: aspettative contro realtà

Uno dei punti di maggiore frizione nel mercato del venture capital in Italia riguarda la percezione dei tempi necessari per chiudere un round di investimento. Mezzotero osserva come spesso ci sia un “scontro di aspettative” tra startup e investitori. Mentre i fondatori tendono a immaginare un processo lineare fatto di pochi incontri e una rapida chiusura, la realtà operativa richiede mesi.

Secondo Mezzotero, la durata del processo è influenzata da driver specifici:

  1. L’entità del ticket: più l’investimento è cospicuo, maggiore è il livello di scrutinio richiesto.
  2. I vincoli istituzionali: The Techshop opera sotto la vigilanza della Banca d’Italia, il che impone una cautela superiore nelle procedure.
  3. Il consenso interno: per giungere a una decisione è necessaria l’unanimità tra i partner del fondo; maggiore è la convinzione iniziale, più rapido sarà l’iter.

A titolo di esempio, Mezzotero cita il caso di un fondatore di talento che, basandosi sulla lettura di testi di settore, era convinto di poter raccogliere un round in due o tre settimane. Nonostante la crescita rapida della startup, la realtà ha richiesto tempi molto diversi: “Ha raccolto un Serie A con i migliori investitori, ma ci sono voluti sei mesi”. Questo divario sottolinea l’importanza di non sottovalutare il tempo necessario per creare momentum e allineare tutti i soggetti coinvolti, ricordando che il rapporto con l’investitore è destinato a diventare una partnership di lungo periodo.

Metodologie di valutazione: tech stack e componente umana

Nel venture capital in Italia, la fase di seed si distingue per l’assenza di dati finanziari consolidati. Mezzotero chiarisce che in questo stadio non ha senso concentrarsi su report contabili o bilanci, poiché spesso non c’è molto da analizzare. La due diligence di The Techshop si sposta quindi su due pilastri fondamentali: la solidità tecnologica e la resilienza del team.

Sotto il profilo tecnico, l’investitore verifica come è costruito il tech stack per assicurarsi che esista una base solida dietro il progetto. Tuttavia, è l’elemento umano a guidare la decisione finale, spesso influenzata anche da un ineliminabile “gut feeling” (istinto) che gli investitori cercano di razionalizzare senza mai riuscirci completamente.

Il veto sui solo founders e le dinamiche di squadra

Un aspetto distintivo della tesi d’investimento di The Techshop riguarda la composizione del team di comando. Mezzotero è categorico su questo punto: “Non investiamo mai in solo founder. Forse stiamo perdendo delle opportunità, ma non lo facciamo mai”. Il fondo richiede che il team sia già strutturato, analizzando con estrema attenzione le dinamiche umane e la complementarità delle competenze.

Per rendere scientifica questa analisi, la società si avvale di un talent advisor che supporta i partner durante le interviste. L’obiettivo è prevedere la resilienza del team di fronte alle sfide future: “Cerchiamo davvero di prevedere quanto sia resiliente questo team, come reagiscono agli intoppi, come reagiscono alle sfide”. Se manca la chimica tra i fondatori, il percorso della startup diventa eccessivamente rischioso per il capitale di rischio, poiché le difficoltà operative e di mercato metterebbero a dura prova una coesione già fragile. In questo scenario, il venture capital in Italia si conferma come un settore dove la tecnologia è la base, ma il successo resta indissolubilmente legato alla forza e alla stabilità del capitale umano.

FAQ: Venture Capital

Il Venture Capital è un investimento volto a finanziare l’avvio o la crescita di un’attività in settori ad elevato potenziale di sviluppo. Secondo la definizione dell’AIFI (Associazione Italiana del Private Equity e del Venture Capital), si tratta dell’attività di investimento nel capitale di rischio di imprese non quotate, con l’obiettivo della valorizzazione dell’impresa oggetto dell’investimento, ai fini della sua dismissione entro un periodo di medio-lungo termine. Gli investitori di venture capital forniscono capitali alle startup e alle piccole imprese con potenziale di crescita elevato in cambio di una partecipazione azionaria.

Il Corporate Venture Capital (CVC) è una forma di investimento di venture capital attraverso la quale un’azienda matura e consolidata investe in un’impresa target (startup o piccole imprese altamente innovative, con alto potenziale di scalabilità), ottenendo una quota di minoranza di capitale sociale (equity). Attraverso gli investimenti CVC, le aziende puntano a perseguire soprattutto obiettivi strategici di presidio e sviluppo di nuove tecnologie e/o nuovi modelli di business, accedendo a nuove competenze, idee e tecnologie all’esterno del perimetro aziendale.

Nel 2024, il Corporate Venture Capital in Italia ha mostrato un significativo rallentamento. I CVC italiani hanno partecipato a soli 15 round, raccogliendo 69 milioni di euro, un dato nettamente inferiore rispetto ai 228 milioni di euro del 2023. La presenza del CVC italiano sull’intero ecosistema di venture capital rimane limitata, con una partecipazione che oscilla tra il 4% e il 6% del totale dei round di investimento. Un aspetto preoccupante è l’orientamento internazionale del CVC italiano: il 59% dei round in cui hanno partecipato CVC italiani ha visto il finanziamento di startup estere, e queste startup hanno rappresentato circa l’80% degli importi totali raccolti in tali round.

