Kool, come una startup italiana contribuisce alla sostenibilità nel fashion - Economyup

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Kool, come una startup italiana contribuisce alla sostenibilità nel fashion



Diverse startup sono nate sull’onda della lotta agli sprechi alimentari, ma ora emergono anche quelle che lo fanno nel campo della moda. La ferrarese Kool, fondata a febbraio da due donne, aiuta i negozi a risolvere il problema delle rimanenze di magazzino. La “chiave” è una mistery box venduta durante un evento online

di Stefania Barbato

11 Lug 2022


Le founder di Kool, Alice Sebastianis e Miriana Massimini

C’è una neonata startup in Italia, Kool, che lotta contro gli sprechi nel mondo della moda.

Sono in aumento costante le startup che cercano di trovare una soluzione ai problemi derivanti dal Sustainable Development Goal numero 12, dedicato a garantire modelli di consumo e produzione sostenibili.

Molte di queste realtà offrono un servizio tipo quello di Too Good To Go che mira a salvare dalla spazzatura il cibo ancora non scaduto proponendolo a un prezzo conveniente per il consumatore finale.

Una risposta ad un problema economico ma anche fortemente etico, quindi. Partiamo infatti dal presupposto che le risorse consumate dalla popolazione mondiale siano maggiori rispetto a quanto gli ecosistemi possano effettivamente fornire. Questa logica di base evidenzia la necessità di una razionalizzazione dell’effettiva produzione. Il volume dei rifiuti dovrà quindi essere notevolmente ridotto, anche grazie a strategie che possano implementare sempre più riciclo e recupero. Il problema degli sprechi è uno di quelli più caldi in ambito sostenibilità, soprattutto se legato al mondo alimentare.

Un segnale di speranza arriva proprio dal nostro Paese che, secondo il Food Sustainability Index, rapporto sviluppato da The Economist Impact in collaborazione con Fondazione Barilla, è tra i primi 4 dei 78 Paesi analizzati in ambito di azioni intraprese per contrastare il fenomeno. Un altro dato favorevole è relativo alla filiera produttiva, dove viene perso solo il 2% di cibo. Il tutto per uno spreco alimentare pro capite annuo, a livello domestico, di circa 67 Kg.

Segnali di miglioramento attivi che permettono di espandere il raggio di azione anche verso altri settori, come nel caso della grave lotta allo spreco dei farmaci (ogni anno in Italia viene gettato via il 30% dei 24 miliardi di dosi di farmaco acquistate) o dei vestiti.

Lo spreco nel fashion

Tra i settori che sperimentano maggirmente questo problema c’è anche quello della moda, che cerca di orientarsi sempre più verso modelli sostenibili sia nella produzione (basti pensare alla vasta gamma di nuovi tessuti realizzati anche grazie al recupero di scarti), sia nell’ambito dell’invenduto o del non più desiderato.

INFOGRAFICA
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Un problema importante, tanto che a marzo 2022 l’Unione Europea ha annunciato una serie di proposte per contrastare il fenomeno della “moda veloce”, ossia quella parte del settore che realizza abiti di bassa qualità a prezzi ridotti e lancia nuove collezioni in tempi molto brevi.

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Non sorprende, dato che l’impatto dei prodotti tessili sull’ambiente è al quarto posto in Europa dopo cibo, alloggio e trasporti: le previsioni future non fanno ben sperare. Entro il 2030 l’abbigliamento invenduto, infatti, raggiungerà i 134 milioni di tonnellate per un’industria che è tra le più inquinanti al mondo, producendo circa 90 milioni di tonnellate di rifiuti tessili ogni anni.

Kool: visione e risposta al problema

Kool nasce proprio con la finalità di rispondere a questa problematica. La startup italiana, costituita a febbraio di quest’anno, vede alla guida due ragazze ferraresi, Alice Sebastianis e Miriana Massimini. Il loro obiettivo è quello di aiutare i negozi a risolvere il problema delle rimanenze di magazzino, promuovendo acquisti consapevoli tra gli utenti. Si focalizzano su boutique, negozi artigianali e concept store, rinunciando a brand di fast fashion.

In questo modo viene concesso ai negozi un canale di vendita alternativo per smaltire in maniera sostenibile e innovativa i capi invenduti. Gli utenti, d’altro canto, potranno vivere un’esperienza vantaggiosa acquistando questi stessi indumenti di qualità a un prezzo del tutto accessibile, senza rinunciare quindi all’esclusività dei brand.

Sono già 25 i negozi nelle province di Modena e Bologna che hanno aderito al progetto Kool in meno di 4 mesi dal lancio.

Kool

Kool: il business model

Già soprannominata la “Too Good To Go” del fashion, Kool ha scelto un modello simile a quello della scaleup danese puntando su una mistery box. I negozi selezionano tra le proprie rimanenze di magazzino capi e accessori che vengono inseriti all’interno di diverse box vendute “a scatola chiusa”, generalmente con uno sconto del 60%.

Ogni mese viene quindi organizzato un evento di vendita online, attivo per 72 ore consecutive. Direttamente dal sito l’utente può scegliere il proprio negozio preferito, indicare taglia e genere e acquistare la box che contiene dai 2 ai 5 articoli a “sorpresa”.

Per garantire una migliore experience, Kool crea anche un teaser, svelando sempre un capo, mentre dei restanti articoli comunica solo la categoria di appartenenza.

La forza del modello si basa quindi sull’essere una soluzione win-win: per il negozio, che può liberare il magazzino e ridurre i costi di gestione e smaltimento della merce e per l’utente, che appunto acquista brand medio-luxury e luxury a un prezzo vantaggioso.

In questa prima fase di lancio le due founder sono concentrate sull’espansione territoriale: dopo Modena e Bologna, Kool è alla ricerca di nuovi negozi da aggiungere al proprio network.

Prossimo passo internazionale: il Fashion Act

Così come in Italia, anche all’estero sempre più startup fashion si interessano alle tematiche ESG sotto diversi punti di vista, come ad esempio economia circolare (Good on You), utilizzo di nuovi tessuti o fibre (Dropel) o anche per prodotti non chimici di trattamento o colorazione (DyeCoo).

Nel frattempo a New York si sta pensando di passare alle maniere forti per salvare l’ambiente e il New Standard Institute fondato da Maxine Bédat propone un Fashion Act 2022 per tenere sotto controllo gli scarti. La proposta chiede trasparenza alle aziende su alcuni dati rilevanti come

– mappatura del 50% della propria filiera di produzione partendo dalle materie prime;

– stilare un rapporto annuale per fare luce sui possibili rischi ambientali e sociali;

– comunicare eventuali impatti negativi delle proprie condotte (es utilizzo di agrofarmaci).

Una multa (auspicabilmente salata) garantirebbe il mantenimento di queste condizioni ai firmatari della convenzione, rendendo lo Stato di New York uno dei territori più Green al mondo.

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Stefania Barbato

Appassionata di musica, libri e tech, contribuisce a sviluppare l’ecosistema startup italiano con progetti innovativi, creatività e go-to-market