“Non scelgo le realtà su cui investire in base ai settori di mercato e nemmeno alle idee: io punto innanzitutto sulle persone. Devo percepire l’energia, l’ottimismo, la resilienza, la voglia di fare. Le idee costano poco e, se una persona vale, può trasformare un’idea mediocre in un business eccellente”. Così dice a EconomyUp Joe Zadeh, imprenditore, manager e investitore statunitense, tra i protagonisti della crescita di Airbnb, che oggi vive a Bologna e sostiene anche le startup italiane.
Zadeh è il Business Angel dell’Anno 2026: il riconoscimento gli è stato consegnato l’8 ottobre alle OGR Torino, durante la cerimonia organizzata dal Club degli Investitori nell’ambito di Wave by Vento. Tra i primi ad entrare in una Airbnb agli albori (è stato il nono dipendente e il terzo ingegnere del software), nella piattaforma ha ricoperto per anni incarichi di responsabilità e guidato il lancio di Airbnb Experiences. Oggi è anche nel consiglio di amministrazione di Musixmatch, advisor di Vento e docente alla Bologna Business School.
Nell’intervista a EconomyUp racconta il passaggio dalla Silicon Valley all’Italia, le lezioni apprese lavorando in una società estremamente innovativa, i criteri con cui sceglie gli imprenditori da affiancare. Parla di quasi ottanta investimenti a livello internazionale, dei risultati del suo portafoglio italiano e di un’opportunità che definisce “monetizzare la burocrazia“: costruire aziende capaci di semplificare e automatizzare gli adempimenti burocratici, in Italia ma anche nel resto del mondo.
Indice degli argomenti
Come nasce un angel investor
Come è diventato un angel investor?
Per molte persone che lavorano nel settore tecnologico è un passaggio naturale. È anche uno degli aspetti che fanno funzionare bene gli ecosistemi: le persone crescono dentro aziende di successo e vedono da vicino come si costruisce un’impresa. Possono continuare a lavorarci oppure andarsene, ma intanto conoscono colleghi, amici o amici di amici che avviano nuove attività. Diventano così una fonte naturale dei primi capitali per nuove aziende. Soprattutto nella Silicon Valley, è abbastanza normale che qualcuno con il mio percorso cominci a investire. Probabilmente sarebbe più insolito se non lo facesse.
Come si è evoluta la sua attività di investitore?
Ho fatto i primi investimenti nel 2014, quando lavoravo ancora in Airbnb. All’inizio erano occasionali: investitori che conoscevo mi proponevano opportunità nelle fasi iniziali, pensando che la mia esperienza potesse essere utile.
Poi sono successe due cose. Sono diventato scout per Sequoia Capital: questi programmi mettono a disposizione capitali del fondo da investire, perché ritengono che la persona da loro incaricata possa avere accesso a opportunità interessanti, anche se non ha ancora la liquidità per farlo personalmente.
Successivamente, dopo aver lasciato Airbnb e dopo la sua quotazione in Borsa, ho avuto le risorse per effettuare investimenti con capitali miei. Ho cominciato a prendere questa attività più seriamente tra la fine del 2020 e l’inizio del 2021.
Airbnb, da un appartamento alla crescita globale
Facciamo un passo indietro. Qual è il percorso che l’ha portata in Airbnb?
Sono nato a Orange, in California, a una decina di minuti da Disneyland, un posto che frequentavo spesso da bambino. Poi ho studiato informatica alla Northwestern University, vicino a Chicago, e successivamente ho intrapreso un dottorato al Caltech, tornando nella California meridionale.
Una parte del mio lavoro di dottorato riguardava la ricerca scientifica, un’altra lo sviluppo di un’applicazione web per la scienza. Mi sono accorto che mi interessava di più costruire l’applicazione. Ho deciso quindi di trasferirmi a San Francisco e lavorare in un’azienda.
La prima esperienza è durata pochi mesi: non era l’azienda giusta per me. Poi ho trovato Airbnb e sono entrato come terzo ingegnere del software e nono dipendente. Lavoravamo in un appartamento con tre camere da letto, nel quartiere SoMa, vicino alla stazione di Caltrain. Tre fondatori e tre ingegneri lavoravano al sito in una camera, mentre in soggiorno c’erano le persone dell’assistenza clienti. Quella era Airbnb.
Come ha conosciuto i fondatori e cosa l’ha convinta a entrare?
Passavo molto tempo su Hacker News, la comunità online legata a Y Combinator, e avevo visto che Airbnb cercava ingegneri. In quel periodo stavo facendo colloqui anche con un’altra azienda. Non avevo un’auto e una persona di quella società mi stava accompagnando alla stazione: per tutto il tragitto non faceva che parlare di quanto fosse interessante Airbnb.
Sono andato sul sito e mi ha colpito subito. Durante gli studi post-laurea facevo couchsurfing: viaggiavo dormendo gratuitamente sui divani delle persone. A volte era molto scomodo, capitava anche di dormire sul pavimento, ma mi piaceva moltissimo stare con le persone del posto. All’epoca molti pensavano che fosse un’idea folle; io ero convinto invece che fosse un bellissimo modo di viaggiare. Quando su Airbnb ho visto che si poteva affittare una casa progettata da Frank Lloyd Wright spendendo meno che in un hotel, tutto si è incastrato.
