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Non solo finanza

Crowdfunding? A volte è meglio di un ufficio stampa

28 Ott 2014

Gli ideatori di Meg, prima serra automatizzata italiana open source, chiedono fondi su Eppela, ma non per commercializzare il prodotto. “Siamo designer, vogliamo posizionarci nell’Internet of Things” dicono. E farsi conoscere. Per portare il loro progetto nella metropolitana milanese durante l’Expo

La serra automatizzata MEG
Il crowdfunding serve a raccogliere soldi? Sì, ma non solo. Può servire per esempio per fare comunicazione, cosa che a volte può rivelarsi altrettanto, se non più importante, di un finanziamento cash. È il caso degli ideatori di Meg (Micro Experimental Growing), la prima serra indoor open source tutta italiana, che stanno attualmente chiedendo finanziamenti per svilupparne un prototipo più complesso attraverso Eppela, una delle piattaforme italiane di crowdfunding reward-based più popolari (come è noto si tratta di una raccolta fondi online che prevede piccole ricompense in cambio di finanziamenti, mentre altra cosa è l’equity crowdfunding, incentrato su finanziamenti alle startup in cambio di quote della società).

Per loro stessa ammissione, gli inventori della serra automatizzata – che consente di coltivare fiori e piante da remoto attraverso una app dedicata e di condividere con una community online i risultati delle proprie fatiche – non hanno alcuna intenzione, almeno per il momento, di procedere alla commercializzazione del prodotto finito. “Siamo due studi di design industriale e ci interessa acquisire visibilità, posizionandoci nel settore degli smart objects e dell’Internet of things grazie a concorsi e occasioni come il crowdfunding: se avessimo pagato un ufficio stampa non avremmo avuto lo stesso ritorno in termini di immagine” ammette Carlo Dalesio, founder e Ad di Dalesio&Santoro srl, studio milanese di progettazione industriale specializzato in design per l’illuminazione, che sta portando avanti l’iniziativa insieme a Design Group Italia, storico studio di industrial design.

Il progetto è interessante e ha già ottenuto riconoscimenti: il Grand Prize di Launch Box 2014 e il Wired Hack the Expo, consegnato nell’ambito dell’iniziativa lanciata da Wired per coinvolgere i maker, gli autori di contenuti e gli innovatori italiani con idee in grado di dare vita a una sorta di “Fuori Expo”. Proprio da qui parte l’idea del team di designer – ma forse ancora dovremmo parlare di sogno, dato che è tutto da realizzare – di approdare all’Expo di Milano con 5 serre costruite ad-hoc e installate nella metropolitana milanese, in funzione da maggio ad ottobre 2015, cioè proprio durante l’Esposizione Universale. È per far diventare realtà il “sogno Expo” che i designer stanno chiamando a raccolta su Eppela il popolo della Rete, a cui chiedono 20.000 euro: con quei soldi intendono sviluppare il concept di una serra automatizzata più grande di quella già prototipata e appunto in grado di essere posizionata in fermate della metropolitana, quindi, per esempio, dotata di vetri anti-sfondamento.

Intanto il prototipo, come dicevamo, c’è già. Di cosa si tratta esattamente? Meg è appunto una serra in miniatura completamente automatizzata. Attraverso un’apposita app su smartphone o tablet i responsabili della serra possono gestire da remoto tutti i parametri di crescita dei vegetali: per esempio possono regolare e monitorare la ventilazione, la temperatura, l’irrigazione, l’acidità del terreno e i tempi di esposizione alla luce artificiale. Ma non è tutto: Meg è in grado di registrare il processo di coltivazione, così l’utente può ripeterlo in caso di successo, e consente  di condividere tutte le attività e informazioni in proprio possesso con una community dedicata. Trattandosi infatti di un progetto totalmente open source sposa la visione di una cultura aperta e condivisa: qualsiasi membro della community può dare o ricevere consigli su come coltivare le verbene o quali fertilizzanti usare, così come qualsiasi appassionato di informatica può entrare nella piattaforma controllata grazie ad Arduino per modificarla e migliorarla.

Detto questo, Meg non è ancora in vendita ma è possibile costruirsela da soli: online sono disponibili gratuitamente i file e le guide per la sua autocostruzione. Maker e smanettoni non avranno grandi problemi a costruire una serra Meg. Dovranno spendere una cifra stimata intorno ai  2000 euro per l’elettronica e la componentistica (Dalesio&Santoro in questo caso non c’entrano niente, non sono loro che vendono i pezzi), ma a quel punto decideranno in piena autonomia se il gioco vale la candela.

“Serre automatizzate simili alla nostra ce ne sono  nel mondo – dice Carlo Dalesio – ma il nostro vero valore è che siamo open source, sia nell’hardware sia nel software, e consentiamo la condivisione delle conoscenze. Attraverso la piattaforma ogni utente ha a disposizione un  proprio file di crescita, che registra il modo in cui ha fatto crescere una determinata pianta e può condividerlo con chi vuole coltivare la stessa pianta.  Lo scambio è il nostro vero valore aggiunto: in sostanza Meg è anche una piattaforma di crowdsourcing e di dialogo. Formazione culturale e conoscenza condivisa sono i due elementi che la rendono unica”.

Quindi, riepilogando, Meg esiste e i maker possono divertirsi a costruirla. Ma non esiste ancora Meg per l’Expo. Il concept è in fase di implementazione e, per svilupparlo, si sta ricorrendo al crowdfunding. Parallelamente il gruppo di ideatori dovrà cominciare ad avviare contatti con gli enti preposti a Milano per illustrare il proprio progetto e verificarne la fattibilità. La prossima settimana è previsto un incontro con l’Assessorato all’Innovazione, poi certamente dovranno essere coinvolti Comune e Atm. Insomma, è ancora tutto in fieri.

L’unica cosa certa è che i designer attualmente non hanno alcuna intenzione di trasformarsi in venditori di serre automatizzate. “Non è il nostro core business” ribadisce Dalesio. “Vogliamo solo comunicare chi siamo e cosa possiamo fare nel comparto dell’Internet of Things. In questo senso Expo potrebbe essere per noi una sorta di enorme proof of concept e una grande vetrina. Vedremo in seguito se dedicarci alla commercializzazione del progetto”.

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