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POLITICA & INNOVAZIONE

Il caso ITATech resta aperto ma CDP assicura: investimenti al 90% in Italia

di Patrizia Licata

20 Dic 2017

Il presidente di CDP Equity Leone Pattofatto torna sul caso ITATech, sul quale intanto c’è stato un secondo question time alla Camera: oltre a Sofinnova saranno valutati anche altri gestori di fondi sia esteri sia italiani ma, dice a EconomyUp, la due diligence spetta al Fondo europeo per gli investimenti

Il caso ITATech non si è ancora chiuso. ITATech è un fondo di investimento di CDP (Cassa Depositi e Prestiti) e FEI (Fondo europeo investimenti) in cui ciascuna delle parti ha messo 100 milioni di euro: investe in fondi dedicati al trasferimento tecnologico, con almeno il 90% dei soldi da destinare all’Italia. Sofinnova, grande società di venture capital francese, ne fa parte ma deve investire in Italia. Così Leone Pattofatto, presidente CDP Equity, intervenendo alla presentazione della Relazione Annuale 2017 sullo “Startup Act” presso il Ministero dello sviluppo economico, ha cercato di mettere la parola fine alle polemiche scoppiate intorno all’investimento fatto dal FII (Fondo italiano di investimento) in Sofinnova Partners, società di venture capital europea, con sede a Parigi, specializzata in Life Sciences.  La questione è tornata sotto i riflettori mercoledì 20 dicembre, durante il question time alla Camera, quando il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha risposto a domande poste dal’onorevole Antonio Palmieri e altri su alcune operazioni finanziarie e commerciali effettuate da Cassa depositi e prestiti.

Ma torniamo al caso ITATech. Il FII, società di gestione del risparmio (sgr) di cui è socia Cassa Depositi e Prestiti (CDP, partecipata dal ministero delle Finanze), ha lanciato diversi fondi di venture capital e, come scritto in questo articolo di EconomyUp, ha investito per ben due volte nella francese Sofinnova Partners.

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CDP ha lanciato ITATech a fine 2016. Questo fondo di investimento da 200 milioni di euro è destinato a investire in fondi di venture capital con un focus sui progetti di ricerca e valorizzazione del trasferimento tecnologico (TT). Innocenzo Cipolletta, presidente del FII, ha confermato a EconomyUp: “È probabile che anche una parte della dotazione di ITATech finirà dentro il fondo francese (n.d.r: sempre Sofinnova Partners). Questo non vuol dire togliere fiducia agli operatori italiani, ma spingere ulteriormente gli investimenti nei confronti delle nostre startup, sfruttando la forza di un fondo più grande”.

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Ai margini della presentazione del Report su Startup Act, Pattofatto ha dichiarato a EconomyUp: “Non è vero che un quarto di ITATech andrà al fondo francese perché sia investito fuori dall’Italia. Sofinnova gestisce parte del capitale di ITATech ma dovrà investirlo in Italia“. Così aveva detto a inizio novembre anche Graziano Seghezzi, managing partner di Sofinnova, che, in un’intervista al Corriere della Sera, ha assicurato che i soldi saranno investiti in Italia (e anzi che sarà anche aperto un ufficio a Milano). Alla domanda su una comunicazione ufficiale su quanto farà Sofinnova in Italia e quando Pattofatto risponde: “Va chiesta a loro, non a CDP”; anche su motivi e obiettivi che hanno spinto il FII a investire in Sofinnova Pattofatto rimanda al Fondo stesso. Il presidente di CDP Equity ha tuttavia detto che per ITATech saranno valutati altri fondi di venture capital, sia internazionali che nazionali: “Il ministro Padoan nell’interrogazione parlamentare sul tema ha spiegato tutto chiaramente, in Italia i gestori dei fondi pubblici dedicati a finanziare il trasferimento tecnologico, quindi ricerca e innovazione, possono essere di altri paesi“. Ma anche italiani. “Certo, anzi, ce lo auguriamo”, ci ha indicato Pattofatto. Ma in ITATech chi decide? CDP e FEI contribuiscono alla pari. “Sì ma la due diligence la conduce FEI“, ha riferito Pattofatto.

Secondo quanto dichiarato al Corsera da Seghezzi di Sofinnova Ventures, in Italia “ci sono competenze e la qualità della ricerca è molto elevata. Quel che manca è la presenza di investitori specializzati”; di qui la scelta di ITATech. Sul tema, dopo la segnalazione fatta da Economyup, si è svolta un’interrogazione parlamentare con risposta del ministro dell’Economia Piercarlo Padoan  al quesito del deputato di Forza Italia Antonio Palmieri. Su ITATech Padoan si è espresso così: “Il Fondo Europeo degli Investimenti ha deciso di investire in realtà italiane di trasferimento tecnologico. Sulla base dell’attuale committment almeno 5 fondi per il TT sono stati sottoscritti da ITATech. In accordo con Cassa Depositi e Prestiti e FEI, i gestori dei fondi di TT potranno essere italiani o europei. Nel caso di gestori non europei, l’accordo prevede comunque il focus di investimento in Italia e una stabile presenza del team di investimento in Italia. In particolare l’accordo prevede che almeno il 90% del capitale sia investito in Italia. Le opportunità di investimento relative al lancio di fondi vengono esaminate in modo autonomo dal FEI. Alla CDP viene riconosciuto un diritto di obiezione sulle proposte di investimento in caso si ravvisi l’insorgere di rischi reputazionali, conflitti d’interesse o qualora il ritorno finanziario non sia giudicato accettabile. Ad oggi ITATech ha fatto il suo primo investimento nel fondo “Vertis Venture 3 Technology Trasfer” con sede legale a Napoli e operativa a Milano”.

Subito dopo la pubblicazione dell’articolo di EconomyUp, Assobiotec ha inviato una lettera ai vertici di CDP e a una serie di dirigenti e consiglieri dei ministeri dell’Economia, dello Sviluppo economico, dell’Istruzione e della Salute; il presidente di Assobiotec Riccardo Palmisano ha poi riferito di aver ottenuto dalle istituzioni “garanzie che le risorse di ITATech saranno affidate a un fondo dedicato all’Italia e gestito da professionisti italiani”. Probabilmente un nuovo fondo dedicato alle Scienze della Salute e finanziato con capitali pubblici, di cui al momento però non si sa nulla.

Patrizia Licata

Giornalista freelance. Laureata in Lettere, specializzata sui temi dell'hitech e della digital economy, dell'energia e dell'automotive. Scrivo dal 2007 anche per CorCom, parte del gruppo Digital360

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