Poi, durante i colloqui, ho letto una lettera di un host di New York. Diceva che senza Airbnb avrebbe perso la casa durante la crisi finanziaria del 2008. Ho capito che il valore non riguardava soltanto i viaggiatori: chi aveva uno spazio disponibile poteva ricavare un reddito dai propri beni, pagare il mutuo. È stato questo a conquistarmi.
Che cosa ha imparato lavorando in Airbnb?
La lezione principale è stata imparare a imparare. Il dottorato mi aveva aiutato proprio in questo: affrontare l’incertezza, capire come acquisire nuove conoscenze.
In una realtà che progredisce molto rapidamente, quello che fai sei mesi o un anno prima può essere facilmente superato. Devi agire velocemente, osservare i risultati, capire dove hai sbagliato e dove hai fatto bene, poi adattarti e cambiare. Quando eravamo nove persone, nessuno aveva esperienza nel far crescere un’azienda del genere. Abbiamo appreso lungo il percorso, anche grazie a ottimi investitori e mentor.
L’altra grande lezione è mantenere le cose semplici. Nella Silicon Valley tutti parlano di semplicità, ma è difficile avere una strategia semplice ed efficace e riuscire a conservarle mentre l’azienda cresce.
Perché Zadeh ha scelto di vivere in Italia
Perché ha cominciato a investire nelle startup italiane?
Prima dovrei spiegare perché sono venuto in Italia. Non mi sono trasferito per investire. Mia figlia, tra i tre e i sei anni, frequentava una scuola bilingue a San Francisco, “La Scuola”, fondata da un’italiana di Bologna e ispirata alla filosofia educativa di Reggio Emilia.
Quando mia moglie l’ha visitata, si è innamorata di questa pedagogia, degli spazi, dell’impostazione. D’altra parte, quando lavoravo per Airbnb Experiences, venivo spesso in Italia per provare alcune delle nostre migliori esperienze. Pensavo: quando lascerò questo posto di lavoro, io e mia moglie potremmo trascorrere un anno in Italia, vivere un’avventura, prenderci una pausa e permettere a nostra figlia di migliorare la lingua.
Nell’autunno del 2021, durante la pandemia, ci siamo trasferiti a Bologna senza esserci mai stati prima, dietro suggerimento di amici italiani.
E quell’anno è diventato una scelta di vita?
Sì. Un anno non ci è sembrato sufficiente e abbiamo deciso di restare due. Poi ci siamo affezionati alla zona delle colline, a Sasso Marconi, dove abbiamo cominciato a trascorrere più tempo. A un certo punto ci siamo detti: non vogliamo davvero andarcene. Questo è il nostro sesto anno qui e non abbiamo in programma di rientrare negli Usa. I
All’inizio, però, non cercavo un coinvolgimento nel settore tecnologico. Poi sono entrato in contatto con Vento e Max Ciociola, fondatore e CEO di Musixmatch, che vive a Bologna. Oggi sono nel consiglio di amministrazione di Musixmatch.
Attraverso questi rapporti mi sono avvicinato alla business school e ho cominciato a insegnare. Sono entrato sempre più nell’ecosistema tecnologico. In realtà, una volta iniziato, i contatti si creano rapidamente: il settore italiano sta crescendo molto, ma le sue dimensioni permettono ancora di conoscere in poco tempo molte delle persone che ne fanno parte.
Il talento italiano e l’esperienza che manca
Che cosa trova di interessante nell’ecosistema italiano? Quali elementi positivi? Quali criticità?
Soprattutto lavorando in Musixmatch, mi sono reso conto che gli ingegneri sono bravi quanto quelli di San Francisco. Il talento qui è ottimo. Quello che manca maggiormente è l’esperienza.
Mi riferisco al meccanismo abituale negli Stati Uniti e altrove, per cui persone che si formano dentro aziende di successo, poi le lasciano e fondano nuove imprese. È un processo che alimenta l’ecosistema. In Italia quel meccanismo sta cominciando a mettersi in moto.
Come sceglie le startup italiane nelle quali investire?
Non ho una formula specifica. Prima di trasferirmi qui investivo molto nella tecnologia per la musica, perché sono sempre stato un musicista. Ho cominciato suonando il pianoforte e faccio anche produzione musicale nel tempo libero.
Una volta arrivato in Italia ho cominciato a guardare ad altri tipi di aziende. Molte opportunità sono arrivate attraverso Vento, di cui sono advisor. Il mio primo investimento qui è stato nel 2022, in Nebuly, nell’intelligenza artificiale. Poi ho investito in Serenis.
Attraverso Serenis ho conosciuto Marco, il compagno di Silvia Wang, prima che fondasse Jet HR. A una festa a Bologna ho incontrato Martina, prima che fondasse Lexroom. Ho investito anche in Cubbit, a Bologna, ed Ephos, nata nell’ambito del quantum computing e oggi attiva nell’ottica per i data center. Complessivamente, direi che sono circa tredici aziende tra Torino, Firenze, Bologna e Milano.
