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Svolte

Come fare business con la sharing economy

12 Set 2014

Non c’è solo Uber o AirBnB. Grazie all’economia della condivisione sono numerose le startup italiane che stanno crescendo. Da Zooppa (creazione di contenuti) a Cortilia (agricoltura), da Gnammo (social eating) a Starteed (crowdfunding). La crisi, in questo, caso ha aiutato. Il carburante è Internet ma per tutti è in gioco un cambio di mentalità

La sharing economy è una concreta opportunità di business per le startup. Lo hanno spiegato alcuni dei protagonisti di questo fenomeno emergente al convegno intitolato “Sharing economy: rivoluzione tecnologica delle comunità di utenti online per la crescita”, organizzato ieri alla Camera dall’Intergruppo parlamentare per l’Innovazione, al quale hanno appunto partecipato neo-imprese impegnate in questa modalità innovativa di condivisione di beni, oggetti ma anche informazioni e idee, mirata a far circolare più velocemente gli assets esistenti. Non solo riflessioni e dibattiti accademici, dunque, ma esempi concreti di come l’economia della condivisione possa funzionare e produrre ricavi. Si va dalla piattaforma per la condivisione di prodotti agricoli a chilometro zero a quella di crowdfunding (raccolta fondi online), dal sito per condividere cene sociali a quello incentrato sulla content creation. Più due big dell’Internet economy, Uber e AirBnB, che a detta di qualche economista non rientrano esattamente nei canoni della sharing economy (il primo favorisce l’affitto di locali, il secondo il noleggio auto con conducente) ma che certamente affondano le proprie radici in un ecosistema in cui l’economia della condivisione sta prendendo sempre più piede.

Il quadro emerso è quello di giovani imprenditori di successo, che non si lamentano nemmeno troppo delle tasse o dei vincoli burocratici come invece sono più propensi a fare i loro colleghi anziani, e appaiono soddisfatti di aver colto questa occasione scaturita da una serie di elementi intrecciati tra loro: una nuova organizzazione della domanda e dell’offerta che impone un forte cambio di mentalità, la necessità di risparmiare condividendo la spesa con altri e la tecnologia che fa da carburante all’innovazione economica.

Un campo di sperimentazione della sharing economy è l’agricoltura. “Anche il settore agroalimentare sta vivendo una forte accelerazione dei cambiamenti nei modelli di produzione e distribuzione” ha spiegato Marco Porcaro, Ceo di Cortilia, azienda che da tre anni e mezzo dà la possibilità a tanti agricoltori di vendere i prodotti della propria terra online e agli amanti del mangiare sano di avere sulla propria tavola cibi freschi e genuini dal proprio territorio. Cortilia è partita dall’analisi dei numeri: un italiano su tre mangia frutta e verdura, 15 milioni acquistano prodotti locali e bio, 270mila aziende vendono in cascina i loro prodotti. Però solo il 31% degli agricoltori è su Internet e soltanto il 17% vende online (principalmente vino). “Volevamo colmare questo gap – dice Porcaro – e ci siamo resi conto che è un’opportunità per gli agricoltori i quali, grazie all’innovazione, riescono a rispondere a una reale domanda del mercato, creando valore in modo semplice ed efficiente”.

La possibilità di valorizzare attraverso una piattaforma tecnologica l’esperienza del gusto è alla base anche del successo di Gnammo che, come ha ricordato Gian Luca Ranno, Ceo e co-fondatore, “non è altro che il più vecchio social network del mondo: la tavola”. In pratica l’utente (il cuoco) può inserire online il pasto che intende preparare e raccogliere adesioni dagli interessati (gli gnammer). Il cuoco ci guadagna, gli gnammer risparmiano rispetto a una cena al ristorante. Come fidarsi dell’abilità del cuoco? C’è il sistema di feedback in cui confluiscono i pareri degli utenti passati. Inoltre Gnammo ha avviato una serie di partnership con alcuni brand, in primis Barilla, ma anche più piccoli, interessati a questa nuova forma di sponsorizzazione, praticamente door-to-door. “In realtà la sharing economy è una modalità antica – sostiene Ranno – perché ricordo che mio padre, quando ero piccolo, portava i suoi operai in azienda, condividendo l’auto per risparmiare, e, al ritorno, li invitava a cena. Mi auguro che la sharing economy ci restituisca quanto di buono c’era nel passato”. Ranno però, insieme ad altri, sottolinea il rischio di ingabbiare le realtà nascenti in questo settore dentro una normativa troppo rigida. “Siamo un’attività del 21esimo secolo regolata da leggi scritte nel 20esimo secolo” dice.

