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Software carbon footprint, la svolta della misurazione certificata


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Cloud, AI e servizi digitali fanno crescere consumi ed emissioni. Intanto, le nuove regole sui claim ambientali, in vigore dal 27 settembre, rendono ancora più importante disporre di dati specifici e verificabili. Ecco come la ISO/IEC 21031:2024 e la validazione indipendente aiutano a misurare la software carbon footprint con criteri tracciabili

Pubblicato il 26 ott 2026



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La software carbon footprint sta entrando nell’agenda delle imprese insieme a costi cloud, prestazioni, sicurezza e continuità operativa. La ragione è concreta: ogni applicazione consuma risorse fisiche, anche quando appare come un servizio immateriale. Server, reti, sistemi di archiviazione e dispositivi richiedono energia. Lo stesso vale per l’addestramento e l’utilizzo dei modelli di intelligenza artificiale. Il peso ambientale dipende inoltre da dove e quando viene consumata l’elettricità, dall’efficienza dell’infrastruttura e dall’hardware impiegato.

Alla crescita dei consumi digitali si aggiunge una scadenza normativa. Dal 27 settembre 2026 diventano applicabili in Italia le nuove disposizioni derivanti dalla Direttiva (UE) 2024/825, recepita con il D.Lgs. 20 febbraio 2026, n. 30. Le regole rafforzano la tutela dei consumatori contro le pratiche commerciali ambientali ingannevoli e limitano, tra l’altro, l’uso di claim ambientali generici quando non siano adeguatamente supportati. Diventa quindi ancora più importante poter indicare che cosa è stato misurato, con quale metodologia e all’interno di quale perimetro.

I numeri aiutano a capire la dimensione del fenomeno. Secondo l’International Energy Agency, il consumo elettrico mondiale dei data center potrebbe superare i 945 TWh nel 2030, più del doppio rispetto ai livelli del 2024. L’AI è indicata come il principale motore dell’aumento, insieme all’espansione degli altri servizi digitali.

L’efficienza dei chip e dei sistemi continua a migliorare, ma deve confrontarsi con un numero crescente di applicazioni, utenti e operazioni computazionali. Nel 2025, rileva ancora l’IEA, la domanda elettrica dei data center è aumentata del 17% su scala globale. Quella delle infrastrutture focalizzate sull’AI è cresciuta ancora più rapidamente.

Per aziende, startup e software house, misurare le emissioni associate al codice significa aggiungere un nuovo parametro alle decisioni tecnologiche. Una metrica sufficientemente granulare può mostrare quale architettura genera più consumi, dove intervenire e quali miglioramenti producono risultati osservabili.

Dal consumo dei data center alla software carbon footprint

L’impatto ambientale dell’Ict viene spesso affrontato partendo dal data center. Indicatori come l’efficienza energetica dell’edificio, i consumi per il raffreddamento e il mix elettrico rimangono essenziali, ma non spiegano quanto pesa una singola applicazione o una determinata funzionalità digitale.

Due software eseguiti sulla stessa infrastruttura possono generare carichi molto diversi. Cambiano la quantità di dati trasferiti, il numero di chiamate ai server, il tempo di elaborazione, l’impiego della memoria e la frequenza delle operazioni. Anche scelte apparentemente minute, ripetute milioni di volte, possono incidere sul risultato complessivo. Serve quindi un livello di lettura più vicino al prodotto digitale.

La software carbon footprint collega le emissioni a un’unità funzionale: una transazione, una richiesta API, un utente, un’elaborazione o un’altra attività rilevante per il servizio analizzato. Questo consente di seguire l’evoluzione dell’applicazione nel tempo, confrontare una nuova versione con quella precedente o valutare un’architettura rispetto a un’alternativa. Il team di sviluppo può così verificare se un intervento sul codice ha davvero ridotto l’intensità carbonica.

Il dato acquisisce quindi un valore operativo e può orientare progettazione, sviluppo, esercizio e dismissione del software, oltre al reporting di sostenibilità.

Che cosa misura lo standard ISO/IEC 21031:2024

Un riferimento internazionale è arrivato nel marzo 2024 con la pubblicazione della ISO/IEC 21031:2024, Software Carbon Intensity Specification. Lo standard descrive una metodologia per calcolare il tasso di emissioni di un sistema software, espresso attraverso lo SCI score, con l’obiettivo di fornire una misura coerente e comparabile durante sviluppo e deployment.

