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POLITICHE DELL'INNOVAZIONE

Venture Capital in Italia, il governo vuole aiutarlo ma troppi soldi vanno ai francesi

di Giovanni Iozzia

12 Ott 2017

Dal 2012 il Fondo Italiano degli Investimenti ha affidato a Sofinnova 35 milioni (un terzo circa del mercato nazionale del capitale di rischio). In Italia ne sono tornati solo 6. E adesso l’operazione potrebbe ripetersi con Itatech, la piattaforma (200 milioni) creata per sostenere il trasferimento tecnologico

L’Italia ha ripreso ad andare avanti, il venture capital italiano sta tornando indietro. Il PIL cresce più del previsto, gli investimenti di capitale di rischio in startup a fine anno saranno probabilmente inferiori a quelli del 2016, che erano già poca cosa rispetto alla media europea. I venture capitalist italiani investono poco, il venture capital italiano è a una “distanza siderale” rispetto al resto d’Europa. Nell’ecosistema si dice da tempo. Adesso c’è anche la certificazione istituzionale del ministro dello Sviluppo Economico. E visto che l’occasione in cui Carlo Calenda l’ha rilasciata è stata il bilancio del Piano Industria 4.0, nel primo giorno d’autunno, è come vedere il preside che bacchetta gli studenti che non hanno fatto i compiti per le vacanze. Dimenticando, però, di capire se i professori hanno fatto bene la loro parte.

Carlo Calenda

Calenda si è impegnato a dare la sveglia con la prossima legge di stabilità. In questi giorni si stanno definendo i dettagli del piano di riordino degli interventi sul venture capital. Un ruolo importante sarà affidato a Cassa Depositi e Prestiti, che (ha detto il ministro) «ha cominciato a mettere a regime una serie di strumenti che porteremo anche in Finanziaria». Bene. Cassa Depositi e Prestiti è un player decisivo in tante partite economiche d’Italia (ultima l’Ilva…). Ha polmoni sufficientemente potenti per poter soffiare nella giusta direzione, se viene usata correttamente la bussola. Che abbia preso a cuore il venture capital italiano è quindi una buona notizia.

Fabio Gallia

Fabio Gallia, amministratore delegato di CDP, è d’accordo con il ministro Calenda: l’Italia è indietro. La sua analisi, in un’intervista a EconomyUp, è impietosa: «In tutto il 2016 la raccolta di capitali sul mercato italiano del Venture Capital è stata pari a 93 milioni di euro contro i 550 della Germania, i 990 del Regno Unito e i 1.200 della Francia. In termini di investimenti il gap che separa il nostro Paese dalle economie europee comparabili è ancora più marcato: sarebbero necessari flussi di almeno 6 volte maggiori per riallineare tali valori».  Quindi la Cassa si è impegnata a fare la sua parte (investimenti per 350milioni di euro) per colmare il gap. Molto bene. Anche se, dietro le quinte, accadono cose strane. Come se la bussola di cui sopra fosse impazzita.

CDP è socio del Fondo Italiano di Investimento, sgr presieduta da Innocenzo Cipolletta, che ha lanciato diversi fondi di fondi. Tra gli altri il FII ha investito su Sofinnova Partners, un fondo di venture capital francese. Due volte. La prima volta 15 milioni nel 2012. Si leggeva nel comunicato diffuso in quell’occasione che Sofinnova si sarebbe impegnata “a dedicare una significativa parte dei nuovi capitali raccolti a investimenti in startup italiane”. Non è andata  così: i capitali hanno seguito altre vie paneuropee, escludendo l’Italia. Eppure il FII ha replicato l’investimento (20 milioni) su un altro fondo di Sofinnova che in Italia a questo punto ha investito (soltanto 6 milioni) ma andando sul sicuro e creando, di fatto, un altro intermediario: l’acceleratore Biovelocita creato da un personaggio come Silvano Spinelli, l’uomo di Eos, la startup biotech venduta agli americani per oltre 400milioni di dollari.

Una scelta quanto meno singolare quella di allocare complessivamente una cifra equivalente a circa un terzo dell’anemico mercato italiano su un fondo francese, anche se tra i partner c’è un italiano. Sul Corriere della Sera di mercoledì 11 ottobre Massimo Sideri invita Cassa Depositi e Prestiti e FII a far tesoro delle esperienze (non sempre positive) fatte finora in Italia nel lavoro di sostegno al venture capital. Invito più che condivisibile e necessario adesso che si sta giocando una nuova e importante partita attorno a Itatech, la piattaforma creata da Cassa Depositi e Prestiti e Banca Europea degli investimenti, 200 milioni di euro a sostegno del trasferimento tecnologico. Anche qui c’è un gap da colmare, quello fra quantità e qualità della ricerca scientifica e innovazione applicata nelle imprese. Tutto perfetto, se non fosse che ancora una volta buona parte delle risorse potrebbero finire (e restare?) fuori dall’Italia. Attorno a Itatech si sta lavorando da mesi e alcuni rumors dicono che entro fine anno una buona parte della dotazione finanziaria potrebbe andare a un fondo europeo, molto probabilmente ancora Sofinnova. Ma allora perché chiamare Itatech il progetto e non Eurotech? Il ministro Calenda, che in ben altre occasioni non si è fatto intimorire dalla grandeur, è informato delle trattative con i francesi su Itatech? Forse sarebbe necessario controllare la bussola per rivedere in quale direzione spingere per poter davvero alimentare, sostenere e far crescere il venture capital italiano. A meno che dalle parti del FII e di Cassa Depositi e Prestiti non siano convinti delle capacità dei nostri venture capitalist.

P.S. Sarebbero immaginabili scelte simili per la Caisse des Depots? Come reagirebbero a Parigi?

 

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Giovanni Iozzia
direttore responsabile EconomyUp

Ho studiato sociologia ma da sempre faccio il giornalista. Sono stato direttore di Capital, vicedirettore di Chi e condirettore di PanoramaEconomy. Dal 2014 conduco il magazine settimanale EconomyUp su ReteconomySky512

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