La condivisione di contenuti online è un altro modo di declinare la sharing economy. Matteo Sarzana ha raccontato l’esperienza di Zooppa, di cui è recentemente diventato general manager: startup nata in H-Farm alcuni anni fa, si occupa di content creation crowdsourced, ovvero utilizza la forza di una community di più di 250.000 creativi per generare video, campagne, idee, virali, loghi ecc. ecc. “Chiunque di noi è in grado di competere senza intermediazioni con chi richiede un contenuto” ha detto. “Se per esempio ho scattato una foto che, per pregi artistici, si equivale a quella di un Helmut Newton, grazie a Internet posso utilizzarla e venderla senza intermediazioni, ‘alla pari’ con Newton. Tuttora manca però – ha osservato – la fiducia nei confronti della Rete, che invece è in grado di produrre, attraverso le persone, contenuti di qualità”.

Sharing economy è anche crowdfunding, l’innovativa modalità di raccolta collettiva di fondi online, sia reward-based (si contribuisce a finanziare un progetto ricevendo in cambio piccoli omaggi) sia equity-based (si acquista quote di un’azienda in cambio del finanziamento). Lo sa bene Claudio Bedino, founder di Starteed, startup incubata da Working Capital, acceleratore di Telecom Italia, che fornisce tecnologia per le piattaforme di crowdfunding (raccolta fondi online). “La sharing economy – ha detto  – sta accelerando lo sviluppo di progetti innovativi nei più svariati settori. Starteed sviluppa strumenti di crowdfunding e co-creazione aiutando progetti ed imprese attraverso la partecipazione collettiva e la raccolta fondi online”. Quale esempio ha citato la campagna di raccolta fondi per il Festival del giornalismo di Perugia, che ha consentito alla manifestazione di reperire i finanziamenti necessari per non dover chiudere i battenti. “In Italia però – ha aggiunto – manca ancora la capacità di adattarsi a questo strumento e di capirlo”.

In questo contesto anche i big hanno detto la loro. Matteo Stifanelli, country manager per l’Italia di Airbnb, popolare piattaforma internazionale che dà la possibilità di affittare alloggi da abitanti locali in 190 paesi, ha ricordato come la sharing economy non sia nuova ma in realtà “una modalità diffusa nel dopoguerra in un momento di crisi economica”. A suo parere l’economia della condivisione si sta nuovamente imponendo ma stavolta “non si tornerà più indietro. L’home sharing – ha continuato – apporta numerosi benefici sia alle singole persone che alla società, che non sono soltanto benefici finanziari ma anche personali e sociali per tutti coloro che accolgono nelle loro case altre persone. Con 87.000 spazi disponibili e un milione di viaggiatori che hanno soggiornato in questi spazi in Italia, la nostra community sta crescendo sempre più velocemente. Siamo felici di partecipare a questo incontro in quanto rappresenta un passo importante per il dialogo con le istituzioni in Italia sul tema dell’ospitalità e della sharing economy”.

“La sharing economy ha contribuito a una visione diversa della mobilità”  è intervenuta Benedetta Arese Lucini, volto italiano di Uber, la società statunitense fornitrice della app per noleggio auto con conducente da smartphone che sta suscitando proteste in Europa e anche in Italia da parte dei tassisti. Lucini ha poi osservato come la sharing economy “sia uno dei grandi fenomeni del nostro tempo, frutto del cambiamento culturale che vede le persone meno interessate al possesso dei beni e più aperte alla condivisione e allo scambio. Pensando alla mobilità urbana, il ride sharing rappresenta l’opportunità di trasformare un bene sottoutilizzato quale è oggi l’auto privata in un servizio per tutta la comunità, grazie alla possibilità di connettere più passeggeri lungo il tragitto e rendere la vettura accessibile a più persone in momenti diversi, a prezzi differenti”.

di Luciana Maci

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