La specifica deriva dal lavoro della Green Software Foundation ed è stata adottata attraverso il Joint Technical Committee ISO/IEC JTC 1. L’approccio considera l’energia consumata dal software, l’intensità carbonica dell’elettricità e le emissioni incorporate nell’hardware. Il risultato viene rapportato a un’unità funzionale coerente con il servizio misurato.

La distinzione è importante. Un valore assoluto può crescere perché aumentano gli utenti, anche se il sistema è diventato più efficiente. Una misura per transazione o per operazione consente invece di separare l’espansione del servizio dal miglioramento tecnico.

Lo SCI non assegna un’etichetta generica di sostenibilità a un’azienda. Fornisce un metodo per delimitare il perimetro di analisi, raccogliere i dati e calcolare l’intensità delle emissioni di un sistema software.

Una metrica comune facilita inoltre il confronto tra team interni, fornitori e architetture. Il valore deve però essere letto alla luce dei confini scelti, della qualità delle fonti e dell’unità funzionale adottata. Senza queste informazioni, anche un numero formalmente corretto rischia di essere poco significativo.

La validazione rende il dato sulle emissioni verificabile

La diffusione di uno standard comune risponde a un’esigenza precisa: trasformare la software carbon footprint in un dato utilizzabile nelle decisioni aziendali. Per riuscirci, il calcolo deve poggiare su fonti tracciabili, criteri dichiarati e risultati riproducibili.

ll modello di calcolo integrato nella piattaforma NEZEDI è stato sottoposto a validazione tecnica e metodologica indipendente da parte di un organismo terzo indipendente, assumendo la ISO/IEC 21031:2024 — Software Carbon Intensity — come riferimento metodologico principale per la quantificazione delle emissioni generate dal software.
L’attività è stata condotta secondo la ISO 14064-3:2019, con un livello di garanzia ragionevole (reasonable assurance), e non ha rilevato non conformità rispetto ai riferimenti adottati.

Il passaggio va letto con precisione. A essere stato validato è il modello di calcolo, non la sostenibilità complessiva dell’impresa e neppure quella di ogni software analizzato dalla piattaforma. La verifica attesta che il sistema segue una metodologia definita e che i risultati possono essere ricostruiti a partire dai dati utilizzati.

È una distinzione rilevante per chi deve usare queste informazioni in report ESG, processi di audit, scelte di procurement o programmi di riduzione delle emissioni. Un indicatore ambientale acquista valore quando chiarisce che cosa è stato misurato, con quali fonti e all’interno di quale perimetro.

Nezedi applica questo impianto alla misurazione delle attività digitali. La piattaforma raccoglie e interpreta dati provenienti da software, siti web, infrastrutture cloud, sistemi di posta elettronica e applicazioni di intelligenza artificiale, traducendoli in emissioni di CO₂ equivalente e indicatori utili a individuare le aree di intervento.

Il valore di una validazione indipendente

Il valore operativo sta nella possibilità di andare oltre il dato complessivo del data center. L’analisi può riguardare una singola applicazione, una pagina web, un servizio digitale o una specifica attività software. Questo livello di dettaglio permette di confrontare versioni differenti, osservare l’effetto delle ottimizzazioni e collegare le emissioni alle scelte architetturali.

“La validazione indipendente del nostro modello è motivo di grande orgoglio. È il risultato di un percorso di sviluppo durato cinque anni, nato dalla convinzione che trasformazione digitale, software, consumi energetici e sostenibilità saranno sempre più strettamente collegati e diventeranno temi centrali per il futuro delle imprese”, commenta Riccardo Marvaldi, founder e Ceo di Nezedi.

Dalla misurazione alle scelte su software e cloud

La disponibilità di un dato verificabile amplia le possibili applicazioni. La software carbon footprint può affiancare costi, prestazioni, sicurezza e affidabilità nelle decisioni su sviluppo e infrastrutture. Per i team tecnici, la misurazione aiuta a individuare funzioni particolarmente onerose, elaborazioni ridondanti e trasferimenti di dati evitabili. Il confronto tra release successive permette inoltre di verificare se un intervento abbia ridotto l’intensità carbonica o soltanto spostato il consumo su un’altra componente.

