Dal gelato funzionale al decontaminatore ai nanopolimeri: l'innovazione made in Italy che piace alla Cina | Economyup
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Internazionalizzazione

Dal gelato funzionale al decontaminatore ai nanopolimeri: l’innovazione made in Italy che piace alla Cina

04 Set 2015

Il momento è difficile ma gli investitori cinesi sono molto attenti alle tecnologie sviluppate dalle Pmi italiane. Per aiutarle a entrare nei mercati asiatici Filippo Surace ha fondato l’incubatore virtuale Cube Labs. Ecco come funziona

Filippo Surace, presidente e fondatore di Cube Labs
Per quanto la Cina sia in un momento di difficoltà e l’export non possa essere sempre l’unico traino dell’economia italiana, per le Pmi di casa nostra non c’è ancora una strada più efficace dell’internazionalizzarsi sui mercati asiatici. A cominciare proprio dalla Repubblica Popolare.

Un network che sta sperimentando strategie nuove per esportare prodotti e innovazioni made in Italy a Pechino e dintorni è Cube Labs, fondato nel luglio 2013 dal medico manager barese Filippo Surace. Si tratta di una piattaforma, con sede a Roma ma uffici anche a Milano, che si propone di offrire servizi a Pmi e startup innovative secondo un modello a tre livelli.

Cube Labs, che avrebbe già aggregato una settantina di piccole e medie imprese soprattutto italiane ma anche israeliane, si presenta allo stesso tempo come un incubatore virtuale, una struttura di trasferimento tecnologico e un’agenzia di brokerage.

Cube Labs è un incubatore perché fa scouting e selezione di Pmi e startup innovative e ne alimenta lo sviluppo delle tecnologie dando risorse finanziarie e commerciali dirette – nel senso che siamo noi a investire – o indirette – perché facciamo in modo di procurarne”, spiega il presidente Surace.

L’organizzazione funziona anche come operatore di trasferimento tecnologico in quanto aiuta le aziende a trasferire le loro tecnologie, brevettate o brevettabili, sul mercato, soprattutto in  settori legati alla ricerca accademica come salute, biotech e life science.

L’Italia – dice il fondatore di Cube Labs – ha dimostrato di non essere ancora abbastanza brava nel portare al di fuori dei confini nazionali le innovazioni tecnologiche che nascono all’interno dell’ecosistema”. Ed è per questo che Cube Labs fa anche lavoro di brokerage, ovvero prova a creare relazioni commerciali con l’esterno e facilita l’accesso al mercato per Pmi e startup. “Il problema cardine non è tanto il valore brevettuale della tecnologia ma la capacità di commercializzarla”, aggiunge Surace. “Se le attività di incubazione, trasferimento tecnologico e brokerage non sono fatte in sinergie, le possibilità di arrivare sui grandi mercati sono pochissime”.

A comporre la squadra di Cube Labs è un gruppo di manager, italiani ma anche israeliani e indiani, con esperienze internazionali nei settori in cui il network agisce, quindi soprattutto healthcare e life science. In Cina, Cube Labs è arrivata nella primavera del 2014 all’interno di un programma istituzionale a cui partecipavano varie società italiane selezionate da Invitalia e alcune grandi corporation pubbliche come Enel.

Nell’area di Ningbo e di Yuyao, la piattaforma ha presentato un paniere di tecnologie made in Italy lanciate da una quindicina di aziende davanti a investitori cinesi attivi sia nella sfera industriale che nell’ambito finanziario tout court. “Al momento, il 35% delle tecnologie del nostro portfolio – a oggi composto da una settantina di aziende – è oggetto di una due diligence da parte di questo team di investitori: contiamo di chiudere i primi accordi entro fine anno”.

Alla luce di alcune caratteristiche sociali, demografiche e territoriali della Cina – l’invecchiamento della società, la crescita dell’inquinamento, la necessità di tutela dell’ambiente e del patrimonio idrogeologico – Cube Labs ha ricevuto interesse dagli investitori soprattutto sulle innovazioni più legate alla salute e ai temi green.

Tra le tecnologie che abbiamo presentato, ci sono: un prodotto che può decontaminare con nanopolimeri l’acqua di mare e il suolo dagli scarti tossici di idrocarburi, una tecnologia per l’abbattimento delle polveri sottili indoor e outdoor che poggia su ben 22 brevetti, un sistema che fa un check up in tempo reale dei danni provocati a un edificio da un disastro naturale”, racconta Surace.

Nell’ambito delle scienze della vita, hanno riscosso particolare interesse una tecnologia per monitorare la fase del parto e ridurre drasticamente il numero di cesarei, e il ‘gelato funzionale’, un brevetto che permette di conservare all’interno del gelato – un prodotto made in Italy molto apprezzato dai cinesi – gli omega 3 per 24 mesi e utilizzare questa nostra specialità nell’ambito del medical food”.

Cube Labs guadagna dalle partecipazioni dirette che fa nelle Pmi e da commissioni in caso di sviluppo commerciale delle aziende o in caso di investimento. “In altri termini, se la società non fa successo, Cube Labs non percepisce nessun compenso: è risk sharing, se adottassimo un modello diverso non saremmo innovativi”, spiega il presidente.

Ma le Pmi italiane innovative possono essere competitive in Cina nonostante gli scossoni della borsa e la svalutazione dello yuan? Secondo Surace, le altalene finanziarie e valutarie non impattano direttamente sulle aziende. “Non vedo rischi per le Pmi. Per quanto riguarda il calo della Borsa, la crescita dei mercati finanziari in Cina non ha seguito la crescita del Pil: anche in presenza del terremoto sulle borse, l’impatto sul mercato reale non è così forte. Anche la svalutazione dello yuan è stata molto contenuta. Probabilmente, come sostengono molti economisti, è una mossa della Banca centrale cinese per far rientrare lo yuan tra le valute di riserva a livello internazionale. Se ci fosse stata una perdita di valore dai 20 punti in su allora avremmo dovuto preoccuparci”.

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