Menabòh, dare nuova vita ai vestiti
In Menabòh hai un coinvolgimento diverso rispetto agli altri investimenti. Di che cosa si tratta?
È un’azienda nuova nella quale il mio ruolo va oltre quello dell’angel investor. Negli Stati Uniti potremmo parlare di founding investor, un investitore coinvolto nella fase di fondazione. Le dedico molto più tempo e l’ho finanziata personalmente.
Il servizio parte dal guardaroba personale. Ci sono vestiti che magari ci piacciono, ma che non indossiamo più. Si possono consegnare all’azienda e vengono trasformati in qualcosa di nuovo. Un designer prepara dei bozzetti, tu li approvi e i sarti modificano il capo. Paghi quindi un nuovo vestito ricavato da quello precedente.
Che cosa l’ha convinta della fondatrice?
Gaia è toscana, lavorava per Ferragamo e l’azienda è a Firenze. Mi piacciono soprattutto la sua resilienza e il suo coraggio. Ha avuto l’idea durante il Covid, guardando il guardaroba di sua madre, un’appassionata di moda con un armadio pieno di bellissimi vestiti che non indossava più. Ha cominciato a trasformarli. Per il suo matrimonio ha rifatto l’abito da sposa della madre e ne ha parlato anche Vogue.
Stiamo ascoltando storie interessanti dai primi clienti. Per esempio, persone che hanno perso un genitore e hanno ereditato un armadio pieno di vestiti dai quali non vogliono separarsi. Trasformarli permette di continuare a usare qualcosa a cui sono legate. Inoltre, spesso i capi più vecchi hanno materiali di qualità superiore: sarebbe un peccato eliminarli.
Diventare globali restando in Italia
Una startup italiana deve trasferirsi necessariamente all’estero per diventare un’azienda globale?
Credo che possa diventare globale restando in Italia. L’importante è diventare internazionali rapidamente. Molte pensano di servire soltanto il mercato italiano. In alcuni casi può avere senso, ma in Airbnb eravamo internazionali fin dall’inizio.
E quando arrivano investitori stranieri?
Investitori americani o britannici possono chiedere di ricostituire la società secondo il diritto dei loro Paesi, perché conoscono meglio quelle leggi societarie e le trovano più facili da gestire. Per questo alcune società, crescendo, cambiano giurisdizione oppure scelgono di quotarsi su un mercato americano. Ma ciò non impedisce di costruire e far operare l’azienda dall’Italia. Anche dopo una riorganizzazione societaria, l’attività può restare qui.
Le opportunità per “monetizzare la burocrazia”
Dove sta guardando per i prossimi investimenti?
Ho investito in quasi ottanta aziende nel mondo negli ultimi cinque o sei anni. Direi che circa il 20% è italiano. Investo ovunque e, in questo momento, il mio portafoglio italiano sta andando meglio di quello globale, grazie ad alcune buone scelte come Jet HR, Lexroom e altre realtà.
Tra le idee che sembrano funzionare bene vedo quella che chiamo “monetizzare la burocrazia”. Gli italiani si lamentano della burocrazia e ne posso constatare i problemi, ma penso che anche negli Stati Uniti sia complicata. È un problema abbastanza diffuso.
Oltre a Jet HR e Lexroom, ho investito recentemente in JustSolve. Ho anche parlato con una nuova azienda, Lindo, che sta facendo qualcosa di simile a Jet HR per gli adempimenti sulla sicurezza delle imprese italiane. Vedo molte opportunità per automatizzare una parte di queste attività.
Questo significa che sceglie un settore o un’idea, e poi investe nelle aziende che ci lavorano?
Con il tempo ho imparato che investire nelle idee è una pessima strategia. Non penso neppure che investire in base ai settori sia un grande metodo. Cerco di investire nelle persone. Quando le incontro, preferibilmente di persona, voglio percepire energia, entusiasmo, passione e dedizione. È ancora meglio se qualcuno nella mia rete ha lavorato con loro e può aiutarmi a conoscerle.
Con Vento incontro molte aziende nelle fasi iniziali e cerco di capire quali abbiano le persone più capaci, anche quando non hanno ancora l’idea migliore. Alcuni dei miei migliori investimenti negli Stati Uniti riguardano persone con cui avevo lavorato e di cui conoscevo le capacità. L’azienda che sta ottenendo i risultati migliori nel mio portafoglio statunitense è stata fondata da una donna con cui lavoravo in Airbnb.
I risultati e le lezioni degli investimenti
Quali risultati sta ottenendo dai suoi investimenti?
Negli investimenti i fallimenti si vedono rapidamente, mentre i successi richiedono molto tempo per svilupparsi, soprattutto nell’angel investing. In Italia sto raggiungendo risultati positivi più velocemente che altrove.
Detto questo, faccio questa attività in modo più intenso da circa sei anni e ho sottovalutato quanto fosse difficile farla bene. Servono esperienza e anche errori. Oggi sono più ottimista sugli investimenti degli ultimi anni rispetto a quelli degli inizi, perché ho imparato di più.
































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