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Innovazione

Social Street, il Facebook di quartiere nato a Bologna conquista il mondo

25 Ago 2015

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Ideato nel 2012 da una coppia appena trasferita nel capoluogo emiliano per conoscere i vicini di casa, il progetto oggi conta 393 canali in Europa, Brasile e Nuova Zelanda. Lo scopo è passare dalla community online alla vita reale. E aiutarsi reciprocamente

Negli ultimi tempi è diventata virale sul web una simpatica alternativa ai social network: “Mi hanno parlato di Facebook e Twitter, ma dato che non ho un computer cerco di farmi gli amici nella vita reale usando lo stesso principio. Ogni giorno vado in strada e dico alle persone che passano cosa ho mangiato, come mi sento, cosa ho fatto la sera prima e cosa farò per il resto della giornata”. Quando la 34enne Laurell Boyers e il marito, il 37enne Federico Bastiani, si sono trasferiti a Bologna nel 2012 si sono trovati più o meno nella stessa situazione: città nuova, niente amici, niente conoscenti. Ma invece di andare per strada e dire “mi piace” ai passanti cercando di farsi inseguire per avere follower, come racconta la divertente storiella che gira online, Bastiani ha pensato di usare proprio i social per conoscere almeno i vicini di casa di via Fondazza. Senza saperlo, aveva appena inventato il primo Social Street.

Pochi giorni dopo, infatti, i follower del gruppo chiuso creato dall’uomo su Facebook erano già una ventina, e ora, tre anni dopo, i membri del gruppo sono addirittura 1.100: praticamente tutto il quartiere. E l’idea è piaciuta talmente tanto che il progetto è stato replicato anche all’estero, e oggi si contano ben 393 Social Streets in Europa, Brasile e Nuova Zelanda. Proprio per diffondere l’idea e aiutare chi abbia intenzione di creare il proprio Social di quartiere, Bastiani ha creato un sito, socialstreet.it, una sorta di “incubatore” per lanciare, a mo’ di startup, i nuovi social di quartiere in tutto il mondo.

Per quanto riguarda il capostipite, il Social Streeet bolognese, quasi la metà degli abitanti di via Fondazza è iscritta, e Bastiani racconta al New York Times che per partecipare non serve necessariamente avere Internet: chi ne è sprovvisto comunica con gli altri attraverso foglietti o passaparola. Lo scopo è, oltre a quello di conoscersi e avere buoni rapporti di vicinato, anche quello di aiutarsi reciprocamente: si organizzano feste, ci si dà una mano per riparare elettrodomestici rotti, ci si scambia biglietti dei mezzi di trasporto, si aiuta chi è rimasto a piedi perché si è scaricata la batteria dell’auto… Insomma, l’idea dei due coniugi ha trasformato Facebook da luogo di ficcanaso e voyeur a comunità che vive non solo online ma anche, e soprattutto, offline. E l’idea, a quanto pare, ha avuto successo non solo in Italia ma anche in molte altre città del mondo.

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di Concetta Desando

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