Anche le scelte cloud possono essere lette con maggiore precisione. Dimensionamento delle risorse, tempi di accensione, localizzazione dei workload e utilizzo dei database incidono su costi e consumi energetici. I due valori non coincidono, ma spesso dipendono dalle stesse inefficienze.

Un’infrastruttura sovradimensionata, per esempio, genera spesa anche quando la capacità disponibile resta inutilizzata. Lo stesso accade con applicazioni che elaborano o conservano più dati del necessario. Affiancare l’indicatore ambientale ai KPI FinOps permette di riconoscere questi sprechi e valutarne gli effetti.

La misurazione può entrare anche nei processi di selezione dei fornitori. Le richieste di gara e i contratti tecnologici contengono ancora spesso criteri ambientali generici. Un metodo condiviso consente invece di chiedere dati riferiti a un perimetro definito, a una determinata unità funzionale e a un periodo preciso.

Perché questi dati siano realmente confrontabili, devono essere trasparenti anche le assunzioni alla base del calcolo. La disponibilità delle informazioni varia tra provider, infrastrutture e modelli di servizio e, quando alcuni dati non sono accessibili, è necessario ricorrere a stime. Dichiarare fonti, criteri e margini di approssimazione permette di interpretare correttamente il risultato, senza attribuirgli una precisione superiore a quella effettivamente raggiungibile.

I dati ambientali entrano nel reporting e nella compliance

La qualità della misurazione conta anche quando il dato ambientale viene comunicato al mercato. Le imprese devono poter sostenere le proprie dichiarazioni con elementi comprensibili, circoscritti e verificabili. Dal 27 settembre 2026 questo passaggio acquista un peso ulteriore con l’applicazione delle nuove disposizioni introdotte dalla Direttiva (UE) 2024/825, recepita in Italia dal D.Lgs. 20 febbraio 2026, n. 30.

La normativa europea rafforza la tutela dei consumatori contro le pratiche commerciali sleali legate alla transizione verde. Tra le novità rientra il contrasto alle asserzioni ambientali generiche quando l’impresa non sia in grado di dimostrare la prestazione ambientale pertinente. La disciplina interviene inoltre sulle etichette di sostenibilità, vietando quelle che non siano basate su un sistema di certificazione o istituite da autorità pubbliche.

Dal claim ambientale generico al dato verificabile

Queste regole interessano anche il modo in cui vengono presentati prodotti e servizi digitali. Definire genericamente un software come “green” o “sostenibile” dice poco se non viene chiarito quale caratteristica ambientale sia stata valutata e su quali dati poggi l’affermazione. Diventa più utile indicare il perimetro considerato, l’attività misurata, la metodologia applicata e l’eventuale variazione osservata nel tempo.

La software carbon footprint può fornire una base tecnica per costruire informazioni di questo tipo. Permette, per esempio, di riferire la misurazione a una determinata applicazione, a un servizio digitale o a una specifica unità funzionale, evitando di attribuire una caratteristica ambientale indistinta all’intera azienda o al prodotto nel suo complesso.

È una distinzione coerente con la metodologia SCI, che lega l’intensità carbonica del software a confini dichiarati e a una specifica unità funzionale. Il dato può così essere riferito a un oggetto preciso e confrontato nel tempo.

Il ruolo della metodologia validata nella comunicazione ambientale

Nel caso di Nezedi, la validazione indipendente riguarda il modello utilizzato per effettuare questo calcolo. Non certifica genericamente la sostenibilità dell’impresa e non rende automaticamente conforme qualsiasi claim ambientale costruito a partire dai dati della piattaforma. Rafforza invece la tracciabilità del processo, documentando la metodologia utilizzata, le fonti del calcolo e il perimetro considerato.

Questa granularità acquista maggiore interesse nel nuovo contesto normativo. Un conto è attribuire a un prodotto digitale una generica qualità “green”; un altro è documentare che, per una specifica applicazione e attività, è stata rilevata una determinata intensità carbonica o una variazione rispetto a una versione precedente. Nel secondo caso l’affermazione può poggiare su una base quantitativa e metodologica circoscritta, da valutare comunque rispetto alle regole applicabili alla specifica comunicazione commerciale.

Perché il dato sia leggibile, occorre dichiararne i confini. Vanno chiariti i componenti inclusi, le fonti energetiche considerate, i fattori di emissione e il criterio utilizzato per attribuire una quota dell’infrastruttura al software. Anche il confronto richiede cautela: due risultati sono realmente comparabili quando utilizzano la stessa unità funzionale e confini metodologici coerenti. Un valore espresso per transazione non può essere confrontato direttamente con uno riferito a un utente mensile o all’intero servizio.