In Italia operano numerosi fondi di venture capital, distribuiti principalmente in Lombardia (che copre il 46% del mercato), seguita da Lazio (13%) e Piemonte (8%). Tra i principali fondi troviamo: CDP Venture Capital sgr, P101, 360 Capital Partners, United Ventures, Primo Ventures sgr, LVenture Group, Indaco Venture Partners sgr, Neva sgr, Innogest, e Oltre Impact. Altri importanti player includono fondi specializzati come Panakes Partners (scienze della vita), Claris Ventures (biofarmaceutica), e Xyence Capital (ex Principia sgr). Ci sono anche corporate venture capital come Tim Ventures, Angelini Ventures, e A2A con il fondo 360 LIFE II in partnership con 360 Capital.

L’Italia si posiziona al decimo posto in Europa per investimenti di venture capital realizzati negli ultimi cinque anni, ma scivola al quart’ultimo posto per investimenti pro-capite. Secondo Banca d’Italia, nel triennio 2021-2023 l’investimento VC in Italia è stato pari a circa lo 0,03% del PIL, contro lo 0,09% di Francia e Germania. Nonostante il raddoppio della capacità di raccolta fondi in dieci anni, l’Italia rappresenta ancora solo il 4% del totale europeo degli investimenti in venture capital. Gli investimenti rappresentano solo lo 0,06% del PIL italiano a fronte dello 0,20% della Germania, 0,26% della Francia e 0,12% della Spagna.

Secondo i dati del VeM (Venture Capital Monitor), l’ICT monopolizza l’interesse degli investitori di venture capital in Italia, con una quota del 38% delle società target. A seguire, il 12% degli investimenti initial è diretto verso l’Healthcare, il 9% verso il comparto degli altri servizi, trainati dall’edutech, mentre Fintech e Energia e Ambiente attraggono ciascuno il 7% degli investimenti. Nel primo semestre del 2025, il settore Life Sciences ha guidato gli investimenti con un divario marcato rispetto agli altri settori, evidenziando uno spostamento verso industrie più capital-intensive. Smart City è stato il settore con il maggior numero di round, seguito da Software e Life Science.

Secondo Banca d’Italia, le ragioni del ritardo italiano nel venture capital si raggruppano in tre grandi fattori: 1) Scarsità di idee innovative e brevettabili: la spesa privata in R&D è allo 0,78% del PIL, la metà della Germania (2,11%) e ben sotto la media UE (1,48%), con solo 0,8 brevetti ogni 10.000 abitanti contro gli 1,6 della Francia e i 3 della Germania; 2) Fondi di investimento ancora troppo piccoli: alla fine del 2023 gli asset gestiti dai fondi italiani di VC erano inferiori ai 3 miliardi di euro, con soli 39 gestori attivi e un patrimonio medio di 70 milioni; 3) Mancanza di investitori istituzionali: tra il 2019 e il 2023, assicurazioni e fondi pensione hanno contribuito solo per il 2% alla raccolta dei fondi VC, contro il 18% in Francia.

Un esempio significativo di iniziativa regionale è la nuova strategia per il venture capital della Regione Lazio, che ha una dotazione complessiva di oltre 100 milioni di euro. La strategia prevede quattro strumenti di venture capital (riuniti nel contenitore FARE Venture 2): Lazio Venture 2 (60 milioni), rivolto a gestori vigilati; Venture Tech Lazio (12 milioni), rivolto ai venture accelerators; Innova Venture 2 (5,5 milioni), per investimenti diretti in startup; e TT Venture Lazio (11,5 milioni), per investimenti ad alto rischio nati da programmi di accelerazione nel Tech Transfer. L’obiettivo è portare la regione ad essere uno dei territori più attrattivi in Italia per gli investimenti in innovazione, sfruttando il volano dei fondi pubblici per attrarre investitori privati.

Nel secondo trimestre 2025 in Italia sono stati investiti 227 milioni in 104 round d’investimento, dei quali 12 Serie A e 2 Serie B. Si tratta dell’ammontare investito più basso dal secondo trimestre del 2024 e segna il terzo trimestre consecutivo di calo e senza la presenza di mega round. Guardando ai dati dei primi sei mesi del 2025, con 545 milioni di euro raccolti in 210 round, il primo semestre è in linea con la media semestrale degli ultimi 3 anni senza mega round. Pre-Seed e Seed hanno rappresentato il 64% dei round, mentre in termini di raccolta, i Serie A rappresentano il 42% del totale investito e i Serie B l’8%. Il round più importante per importo raccolto è stato quello di Jet HR, chiuso a 25 milioni di euro.

Un esempio interessante è la partnership tra A2A e 360 Capital per il fondo 360 LIFE II. Questo modello combina la forza finanziaria di un fondo di venture capital con il know-how industriale di una grande azienda. Il fondo è gestito dall’operatore di venture capital (360 Capital), che mantiene l’indipendenza nelle decisioni di investimento, mentre l’azienda (A2A) fornisce supporto nelle attività di due diligence e nell’implementazione delle tecnologie innovative nei propri processi operativi. Le startup beneficiano non solo del capitale, ma anche dell’accesso alle risorse e alle competenze del gruppo industriale. Il fondo è aperto ad altri partner industriali (come De Nora) e istituzionali (CDP Venture Capital e Bpifrance), creando sinergie e opportunità di cooperazione lungo la filiera.

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