La possibilità di ricostruire il calcolo diventa così importante quanto il numero finale. È su questa capacità che la validazione ottenuta da Nezedi concentra il proprio valore: fornire un metodo controllato per produrre dati utilizzabili nel reporting ESG, nei processi di audit, nel procurement tecnologico e nelle decisioni relative alle infrastrutture IT e cloud. A queste applicazioni si aggiunge oggi la comunicazione ambientale: una base tecnica solida permette di formulare informazioni sui servizi digitali più specifiche e documentabili.

L’intelligenza artificiale apre il prossimo fronte

La crescita dell’intelligenza artificiale rende ancora più urgente la capacità di misurare i consumi digitali. Addestramento, fine-tuning, inferenza e gestione dei dati richiedono quantità differenti di capacità computazionale e coinvolgono fasi diverse del ciclo di vita. Il risultato dipende dal modello utilizzato, dall’hardware, dalla durata delle elaborazioni e dal luogo in cui vengono eseguite. Anche il numero di richieste e la lunghezza degli input possono modificare sensibilmente il consumo associato a un servizio.

La metodologia SCI viene già estesa alle caratteristiche specifiche dell’intelligenza artificiale. La Green Software Foundation ha sviluppato una specifica dedicata, che considera l’intero ciclo di vita dei sistemi AI, dalla preparazione dei dati al training, fino al deployment e all’inferenza.

Nezedi indica proprio l’AI come il prossimo ambito di sviluppo della propria attività. L’obiettivo è applicare la misurazione ambientale a sistemi nei quali la complessità del calcolo e la distribuzione delle risorse rendono meno immediata l’attribuzione delle emissioni. “L’AI – osserva Marvaldi – sta diventando centrale per imprese di ogni dimensione e determinerà una parte rilevante del loro futuro. Comprenderne e governarne gli effetti sarà una delle principali sfide dei prossimi anni”.

Per startup e imprese che sviluppano prodotti basati sull’AI, il consumo computazionale ha anche un effetto economico diretto. La scelta del modello, la frequenza delle chiamate e la gestione delle risposte incidono sulla bolletta cloud. Tecniche come il caching, il routing tra modelli diversi e la riduzione delle elaborazioni ridondanti possono migliorare costi ed emissioni.

Anche chi acquista servizi AI dovrà disporre di informazioni più granulari. Il modello utilizzato, l’infrastruttura che lo esegue e il numero di operazioni necessarie sono elementi che incidono sulla valutazione ambientale del servizio.

La scala industriale passa dalla qualità della misura

La validazione apre per Nezedi una fase di scaleup dopo cinque anni dedicati alla ricerca, allo sviluppo della piattaforma e alla definizione della metodologia. La società punta ad ampliare la presenza in Italia e in Europa, estendere le integrazioni con software e infrastrutture e sviluppare nuovi strumenti per la governance dell’impatto digitale.

“Si stanno aprendo opportunità straordinarie per le organizzazioni capaci di misurare e governare l’impatto delle proprie tecnologie”, aggiunge il ceo.

La crescita commerciale resta legata alla capacità di dimostrare l’utilità del dato nei processi quotidiani. La misurazione dovrà quindi integrarsi con strumenti di sviluppo, sistemi cloud, dashboard FinOps e piattaforme di reporting, evitando di creare un livello informativo separato dal resto dell’organizzazione.

Il passaggio decisivo riguarda la governance. Un indicatore ambientale produce effetti quando viene associato a responsabilità, obiettivi e interventi verificabili. IT, sviluppo, procurement, controllo di gestione e sostenibilità devono quindi poter leggere lo stesso dato e usarlo secondo le rispettive competenze.

Per le imprese, il punto resta concreto: le emissioni del software possono entrare tra i parametri con cui valutare un servizio digitale. Il dato ambientale acquista utilità quando aiuta a scegliere un’architettura, correggere un’inefficienza o verificare il risultato di un investimento. La qualità della misurazione determina quanto questa nuova metrica potrà incidere sulle strategie tecnologiche. Il passaggio chiave è trasformare il dato ambientale in un criterio concreto di progettazione e investimento.

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